Piazza Fontana. Milano, 12 dicembre 1969. E ci si mutò il respiro

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Autore originale del testo: Marina Corradi
Fonte: Avvenire
di Marina Corradi – Avvenire

In molte scuole medie di Milano nel 1969 si facevano i doppi turni: tanti erano i figli del boom, tra milanesi e immigrati dal Sud, che i banchi non bastavano. Così noi bambine della prima femminile D, quel pomeriggio del 12 dicembre, si era in aula, alle medie Parini, a Brera, nel cuore della città. C’era lezione di italiano. Era una giornata uggiosa di pioggia, il cielo oltre le finestre del colore del piombo. Si stava facendo sera. Improvviso, nella quiete della scuola si allargò un boato: lontano ma profondo, terribile, come di una voragine che si spalancasse.

Ho negli occhi ancora l’istantanea di quella classe di ragazzine in grembiule nero con il colletto bianco ricamato con una M e una P, “Medie Parini”. Ci guardammo, le facce infantili attonite, poi guardammo l’insegnante, quasi a chiederle che accadeva. Ma anche la professoressa in cattedra se ne stava immobile, sbalordita. Erano da pochi minuti passate le 16.30, diceva l’orologio a muro accanto al Crocifisso. Qualcuna domandò cosa fosse successo. La professoressa si alzò, aprì la porta, a cercare qualche collega. I libri di grammatica rimasero aperti sui banchi, abbandonati. Nessuno di noi poteva sapere cos’era stata, quella lontana, cupa eco. Ma dalla vicina Questura di via Fatebenefratelli si scatenò un ululare rabbioso di sirene, Volanti che correvano via. Qualcosa di terribile doveva essere accaduto.

Alle 17 uscimmo da scuola, era buio, la città attorno risuonava delle sirene delle ambulanze – sembrava un pianto disperato. Ricordo i miei passi, venti minuti a piedi fino a casa. Ero sbalordita: mai, nella città in cui ero cresciuta, ricordavo di avere respirato quell’aria densa di sgomento e di paura. Milano, la sera del 12 dicembre 1969, mi parve un’altra. La città in cui ero nata, su cui mi ero affacciata all’inizio degli anni Sessanta, mi era fino ad allora parsa fondamentalmente lieta e positiva. A poca distanza da casa mia, alle Varesine, c’erano ancora le rovine di palazzi bombardati, i muri ricoperti di edera. Mi avevano raccontato, i miei, della guerra, dei bombardamenti, e io avevo ascoltato, senza crederci fino in fondo.

Guardavo con meraviglia le ultime rovine, ma dalla finestra della mia camera vedevo ogni mattina il profilo longilineo del grattacielo Pirelli, nuovo nuovo, audace come un punto esclamativo. E quella era per me Milano: una grande città in pace, fervorosa, che scavava nelle sue viscere per aprire i tunnel della metropolitana, che si allargava nelle periferie con palazzoni uguali e brutti, che però erano un tetto per la folla di immigrati che sbarcava alla Stazione Centrale con grappoli di bambini, e grosse valigie. E quei bambini, alle elementari erano sui banchi insieme a me.

La mia Milano, in quei giorni di dicembre, si preparava a far splendere un gigantesco albero di Natale in piazza Duomo, e le vetrine della Rinascente avrebbero esposto ogni meraviglia. Le botteghe di alimentari traboccavano di cose buone. In mio padre ancora coglievo, quando ci passavamo, lo sguardo incredulo di chi ha avuto fame.

Ma la Milano d’inizio anni Sessanta lavorava da matti, dall’alba, in un traffico indiavolato e frenetico. ‘Come è grande la città, com’è viva la città, com’è allegra la città, con tanta gente che lavora, con tanta gente che produce…’, avrebbe cantato Giorgio Gaber. Milano lavorava, faceva tanti bambini e sperava, dentro a una pace che a me sembrava il naturale stato delle cose. (A noi bambini, i bigliettai sui vecchi tram verdi sorridevano). Gli ultimi ricordi di quel 12 dicembre sono immagini in bianco e nero dalla tv, di feriti e mutilati e morti in piazza Fontana, appena dietro al Duomo, a pochi passi dalle vetrine sfavillanti della Rinascente. Incredibile per me, assurdo: come se sulla città fosse caduta una bomba, di quelle della guerra, in cui stentavo a credere. Rivedo nelle foto dell’epoca l’oceano di milanesi in piazza Duomo, al funerale delle prime quattordici vittime.

Ciò che li aveva spinti a lasciare il lavoro e la casa, quel mattino, era lo stesso sgomento che confusamente provavo io. Che cos’era successo? Un pazzo? Un anarchico, un fascista? E perché? Negli anni seguenti le strade sempre più si sarebbero gonfiate di cortei rabbiosi, di celerini in assetto di sommossa, nelle urla delle cariche, nel fumo dei lacrimogeni. Poi sarebbe iniziato il terrorismo. Vittime spiate e attese al varco sotto casa, ammazzate tra i passanti.

E di nuovo sirene, paura, angoscia, e le strade così vuote, la sera. Come se quel boato riecheggiato in un’aula di scuola fosse stato il segnale: di un altro tempo, più doloroso e duro. Come se la gioia per la pace ritrovata nel dopoguerra fosse ormai esaurita: e di nuovo la violenza si facesse largo nelle strade della città e del Paese, oscura, segreta, sempre in agguato. Adesso, i miei se tardavo un quarto d’ora avevano paura. Non ne avevano, prima. Era il nostro stesso respiro, quel 12 dicembre, che era cambiato.