Pasta fresca – Zingaretti, il Pd e la sinistra

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Autore originale del testo: Fausto Anderlini

di Fausto Anderlini 13 marzo 2019

Pasta fresca

In un post precedente d’argomento zingaresco citai Macaluso Caldarola e Ines Loddo. In quanto portatori di tesi riassumimibili in tre lapidari postulati fra loro correlati: Bersani ha sbagliato a scindersi dal Pd; Cuperlo ha avuto ragione; Renzi ha visto giusto sul M5S.

Cominciamo dall’ultimo (teorema caldarolensis) che ha come base d’osservazione la rapida e stupefacente liquefazione dei 5S. La tesi che sgranocchiare pop corn, come si vanta il rottamatore di Rignano, abbia contribuito a far esplodere l’alleanza giallo verde (salvando il Pd dall’estinzione) è balorda e indimostrabile. Quel che è certo è che la crisi dei 5S si è tradotta nell’incremento dei consensi alla Lega. Se era in gioco una rendita di governabilità questa si è trasferita sulla destra cd. (erroneamente) ‘radicale’, mentre quel tanto che è passato al Pd della rendita oppositiva si deve a un parziale ritorno di elettorato già di sinistra che si è mobilitato contro la Lega. Flusso reso possibile dall’uscita di scena di Renzi – vero episodio dirimente nella lotta per non estinguersi. E questo è quanto, anche se non possiamo sapere per controprova quanta quota dei 5S il Pd avrebbe risucchiato per sè alleandosi con essi. Un esperimento, in ipotesi, che varrebbe ancora la pena di tentare prima che la destra vada all’incasso di tutta la posta.

Quindi veniamo al secondo postulato, cioè agli ‘errori’ di Bersani, D’Alema e compagnia. A questo proposito occorre innanzitutto sgomberare il terreno da un equivoco. Che ci sia stata davvero una ‘scissione’. Nelle scissioni una parte compatta di un partito guidata da un segmento del gruppo dirigente si mette in proprio nel nome delle ragioni tradite dalla ditta. Si occupano sedi, si rivendicano averi, si proclama un nuovo partito in un clima di grande euforia, drammatica quanto liberatoria, Nulla di tutto questo è avvenuto. Quello che c’è stato ha avuto le forme di uno stillicidio. Una fuoriuscita di militanti allo stato brado, specie dopo il job act. Una migrazione, un esilio, una transumanza, un moto individuale di orgoglio a seguito della rottamazione. Ce ne siamo andati quando abbiamo sentito che eravamo diventati tal quali eravamo trattati: degli estranei. E che stare lì dentro, con quel combinat politico e ideologico, era un supplizio persino grottesco. E ce ne andammo raminghi ben prima degli stessi elettori. I ‘capi’ mandriani negligenti vennero a cercarci nel ‘bosco’ solo alla fine, in occasione del referendum, praticamente sospinti dalla verminosa canea dilagata nel Pd. Fuoriuscirono, come un’ernia, quando si resero conto del vuoto irrimediabile che era stato scavato attorno a loro. Per venire a prenderci (così dissero). Ma soprattutto perchè avevano bisogno d’affetto. Trovandoci (ed in effetti il 17 fu un annus mirabilis). Salvo Grasso, che almeno si tenne per sè l’indennità, uscirono senza portar via nulla e pregiandosi d’aver onorato ogni obbligo, come bravi pigionanti. Il loro errore non fu la scissione. Fu piuttosto di non averne organizzato per tempo l’eventualità. Fu di restare imbricati nella lealtà al Pd mentre la pattuglia militante, lasciata senza guida e organizzazione, e angariata dai nuovi padroni di casa, si disperdeva da sè. Un errore umanamente comprensibile in chi viene da una cultura e da una pratica aliena al frazionismo e al minoritarismo. Ma un errore politico. La conseguenza è stata che il corpo militante storico della sinistra si è infine ritrovato (sotto Mdp) in una situazione compromessa. E troppo tardi (con Leu) per essere utilmente avvertito dagli elettori.

Quanto al terzo teorema che vede elevato Cuperlo alla saggezza postuma, esso è un mero corollario letterario del secondo. Mentre tutti se ne andavano e Orlando cercava di farsi paladino, egli restò a reggere il lume. Persino ineffabile davanti al fatto che i suoi stessi seguaci migravano, tradendolo, sotto la protezione renziana (e in seguito addirittura di Martina). Per testimoniare che alla fine dei tempi avrebbe avuto ragione. In una posizione non si saprebbe dire se etica e/o estetica. Ovvero profetica. Come Giona nel ventre della balena..

Che al termine del racconto ha sputato, la balena, non Cuperlo ma Zingaretti. A questo proposito si può stimare che non meno di centomila voti a suo favore siano venuti da elettori/militanti Mdp ex Leu. Ciò che ha trasformato una vittoria di misura in un trionfo. Sarà Egli riconoscente ? Si riterrà impegnato dal mandato di questa investitura ? Più prosaicamente accoglierà l’invito di Speranza a dar vita a una lista di ispirazione socialista, di europeismo critico, dialogante con Syriza, Podemos, Verdi ecc. ecc. ? Ne dubito assai. Fra le tante doti connesse alla saponetta, la generosità credo sia l’ultima. La mission di Zingaretti non è rifondare la sinistra, ma salvare il Pd tal quale è. Il suo successo immediato è stato di scongiurare una scissione da destra (renziana) che lo avrebbe costretto a una radicale e improbabile mutazione. Del resto alle europee la gente non voterà per l’Europa ma pro o contro il governo in carica. Sul Pd si concentrerà comunque un voto utile di segno oppositivo. A Zingaretti basterà stare fermo, salvo qualche puntata sul centro per togliere spazio ulteriore ai mancati scissionisti di Renzi, Martina e Scalfarotto (e li non mancheranno atti minifici). Al massimo intrattenendoci con comiche amenità nel salotto di Fazio. Quel suo progetto di trasformare i circoli a piano terra in alacri opifici aperti sulla strada è portentoso e trae ispirazione dalla fregola front desk dei mangimifici urbani. Qui a Bologna ce n’è uno bellissimo sotto le due torri. Dietro una vetrina graziose sfogline impastano uova e farina, la tirano e ne ricavano tagliatelle. La gente e i turisti si fermano a guardare rapiti e scattano foto con l’acquolina alla bocca. Basta metterci l’insegna Pd e il gioco è fatto.

E noi ? Staremo digiuno, sul limitare del bosco.