Perchè un incontro romano sul Signore degli Anelli

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di Franco Cardini – 14 gennaio 2019

I miei ventiquattro lettori (per modestia me ne attribuisco uno di meno di quanto se ne attribuisse a suo tempo Alessandro Manzoni) sono già stati da me edotti, qualche domenica fa, sull’inopinato “revival tolkieniano” originato dalla notizia diffusa in occasione dell’ultimo Salone del Libro di Torino a proposito di una nuova traduzione de Il Signore degli Anelli di John R.R., Tolkien e delle polemiche nate attorno ad essa: che hanno avuto anche un esito giudiziario con la querela sporta da Vittoria Alliata, prima traduttrice in italiano dell’evergreen tolkieniana, la quale, nei modi con i quali la notizia della nuova traduzione (non ancora pubblicata) è stata diffusa, ha ravvisato una grave offesa alla sua immagine di studiosa e di traduttrice dell’opera.

Le cose, da allora, si sono molto complicate: si è parlato di altri traduttori ed è interessante che in campo sia entrata la nota cooperativa di scrittori e intellettuali denominata Wu Ming.

Amici mi segnalano che la Wu Ming Foundation ha accolto con disappunto (se non addirittura scandalo) dissimulato da sprezzante ironia la notizia dell’incontro che si terrà giovedì prossimo 17 gennaio alle 17 nella Sala del Senato del chiostro di Santa Maria Sopra Minerva, a Roma: dopo aver sottolineato che l’incontro sarà organizzato dalla fondazione che fa capo al senatore Maurizio Gasparri, che introdurrà i lavori, Wu Ming definisce le persone invitate in tale occasione a prendere la parola (fra le quali ci sono anch’io) una “combriccola”.

Mi preme pertanto, per quanto mi concerne, segnalare quanto segue:

1. Non conosco Wu Ming, per quanto fin dal primissimo crearsi del gruppo così denominato molto bene me ne parlasse il mio vecchio e caro amico Umberto Eco che credo ne fosse in qualche modo l’anima e l’ispiratore se non il mentore. Potrei dire di essere un ammiratore di quel gruppo, pur non condividendone per quel poco che so la Weltanschauung: ho letto sia Q, sia Altai, e pur con qualche riserva li ho trovati entrambi affascinanti e interessanti; ho letto anche Stella del Mattino di Wu Ming 4 (che credo corrisponda a Federico Guglielmi), trovandolo a sua volta affascinante e interessante, per quanto mi abbia lasciato perplesso la sua presentazione di due personaggi che conosco un poco, Tolkien stesso e Thomas E. Lawrence (“Lawrence d’Arabia”). Non ho finora avuto modo d’informarmi a proposito delle loro posizioni riguardo la figura e l’opera di Tolkien e in particolare Il Signore degli Anelli: mi riprometto di farlo nei tempi, nei modi  e nella misura in cui le mie forze (sono un “cane sciolto”; e per giunta di una certa età) me lo permetteranno.

2. Non è mio costume partecipare a  “combriccole”. Non mi permetterei mai di definire Wu Ming una “combriccola” e non consento né ad esso né a chicchessia d’insinuare che a “combriccole” di sorta io appartenga. Salvo Santa Romana Chiesa, se hanno ragione quanti tale l’hanno appunto definita e ancora peggio (Céline ne parlava come di una gang), ma che tale io non considero.

3. Non essendo né anglista né filologo, ho di Tolkien una conoscenza abbastanza limitata: egli fu comunque un medievista, come medievisti furono alcuni suoi sodali (penso soprattutto al grande C.S. Lewis e ad altri del gruppo degli Inkings, o Inklingar, come avrebbero forse dovuto più correttamente denominarsi): e medievista, a un livello infinitamente più modesto di loro, sono anch’io. M’interessa molto quindi il Tolkien del suo capolavoro e de Lo Hobbit, come m’interessano i suoi saggi filologico-letterari e i suoi studi sull’epica altomedievale, soprattutto sul Beowulf. A suo tempo, ho cercato di avvicinarmi alla sua opera con attenzione ed evitando la superficialità.

4. Conobbi l’opera di Tolkien ai primi degli Anni Settanta e m’interessò molto anche il tema dell’accoglienza che egli aveva ricevuto negli ambienti della cultura giovanile statunitense variamente legata alla galassia del cosiddetto Flower Power e dei magic bus diretti a Katmandu. Seguii con interesse anche i modi secondo i quali la personalità e l’opera di Tolkien furono accolti in un ambiente “mutante” dell’estrema destra italiana, quella che faceva capo all’allora giovanissimo Marco Tarchi – oggi autorevole docente universitario – e che stava compiendo un’interessante parabola intellettuale e culturale dalla politica alla metapolitica, passando dalla denominazione di “Nuova Destra” a quella di “Nuova Sintesi”. Quello che di quel gruppo e del suo modo di leggere Tolkien m’interessava era il suo atteggiamento non “reazionario” e nemmeno propriamente “tradizionalista”, come allora fu detto e in seguito è stato spesso ripetuto (tralascio definizioni più pesanti e ancor meno giustificate), bensì la sua critica alla Modernità come cultura dell’individualismo, dell’immanentismo assoluto e del primato di economia, finanza e tecnologia. In tempi nei quali gli scritti di Ziegler, di Chomsky e di Bauman erano ancora molto di là dal venire, la cosa mi apparve – a ancor oggi mi appare – di straordinario rilievo. Tolkien influenzò in qualche modo anche un mio lavoro, Alle radici della cavalleria medievale, redatto negli Anni Settanta, uscito nel 1981 e di recente riedito dall’editore Il Mulino di Bologna: e ho notizie sicure che ciò mi costò – grazie all’interessamento non benevolo ma certo molto attento (e ancor oggi ne sono onorato) di alcuni docenti e intellettuali molto influenti tra Anni Settanta e Anni Ottanta – il Premio Viareggio Saggistica (fui difatti finalista di esso nel 1981; ma all’ultimo istante mi venne preferita una raccolta di studi storici di Gennaro Sasso, peraltro finissimo studioso; tutta la questione è stata accuratamente documentata, come si comproverà, ad esempio, scorrendo l’annata 1984 dell’autorevole rivista “Studi Storici”). Un successivo step del gruppo di studiosi politicamente impegnati che mi seguiva da vicino magari non con affetto ma senza dubbio con attenzione, quello di privarmi della cattedra di ordinario nel 1985, non andò, invece, a buon fine. Wu Ming è avvertito: non è detto che i linciaggi intellettuali pervengano sempre allo scopo che si prefiggono, neppure quando sono autorevolmente e possentemente promossi. Il che non toglie, tuttavia, che il calomniez, calomniez, quelque chose en restera mantenga, comunque, la sua validità, e che ogni inquisizione abbia generazionalmente i nipotini che si merita.

5. Ho accettato di buon grado d’intervenire all’evento romano di giovedì 17 in quanto mi è stato chiesto di esservi presente dall’amica Vittoria Alliata; ho saputo solo dopo aver accettato che esso si sarebbe svolto nel quadro dell’ospitalità a esso offerta dalla fondazione del senatore Maurizio Gasparri, che conosco da vecchia data per quanto non abbia più da anni occasione d’incontrare e che appartiene a uno schieramento politico molto lontano dalle mie posizioni, che peraltro non hanno mai trovato, dopo il lontano 1965, modo di esprimersi all’interno di un partito politico che loro si confacesse.

6. Non ho comunque avuto difficoltà alcuna nell’accettare un invito rivoltomi dal senatore Gasparri per la semplice ragione che in vita mia non mi sono mai rifiutato d’incontrare nessuno e di confrontarmi con nessuno per ragioni di diversità o di estraneità politica: ho sempre accettato di discutere con chiunque me lo proponesse in qualunque sede; ho partecipato a incontri, di solito corretti e cordiali, ai Centri Sociali come nelle sedi di Casa Pound e in quelle dell’Associazione nazionale Partigiani d’Italia, così come mi è capitato di scrivere su quotidiani di estrema destra e di estrema sinistra. Il mio più recente incontro politico è avvenuto sabato 12 gennaio scorso, nei locali della Casa del popolo di Peretola (Firenze), dove si teneva una riunione del COMITATO NO-GUERRA NO-N.A.T.O. al quale mi onoro di appartenere, insieme con gli amici Giulietto Chiesa e Manlio Dinucci. Tengo a precisare che nemmeno in quel caso si è trattato di una “combriccola”. Così è, se vi pare.

7. La posizione che con molta umiltà difenderò il 17 prossimo a Roma è la seguente: a. Nessuno ha il monopolio di niente e su niente, tantomeno di e su Tolkien: se esistono o verranno alla luce più traduzioni della sua opera, sarà opportuno individuare gli specialisti in grado di collazionarle e di formulare serenamente fondati giudizi sulla loro rispettiva validità; b. Tolkien era uno studioso e come tale ha il diritto di essere trattato: la sua opera ha suscitato anche interessi e addirittura entusiasmi che in qualche modo hanno riguardato anche la politica, e anche ciò ha pieno diritto di venir trattato criticamente in modo sereno e corretto; c. è molto spiacevole che questa sorta di revival tolkieniano dei giorni nostri si sia aperta con polemiche e querele, ma anche ciò dev’essere affrontato a mio avviso con serenità e con correttezza, in maniera da limitare il più possibile i danni e da contribuire al progresso degli studi specifici.

8. Tutto ciò nella più ferma consapevolezza che qualunque oggetto degno di discussione dev’essere affrontato respingendo qualsiasi forma di provocazione e d’intimidazione. Come diceva il presidente Mao, “Che cento fiori sboccino, che mille scuole si confrontino”.