Pd, a da passà a nuttata (così sperano)….

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di Fausto Anderlini – 4 novembre 2018

La vicenda non è delle più commendevoli. In quota ai cuperliani tal Critelli diventa segretario del Pd bolognese, con l’attivo sostegno di De Maria, gran manovratore e anch’egli pupillo locale del nostro amato Gianni, in sodalizio con tal Beneamati, già margheritino e attivo supporter di Renzi. Per guadagnare il soglio deve sgominare, in una asperrima tenzone, tal Rizzo Nervo, già civatiano, poi bersaniano e infine renziano-meroliano appoggiato da varia e composita umanità insoddisfatta. Il 4 di Marzo il Pd locale conosce un tracollo impressionante, ma tutti gli attori in scena risultano eletti: Critelli, De Maria, Beneamati e Rizzo Nervo, che radiosi come scolaretti al primo giorno di scuola si fanno ritrarre, tutti insieme, sui banchi di Montecitorio. Il Critelli che viene da un disastrato luogo del bel paese e come tale è uomo d’onore, peraltro, corona il proprio sogno di ascesa grazie a Renzi del quale, malgrado sia finito in disgrazia, diviene per riconoscenza un fedele sodale. Nel frattempo, non bastasse la cattiveria degli elettori, il partito va in malora, si trova sfrattato da sedi storiche e fa una Festa de l’Unità che è un fallimento. Impegnato a servire il Paese in Parlamento Critelli è portato obiettivamente a trascurare il suo collegio e la federazione, della quale insiste a voler essere segretario, malgrado lo statuto dica il contrario. I mugugni dilagano. Non solo fra i Rizzonerviani, ma anche fra i mallevadori della fulminante carriera del Critelli che è diventato una patata bollente ed al quale non si perdona di esercitare il dono dell’ubiquità in proprio. Si arriva così alla defenestrazione coram populo del Critelli ed all’indicazione come successore di tal Tosiani, che è stato vicesegretario d’amore d’accordo col Critelli. Al Critelli non garba d’essere giubilato dal suo vice e reagisce come una bestia ferita, spingendo la controcandidatura di Maccagnani, sindaco in carica di Pieve di Cento, un comune nel quale la Lega ha fatto sfracelli. Maccagnani raduna le truppe critelliane e redige un programma encomiabile dove si parla di ‘circoli aperti’ e di un propositivo governo del territorio metropolitano. Ma poi in prossimità dell’assise decisiva ritira la candidatura, con uno stoico e sofferto discorso di commiato all’insegna dello spirito di servizio per il bene supremo dell’unità del partito. Del resto il suo programma, così irto di issues spinose, è integralmente fatto suo dal Tosiani in un mieloso boccone. Così all’Arci Benassi l’assemblea del Pd (pure evasa da un terzo dei delegati) consacra quasi all’unanimità Tosiani segretario. Tutti felici e contenti, avendo salvato ‘unità del partito. Nel nuovo indirizzo, in attesa, si mormora, della confluenza di tutte le correntine, già civatiane, bersaniane, cuperliane e renziane nel laghetto minnitiano, spiccano i punti salienti della linea che dovrà fronteggiare la scabrosa situazione: l’apertura ai civici come valore aggiunto (aggiunto a che cosa ?), l’apertura dei circoli (dov’è la ressa di gente che vuole entrare ?), la riorganizzazione delle feste de l’unità (in quale ricorrenza ?), la connessione sentimentale coi cittadini (coi baci Perugina ?), e infine due convegni su infrastrutture e sanità.
Il tutto mentre i barbari non sono alle porte, ma sono già entrati, dal sottoscala al solaio. Costoro mi rammentano quei funzionari ottomani perduti nelle isole dell’Egeo che caduto l’impero da un decennio ancora continuavano a inviare dispacci al Sultano. Non sanno che fare, dove andare. Non sanno chi sono e chi rappresentano. Terrorizzati da un mondo che gli ha voltato le spalle non s’interrogano su nulla, almeno sul passato prossimo, giacchè quello remoto è stato reciso per sempre, neanche sul destino che li attende. Si rifugiano nel rito, nella prassi, nella procedura, nelle consuetudini cerimoniali di un palazzo che è diventato una bicocca. Si accucciano in un presentismo senza spessore nè sapore, neppure quello del dramma. Violini stonati in un Titanic già adagiato sul fondo, Se parlo di costoro non è per acredine o suipponenza. Credetemi se vi dico che sono insufflato di umana compassione. Non hanno colpa di ciò che sono. Son questi qui, ed è per questo che a un certo punto ce ne andammo. Preferendo soffrire in proprio piuttosto che in compagnia di questa scalcinata ed ebefrenica compagnia di umani. I quali, peraltro, incarnano un tipo sociologico meritevole di approfondimento teorico. Essi sono infatti la versione impiegatizia del weberiano ‘non importa continuiamo’. A suo modo un profilo tipico ideale.