Non sono solo canzoni

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di Luca Billi  13 febbraio 2019

Immagino che qualcuno di voi, intuendo che parlerò di Sanremo, non continuerà a leggere questa definizione, pensando che con tutti i problemi che ci sono in Italia, non possiamo continuare a farci distrarre dal festival. Fate pure, smettete pure di leggere, ma vi assicuro che non sono solo canzonette.
Per lo più ce lo dimentichiamo, ma il nome completo di questa manifestazione, giunta alla 69° edizione, è Festival della canzone italiana e quindi il concorso dovrebbe premiare la miglior canzone. Io ho provato ad ascoltare quella che quest’anno ha vinto Sanremo. Ho fatto un po’ fatica – lo ammetto – ho perfino qualche dubbio che quella cosa lì possa essere definita una canzone, ma questo dipende ovviamente dalla mia età. Non ho ascoltato le altre canzoni e quindi non entro nel dibattito – che appassiona il paese – se abbia meritato o meno il premio.
Gli etimologisti non sono d’accordo sull’origine del verbo cantare: alcuni riconoscono la radice del sanscrito kanati, che significa gridare, mentre altri la radice di can’sati, che in quella stessa lingua antica significa raccontare. Qualcuno, sentendo Mahmood e altri suoi “colleghi”, potrebbe dire che la prima etimologia è quella esatta, ma Soldi, al di là delle mie o vostre preferenze, è certamente una canzone perché racconta, a suo modo, una storia. E soprattutto racconta una storia che è a un tempo privata, personale, e universale. E’ una storia di ipocrisia e di falsi sentimenti, una storia molto attuale, visto che gran parte dei rapporti tra le persone sono misurati unicamente dal denaro, in cui vali solo per quanto vendi, spendi, guadagni, per il tuo conto in banca o comunque per quello che puoi vendere.
E’ una denuncia sincera? Non so, non possiamo chiedere tanto a un giovane che è nato e cresciuto in questa società di merda. Ma alle canzoni non dobbiamo chiedere la sincerità, basta la verità. E quella di Soldi è certamente una storia “vera”, che descrive il mondo in cui stiamo crescendo i nostri figli. Basta questo per fare una canzone, che può anche vincere il festival di Sanremo nel 2019.
Poi è verosimile che Mahmood abbia vinto più per quello che è che per la sua canzone. E’ credibile che la giuria d’onore, composta come una collezione di figurine, alla Veltroni – mancava solo l’atleta parolimpica per completare la consueta compagnia di giro del progressismo à la carte e dei buoni sentimenti – e quella dei giornalisti abbiano voluto “fare resistenza”, premiando il giovane italiano dalla pelle un po’ più scura, per mandare un “messaggio” al governo dei muri, dei porti chiusi, del razzismo trionfante. Naturalmente il razzismo non si combatte in questo modo, ma vallo a spiegare alle “anime belle” che non frequentano le periferie di cui parla Mahmood e da cui anche lui immagino se ne andrà dopo Sanremo, se non se n’è già andato. Immagino però la loro soddisfazione – perché l’ho letta anche in tanti commenti di favorevoli a questo premio – per aver fatto il “bel gesto”, certi in questo modo di essersi pulita la coscienza; e da domani potranno continuare a essere gli stronzi “progressisti” di sempre, che – come un leghista qualsiasi – accettano uno “straniero” quando è ricco, quando è un campione, quando è una bella donna, ma se ne infischiano quando è povero. Perché contano i soldi. Mahmood va bene perché ha vinto.
Anche noi, che non facciamo parte di giurie di qualità, votiamo sempre di più il cantante, la sua storia, il suo aspetto, rispetto alla canzone. Solo che, a differenza di quelli che sono riconosciuti in una giuria, possiamo permetterci di essere razzisti anche durante Sanremo, come siamo ogni altro giorno dell’anno. Sarebbe una storia da raccontare, e da farci una canzone.