Le élite, gli intellettuali, le bolle

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Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 13 marzo 2019

Ieri prendevo spunto da una breve del ‘manifesto’ (il flop dei sovranisti di sinistra tedeschi) per fare un altrettanto breve e credo comprensibilissimo commento. Dicevo che non bastano le argute teorie a creare un movimento di massa o un partito sopra soglia. E che anzi, molte argute teorie (tanto più se cedono al trasversalismo) spesso tendono a incapsularsi, a chiudersi nelle bolle dei convegni e delle mailing list, lamentandosi magari che (come capita) il seguito ‘popolare’ sia scarso. Per non parlare del mix ideologico spaesante che produce il trasversalismo e che getta nell’incertezza molti. Per chiarire il mio pensiero, non intendevo affatto dire che fosse sbagliato svolgere una funzione intellettuale, ma che ci si limitasse a questo, che si affidasse alle parole e alle teorie (anche accademiche) il compito che è invece della praxis e dell’agire politico. In un certo senso, non si può accusare gli altri di essere lontani dal popolo, per ripeterne in sostanza l’errore. La scarsità del ‘seguito’ umano dipende da questo, soprattutto da questo, dalla bolla intellettuale, quasi sempre egemonizzata da una qualche accademia.

Le ideologie come il comunismo e il socialismo sono ovviamente figlie di una presa di coscienza, e dunque di un lavoro di scavo intellettuale che getta luce sull’apparente naturalità dei rapporti sociali. Ci sono élite che ci hanno perso la vita su questo tema (Gramsci è un esempio lampante). Ma quella è solo una scintilla iniziale, che senza la prassi la politica resta limitata al bagliore di un circolo intellettuale, c’è poco da fare. Senza ‘agire’ socialmente, senza un partito largo e plurale, senza un’organizzazione ben radicata e partecipata, i convegni restano solo un documento, sono solo atti da pubblicare. Niente più. Senza che la cultura divenga pratica effettuale, si incardini in una organizzazione, cali nei quartieri e negli uffici, tutto si riduce a posizioni risentite, dove le élite diventano élitarie. Si incapsulano. Ciò vale tanto più se gli altri sono paragonati ad asini, a incapaci, a deficienti, a esseri penosi incapaci di tenere testa all’elaborazione che si sta sviluppando in qualche empireo.

È il problema di molti circoli intellettuali, a destra come a sinistra. Un problema serio. In sostanza si capovolge la procedura, affidando ai convegni e al lavoro intellettuale il compito di produrre politica organizzata e consenso, quando è invece il contrario: è la politica, l’agire politico largo, plurale, l’organizzazione, la rete sociale, la partecipazione organizzata, le mediazioni alte e basse a ingenerare le condizioni per una riflessione all’altezza dei compiti storici. La sinistra storica è stato questo. La vera pena è nel vedere come le élite perdano contatto con il motore storico e sociale, pensando magari di esserci più dentro di tutti. La vera pena è percepire il risentito distacco di molti, quasi una corsa orgogliosa all’isolamento. Non è lo stile mediatico dell’oratore, peraltro, a rendere ‘popolari’ i contenuti. Non è così, e se così fosse altro che rivoluzione. Altro che bolla. Sarebbe la fine.