Parlare dei matti, parlare con i matti

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di Luca Billi – 13 maggio 2018

Noi che crediamo di essere “sani” abbiamo tante parole per definire i pazzi, ma nonostante questa ricchezza lessicale, preferiamo non parlare troppo di loro e soprattutto non vogliamo parlare con loro. E’ una cosa che lasciamo fare ai poeti e agli artisti, perché in fondo siamo convinti che siano anime affini e che anche loro siano un po’ matti.
Comunque, nonostante questa nostra ritrosia a trattare la materia, siamo convinti di saper distinguere chi è pazzo da chi non lo è.
Non è sempre stato così. Nell’antica Grecia questa distinzione appare molto sfumata, fino ad annullarsi. Dice Eraclito, nel frammento 45,

Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima.

E in questo cammino l’uomo può trovare molte cose, compresa la pazzia. Omero ignora la follia, non perché i suoi personaggi non compiano gesti che potremmo considerare pazzi, ma perché la follia permeava tutto il suo mondo, e non sarebbe riuscito a distinguerla da una cosiddetta normalità. Anzi in qualche modo la follia era uno degli strumenti attraverso cui era possibile agli uomini capire se stessi e gli altri, percorrere quel lungo cammino di cui parla Eraclito. E di cui non siamo destinati a vedere la fine.
Il pazzo nell’antica Grecia non è solo colui che soffre – questo è il significato etimologico di questa parola – per una qualche forma di malattia della mente, che pure i medici, a partire da Ippocrate, avevano cominciato a studiare, nella sue varietà e nelle sue complessità, ma la pazzia è anche qualcosa che in qualche modo potenzia l’uomo. Il poeta che scopre in sé improvvise energie creative, che inventa storie e parole, prendendole da chissà dove, è un pazzo, il profeta a cui Dioniso dona l’estasi, rendendolo capace di conoscere l’inconoscibile, è un pazzo, colui che ama è un pazzo, perché l’amore porta l’uomo alla sua vera natura.
La prima parola dell’Iliade è μηνις, menis, in caso accusativo, che, per l’autorità di Vincenzo Monti, traduciamo con ira; e l’Iliade infatti è il poema dell’ira di Achille. Ma questa parola ha la stessa radice che ritroviamo in μανια, mania, e quindi il tema del testo che ha fondato la letteratura greca e quindi quella occidentale è una forma di pazzia. Ma Achille è l’eroe, è il “buono” della storia, e infatti la sua ira non è un sentimento che lo acceca e gli fa compiere gesti folli, non è crudeltà fine a se stessa, anche se vedremo che Achille sa anche essere crudele, quando infierisce contro il corpo di Ettore. Quell’ira, nel corso del poema, è il sentimento che trasforma Achille, che lo fa diventare uomo, che lo porta alla morte. Se Achille non si fosse ritirato dallo scontro con i Troiani, Patroclo non avrebbe indossato le sue armi e non sarebbe sceso in battaglia per aiutare le truppe greche che stavano per essere sconfitte; se Patroclo non avesse deciso di combattere, non sarebbe stato ucciso da Ettore; se Patroclo non fosse stato ucciso, Achille non sarebbe tornato a combattere, non avrebbe affrontato Ettore, uccidendolo; ma all’uccisione di Ettore deve necessariamente seguire quella di Achille ed egli ne è consapevole, nel momento in cui affonda la lama nel corpo del nemico, sa che lui sarà la prossima vittima. E lo sa Omero e lo sanno i suoi ascoltatori, tanto che non è neppure necessario raccontarlo e l’Iliade si conclude non con la morte di Achille, ma con Priamo che va nella tenda dell’eroe greco, solo e inerme, chiedendo il corpo del figlio. Il grande poema della guerra si conclude con un gesto di pietà, perché l’Iliade non è una storia di combattimenti, ma è proprio il racconto di come questa follia, che è l’amore, porta Achille, il figlio di una dea, l’eroe invincibile, a diventare un uomo, a realizzarsi completamente come uomo, fino a morire come un uomo.
Nella cultura della Grecia antica, quella che una tradizione successiva ci ha fatto credere fosse la quintessenza della razionalità, scorre invece la pazzia, che è uno dei mezzi con cui gli uomini possono conoscere le manifestazioni estreme e più inquietanti della loro natura. Ed è naturalmente la tragedia lo spazio in cui si rappresenta ciò che di oscuro si agita negli uomini: Eracle – la tragedia euripidea si intitolava originariamente Heraklès mainòmenos, ossia Eracle impazzito – che uccide la propria famiglia, Medea che dilania i propri figli, Aiace che impazzisce e si suicida, Oreste che è accecato dalle allucinazioni dopo che ha ucciso la madre. Chi assisteva a questi drammi era messo di fronte alle proprie paure, alla propria follia. In tutte queste opere non si riesce mai a distinguere nettamente ragione e follia, ma i due elementi si intrecciano, fino a confondersi. Per questo nella Grecia antica i folli non venivano rinchiusi, ma si cercava il modo di convivere con loro, si elaboravano forme di controllo dell’alienazione, nella consapevolezza che i “sani” potevano diventare a loro volta pazzi o che i veri malati erano quelli a cui non era toccato il dono della follia.

p.s. A quarant’anni dall’entrata in vigore della Legge n. 180 credo dovremo ringraziare persone come Franco Basaglia e Mario Tommasini, che hanno costretto questo paese a parlare dei matti e a parlare con i matti.