Un caso di “urgenza democratica” ma cos’è la NATO? “Rischio Cernobyl” in Toscana

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di Franco Cardini  19 gennaio 2019

Domanda oziosa, naturalmente. Il 4 aprile 2019 si celebrerà, presumibilmente in modo solenne e in tutti i paesi aderenti, il settantesimo anniversario del patto militare denominato North-Atlantic Treaty Organization,fondato a Washington appunto sette decenni or sono. In quell’occasione si racconterà, specie ai ragazzi delle scuole, che la N.A.T.O. ci ha protetti e ci ha garantito – in particolar modo negli ultimi anni, con il mondo che vola in pezzi – un lungo periodo di sicurezza e dunque di pace.

Dorebb’essere ormai noto che le cose stanno altrimenti: che, se quel patto ha potuto sopravvivere – sia pure attraverso molte crisi – fino all’inizio degli Anni Novanta, è stato perché in un modo o nell’altro si riteneva necessario e inevitabile assicurarsi uno scudo protettivo contro un patto analogo presente “dall’altra parte”: il Patto di Varsavia (fondato, appunto, per costituire un antemurale rispetto alla N.A.T.O). Dopo la fine dell’Unione Sovietica, la sua sopravvivenza si è presentata come equivoca e sospetta, i suoi scopi poco chiari a chi cercava di considerarli dal di fuori e soprattutto il suo assetto e le sue caratteristiche largamente segreti e sottratti non solo all’autorità e al controllo, ma perfino alla conoscenza (salvo ristretti e a loro volta insindacabili e incontrollabili ambienti) delle società civili interessate alla sua attività e tenute a ospitarne e in qualche misura anche a sostenerne le basi militari – che tuttavia, qualcuno commentava e commenta, “offrono posti di lavoro” (il che è diventato ormai una formula magica inappellabile). L’attività della N.A.T.O., che in molte occasioni ha riguardato anche le forze armate e parte delle popolazioni dei paesi europei a essa aderenti, si è dispiegata in più occasioni in modo discutibile quando non addirittura allarmante (si pensi alla penisola balcanica o al Libano); e, soprattutto, è stata costantemente sottratta al giudizio dell’opinione pubblica che volta per volta a essa sarebbe stata interessata. Della N.A.T.O. non si parla mai ufficialmente; le sue operazioni e la sua stessa esistenza non vengono mai messe in discussione; partiti e media evitano di menzionarla e comunque di criticarla, la sua realtà viene accettata come un fatto naturale e normale, come l’alternarsi del giorno e della notte, la pioggia, il vento e così via; le pubbliche delibere che la riguardano si assumono sulla base di discussioni parlamentari rapide, talvolta frettolose e regolarmente concluse da voto all’unanimità; quando riguardano (il che accade spesso) pubbliche spese da sostenere, le voci contrarie o dubitose vengono con rapidità messe a tacere; libri e articoli critici sull’organizzazione hanno in genere vita editoriale o mediatica breve, non vengono fatti oggetto di discussione e magari spariscono presto dalla disponibilità. Perché questa catena di omertà?

Finché esisteva la “guerra fredda”, che ha pur mutato aspetto e caratteristiche dalla fine degli Anni Quaranta a quella degli Anni Ottanta, c’erano se non altro delle discussioni e addirittura delle manifestazioni al riguardo: tutti i non più giovani ricordano bene lo slogan “Fuori d’Italia dalla N.A,T.O. – fuori la N.A.T.O. dall’Italia”: ma queste sono ormai Mémoires d’Otutretombe. Eppure il problema continua a sussistere: da Vicenza per la Dal Molin (base aperta in spregio a un referendum popolare che quasi coralmente la rifiutava), da Aviano alla Maddalena fino a Camp Darby presso Pisa, siamo in presenza di basi della N.A.T.O. e/o dell’esercito statunitense ermeticamente chiuse ai non addetti ai lavori (qualche rituale apertura ai visitatori è semplice polvere negli occhi): chi chiede, ad esempio, di sapere se le basi ospitino o no materiale nucleare – in un paese che all’energia nucleare ha rinunziato – rimane senza risposta. Lettere, denunzie, interpellanze e interrogazioni firmate anche da migliaia di cittadini e dirette agli amministratori, ai politici e alle pubbliche autorità di aree di emergenza radiologica conseguente al rischio nucleare rimangono regolarmente senza risposta: e non c’è prefetto, non c’è difensore civico, non c’è corte costituzionale che tenga.

Tutto ciò, badate, non accade né in Honduras, né in Birmania, né in Gabon. Succede in Italia. Tanto per dare un esempio, l’uso di Camp Darby tra Pisa e Livorno è fuori dalle stesse regole pattuite dal “Patto Atlantico”, e nelle acque portuali di Livorno può accedere naviglio (sommergibili e portaerei) a propulsione nucleare e/o con armamento nucleare. Sappiamo da una lettera del gennaio del 1917 emessa dalla prefettura di Livorno che esiste un rischio di emergenza radiologica in tale area e che il prefetto ha provveduto alla stesura di un Piano di Emergenza Esterna (PES) che però non può essere diffuso in quanto “classificato”. D’altro canto la  prefettura di Pisa non ha risposto a specifica lettera del marzo 2018 che chiedeva se vi fossero specifici rischi radiologici per la presenza nella base di Camp Darby di “depositi speciali”; esistono al confine tra le province di Pisa e di Livorno 125 bunker che fungono da deposito di munizioni e di esplosivo ad alto potenziale. I sindaci della zona, raggiunti da una petizione popolare firmata da molti cittadini al proposito, non hanno dato segno di essere stati informati e rassicurati dalle prefetture competenti: ma la mancata informazione su una possibile emergenza, sollecitata esplicitamente dai cittadini, contravviene alle disposizioni di legge.

Da un certo tempo esiste in Italia un “Comitato No Guerra – No N.A.T.O.” (N.G.N.N.) animato da alcune decine di cittadini che volontariamente e gratuitamente se ne occupano, anzi che autofinanziano la loro attività, e al quale liberamente aderiscono ormai altri 35.000 cittadini costantemente informati della sua attività. Esso ha tenuto una conferenza organizzativa sabato 12 gennaio scorso nei locali della Società di Mutuo Soccorso del piccolo centro di Peretola, nell’area suburbana a ovest di Firenze adiacente all’aeroporto. La cosa è passata in apparenza “inosservata”, anche perché al N.G.N.N. viene in genere negata – col ben noto sistema del “muro di gomma – qualunque forma di visibilità mediatica: ma appunto ciò è sintomo del fatto che l’attività di esso, lungi dall’essere ignorata come sembra, è seguita con grande cura.

Sono andato alla riunione del 12 scorso: mi sono trovato dinanzi alcune decine di persone, qualcuna molto interessante, animate da buona volontà e disposte a lavorare per ristabilire un minimo di trasparenza a proposito di un problema che potrebbe anche riguardarci tutti da vicino: se succedesse qualche incidente a Camp Darby, Pisa e Livorno – ma probabilmente anche Grosseto, Piombino, Portoferraio e perfino Firenze – potrebbero trasformarsi in una Cernobyl toscana. Mi sono trovato in un ambiente caratterizzato da una discussione pacata e da pareri competenti (a parte l’eccellente cucina del semplicissimo, familiare ristorante gestito dalla Società di Mutuo Soccorso di Peretola, che raccomando).

In tale occasione, tra le altre relazioni e discussioni, mi ha colpito l’intervento di un amico livornese al quale ho chiesto di riassumere per iscritto quanto da egli esposto: egli mi ha fatto avere due successivi documenti, complementari fra loro, che vi trasmetto così come sono salvo le omissioni di alcune espressioni fraseologiche o di cortesia. Ovviamente  mantengo riservate le generalità dell’autore di questi appunti, il carattere dei quali è del tutto privato ma sulla serietà del cui contenuto mi sento di poter garantire. Lo scopo di tutto ciò è molto semplice. Chiedo amichevolmente a quanti seguono da tempo i Minima Cardiniana se non sia arrivato il momento di chiedersi a chi giovi la permanenza del nostro paese nel quadro di alleanze della N.A.T.O., chi lo gestisca, quanto economicamente costi ai cittadini italiani e a quali rischi li esponga. Ritengo sempre politicamente sconsigliabile e moralmente condannabile “far la guerra in contro terzi”; ma addirittura farla senza nemmeno accorgersene è del tutto demenziale.

Ecco il contenuto dei due documenti:

Documento n.1., 12.1.2019

“…a Livorno attendiamo per giovedì 17 l’arrivo in porto della Liberty Peace.

Per adesso, l’ora di arrivo prevista è quella delle 04,00 del mattino.In allegato può trovare una foto della nave e due schermate della sua posizione nell’Oceano rilevata alle ore 11: 11 di questa mattina.

La prima schermata fa vedere che la Liberty Peace a quell’ora ha superato le Azzorre, la seconda traccia il suo percorso verso il porto di Livorno senza scali intermedi.

La nave è partita alle ore 21:41 (ora locale) de 4 gennaio dal porto di Jacksonville in Florida. In precedenza aveva fatto scalo per il carico in Texas: a Port Arthur, Beaumont e Brazos.

La nave, a caricamento orizzontale, è lunga 199 metri, larga 32 metri, pesca attualmente 9,7 metri, ha una stazza lorda di 58.107 tonnellate.

Il 26 gennaio scaricherà ad Aqaba, in Giordania e il 28 a Gedda, in Arabia Saudita.

Il prossimo arrivo di una nave della Morte è atteso per il 13 febbraio: sarà la Liberty Passion.

La Liberty Peace e la Liberty Passion  sono navi che l’armatore, Liberty Global Logistics, ha nel Maritime Security Program (MSP), che con chiarezza illustra nelle sue finalità il Segretario del Dipartimento dei Trasporti degli Stati Uniti signora Elaine L. Chao nel suo saluto proprio alla Liberty  Passion per il suo ingresso nel Programma di Sicurezza Marittima il 6 marzo 2017: sostenere le forze armate erifornire di armi la linea del fronte (in allegato).

La Liberty Passion fece quel  suo viaggio inaugurale che saluta la signora Chao proprio verso Livorno, caricando a Livorno 250 blindati per la guerra in Siria.

Quando la Liberty Passion arrivò, era appena partita da Livorno una delegazione cinese, entusiasta per un progetto dell’Autorità portuale di potenziamento del porto con nuovi moli e nuovi bacini con fondali di 20 metri e l’inserimento del porto nella Nuova Via della Seta nel Mediterraneo. Aveva preso contatto con i cinesi il presidente della Compagnia  portuali, con un viaggio in Cina.

Il progetto nelle settimane successive fu smantellato e i cinesi non si sono più visti.

Da notare che alla data del 6 marzo 2017 la Liberty Global Logistics aveva nel programma 3 navi che facevano regolarmente scalo a Livorno (Liberty Promise, Liberty Pride, Liberty Passion), oggi ne ha cinque (Liberty Promise, Liberty Pride, Liberty Passion, Liberty Peace, Freedom Ace).

In allegato anche foto al molo Italia, nel porto di Livorno.

Il 18 gennaio faremo un presidio di protesta in via Grande a Livorno:

https://www.facebook.com/events/322282138380684/

Facciamo così dal 7 maggio dell’anno scorso.

In allegato il volantino per il presidio del 7 maggio, quando non avevamo ancora “recuperato” per intero il valore strategico di Camp Darby, che ci ha richiamato con estrema chiarezza il colonnello Erik Berdy, comandante la guarnigione dell’US Army Italy di Camp Ederle e Camp Darby, in una visita al direttore della Nazione di Firenze il 10 luglio dell’anno scorso: “il più grande arsenale USA al di fuori della madrepatria” https://www.lanazione.it/cronaca/camp-darby-1.4031180“.

Documento n. 2, 13.1.2019

“…Quando si apre il file dell’articolo della Nazione dell’11 luglio, che riferisce della visita del colonnello Berdy al direttore il giorno precedente, si legge:

“…la base a stelle e strisce di Camp Darby – il più grande arsenale Usa fuori dalla madrepatria … –  … è prevalentemente una santabarbara e dispone di 125 bunker disseminati nella pineta, pieni di bombe, razzi, munizioni, esplosivo ad alto potenziale oltre a centinaia tra tank, blindati, jeep e camion. Svolge un ruolo di supporto logistico fondamentale e assicura capacità di rifornimento di armi ed equipaggiamenti completi alle truppe in tempi molto brevi, sensibilmente ridotti rispetto a quanto richiederebbe un trasferimento diretto dagli Usa…”

https://www.lanazione.it/cronaca/camp-darby-1.4031180

“Da qui sono partite ad esempio le munizioni per la Guerra del Golfo e per le operazioni nei Balcani, in Iraq e Afghanistan”, esemplifica il colonnello, che poi aggiunge: “Negli anni la missione della struttura non è sostanzialmente cambiata. Si conferma il ruolo chiave come supporto alle operazioni internazionali della Difesa statunitense e a quelle in ambito Nato.”

La Nazione riferisce fra virgolette quest’ultima frase, che è l’unica fra virgolette in tutto l’articolo.

Immagino che le virgolette siano funzionali a dare maggiore enfasi al concetto che la base è “supportoalle operazioni internazionali della Difesa statunitense e a quelle in ambito Nato”, così che il lettore faccia propria quella congiunzione copulativa “e” immediatamente e senza rifletterci sopra, quasi come cosa ovvia.

Il colonnello avrebbe invece dovuto dire soltanto“alle operazioni internazionali in ambito Nato”, perché l’uso delle basi americane per“le operazioni internazionali della Difesa statunitense” che non sono“in ambito Nato” non dovrebbe essere consentito.

Si trova in rete all’indirizzo in un Dossier del 2007 del Sevizio affari internazionali del Senato della Repubblica una relazione del professor Natalino Ronzitti dal titolo: Le basi americane in Italia – problemi aperti

https://eprints.luiss.it/530/1/Ronzitti_2007_07_OPEN.pdf

Il professore è nato a Porto Ferraio; ha insegnato all’Università di Pisa; ancora, nei due corsi di Diritto Internazionale di Giurisprudenza, c’è un suo lavoro come testo base; è stato consulente della Commissione d’indagine parlamentare sulle cause del disastro del traghetto Moby Prince.   (http://www.europarl.europa.eu/meetdocs/2009_2014/documents/sede/dv/sede150311audcvronzitti_/sede150311audcvronzitti_en.pdf)

In questo Dossier del 2007 si può leggere “Le basi americane non devono essere considerate isolatamente, ma nel quadro dell’art. 3 del Trattato, con la conseguenza che non ne può essere fatto un uso diverso e indipendente dalla Nato”(pag.6).

E ancora a pagina  7:  “Le basi americane, giova ripeterlo, non hanno uno status completamente indipendente dalla Nato. Esse sono strumentali all’assolvimento dei compiti dell’organizzazione, come si evince dall’art. 3, secondo la lettura che ne è stata data come detto anche dall’attuale ministro della difesa.”e a pagina 8 “Un uso delle basi per fini diversi da quelli stabiliti dal Trattato, sia come missioni Articolo 5 sia come missioni non-Articolo 5 non dovrebbe essere consentito.”

E’ così che di seguito, sempre a pagina 8, si legge: “La prassi, però, smentisce tale assunto. Durante il conflitto iracheno, la base di Vicenza fu usata, anche se l’uso consentito fu limitato, avendo l’Italia aderito ad una politica di non-belligeranza.”

Anche per lo Yemen e la Siria l’Italia ha aderito “a una politica di non-belligeranza”, ma la prassi continua – dolorosamente –  a “smentire l’assunto”, con le navi statunitensi del Programma di Sicurezza Marittima che continuano da anni a scaricare armi da Camp Darby nei porti di Aqaba e Gedda.

Per dare nuova attualità alla tesi del professor Ronzitti di recente abbiamo avuto un colloquio col professor Leonardo Pasquali, titolare di uno dei due corsi di diritto internazionale presso la facoltà di giurisprudenza all’Università di Pisa.

Il professore si è detto interessato, ma adesso siamo fermi alla richiesta di colloquio (suggerita dal professor Pasquali) alla professoressa Pellecchia, direttore del Centro interdisciplinare di Scienze della Pace dell’Università di Pisa … vedremo …”.

***

A questo punto è la notte. In piena Toscana potrebbero esserci ordigni nucleari ma non ne sappiamo nulla; potremmo essere oggetto di un programma di emergenza ma non ne siamo al corrente, non sappiamo né come comportarci all’occorrenza né quali rischi stiamo correndo e chi sulla nostra pelle ha deciso che li corressimo; siamo un paese che ha più volte dichiarato la sua non-belligeranza ma che è stato in passato obiettivamente complice di infamie avvenute nei Balcani, in Libano, in Iraq, e che oggi è complice del massacro perpetrato dalle aviazioni egiziana e arabo-saudita nello Yemen; le armi che massacrano gli yemeniti passano tranquillamente nel territorio pisano-livornese, vi soggiornano e vanno ad alimentare un mercato di morte che, però, ingrassa un sacco di multinazionali (e, naturalmente, “crea posti di lavoro”); i governi degli ultimi decenni, dopo qualche sussulto (ricordate Sigonella?), appaiono del tutto consenzienti se non succubi; e tutti, dalle aule del parlamento a quelle delle scuole e delle università, parlano di pace. La disinformazione e l’illegalità sono alle stelle. Abbiamo fatto il deserto e lo abbiamo chiamato democrazia.