“Quando c’era Berlinguer” vi farà piangere

per Gabriella

da l’Unità di Alberto Crespi 19 marzo 2014

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E finalmente, eccolo qua, il primo film da regista di Walter Veltroni. Ed è il film giusto, al momento giusto, quello che forse solo lui poteva fare. L’11 giugno 1984, quasi trent’anni fa, moriva Enrico Berlinguer. Per voi lettori non serve alcun ripasso: fu un dolore collettivo, un senso di perdita lancinante, qualcosa che si rompeva nei nostri cuori e – a posteriori – nell’Italia tutta.

Quando c’era Berlinguer è un documentario forte e struggente di fronte al quale piangerete tutte le vostre lacrime (il 27 marzo uscirà nei cinema distribuito dalla Bim; a giugno lo trasmetterà Sky, che produce). Veltroni lo costruisce con molto materiale di repertorio, con interviste a testimoni celebri e non, e levandosi due o tre sfizi veramente «d’autore». Uno rischierebbe di passare inosservato, perché è sui titoli di coda, ma siamo sicuri che Veltroni ci tiene e quindi partiamo da lì: dopo aver mostrato i cineasti del picchetto d’onore a Botteghe Oscure (e lì si vedono, attorno alla bara, personaggi quali Antonioni, Fellini, Mastroianni, la Vitti…) vengono montate, mentre scorrono i crediti e qualche proiezionista distratto avrà già acceso le luci in sala (non fatelo!), le immagini della riunione preparatoria per il film sui funerali.

E lì, affranti ma anche accesi nella discussione, si vedono volti ai quali siamo tutti affezionati: Maselli, Magni, Scola, Giuseppe Bertolucci, Gregoretti e tanti altri… è il segno forte di un rapporto intenso tra il cinema italiano e un partito che dai cineasti non pretendeva solo ortodossia ed egemonia, ma dava anche partecipazione, confronto, identità. L’altro momento potente del film è, naturalmente, l’inizio. Feroce, qua e là persino perfido (Veltroni buonista? Ma per cortesia…).

Una serie di rapidissime interviste, realizzate in mezza Italia, in cui persone di varia età ed estrazione (molti studenti, ma non solo) rispondono alla domanda fuori campo: chi era Enrico Berlinguer? Alcuni, per fortuna, lo sanno. Ma altri danno risposte surreali. «Uno scrittore?», «uno che ha fatto una guerra… la guerra di Corea, giusto?», «uno di destra… ma molto di destra!», e così via. E qui, sempre fuori campo, emerge come uno sgradevole riflusso duodenale un’altra epocale domanda: che razza di paese siamo diventati? Dov’è finita la memoria collettiva che dovrebbe essere il collante di una comunità?

La risposta, in qualche misura, arriva dalla bella immagine di piazza San Giovanni vuota, con le copie dell’Unità che svolazzano. E dal successivo tuffo nel passato che Veltroni compie: passato suo, e di una generazione. Una vecchia manifestazione. San Giovanni è gremita. Immagini traballanti di un vecchio super8 girato dallo stesso Walter – che sognava il cinema, e un po’ lo faceva! Volti noti e meno noti che passano. Un Giuliano Ferrara con il pugno chiuso. Un’ondata di giovani che, negli anni ’70, vogliono il cambiamento e portano il Pci a risultati elettorali impensabili. Un grande progetto che nasce. E poi… un monocolore Dc. Presieduto da Andreotti. Lì, una speranza fu infranta e qualcuno, anche all’interno della sinistra storica, prese vie di cui si sarebbe pentito.

Ma Veltroni continua a raccontare un’altra storia: quella di un uomo, Berlinguer appunto, che prima rompe con l’Urss e con il comunismo realizzato (rischiando anche di venire ucciso, in Bulgaria) e poi concepisce assieme ad Aldo Moro un progetto ancora più grande e rischioso. Se c’è un messaggio politico, in Quando c’era Berlinguer, ci sembra sia questo: Berlinguer e Moro avevano in mente un futuro politico «alternativo» che avrebbe portato l’Italia ad essere profondamente diversa. Furono fermati. Sul perché di questo stop, c’è ancora molto da studiare e da spiegare.

Una delle cose affascinanti di Quando c’era Berlinguer è proprio il suo essere una scaletta di argomenti, uno spunto per approfondire la ricostruzione storica in mille direzioni. Poi, di nuovo, c’è l’aspetto emotivo. Ci sono le testimonianze toccanti di Aldo Tortorella, di Emanuele Macaluso, di Giorgio Napolitano (che alla fine scoppia, anche lui, in lacrime). E ci sono soprattutto i ricordi della figlia Bianca, di Alberto Menichelli (il capo della scorta di Berlinguer, che fu con lui fino all’ultimo) e di Silvio Finesso, l’operaio della Galileo di Padova che era su quel palco maledetto. Qui la commozione si taglia con il coltello, e chiunque fosse allora un militante, un simpatizzante – diciamolo: un compagno – avrà fatto bene a portare con sé una robusta scorta di fazzoletti. Quando c’era Berlinguer è una sonda nel nostro passato e una possibile bussola per il nostro presente. Voi che state leggendo questo giornale, non potete non vederlo.

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