Quando eravamo Achille

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di Luca Billi, 29 gennaio  2019

La letteratura greca comincia con un capolavoro. Anzi con due. Si tratta oggettivamente di qualcosa di unico nella storia della cultura umana, perché in genere prima di arrivare a un testo fondante – quali sono l’Iliade e l’Odissea – occorre passare per tanta “brutta” poesia, a cui si appassionano i filologi e gli storici delle lingue, ma che noi fatichiamo a leggere. Naturalmente anche nella Grecia antica c’è stata questa “brutta” poesia, ci sono voluti secoli per arrivare a Omero, ma tutto questo lavoro a noi non è arrivato e quindi scopriamo la letteratura di quel popolo – e anche la nostra – attraverso queste due pietre miliari, che possiamo leggere e rileggere, sicuri di trovare sempre qualcosa di nuovo.
Omero ha inventato anche quella che noi molti secoli dopo avremmo chiamato la meta-letteratura, il romanzo nel romanzo. Succede nell’ottavo libro dell’Odissea. L’itacense è fortunosamente arrivato nell’isola dei Feaci. Il re Alcinoo, seguendo il parere dell’assemblea da lui convocata, decide di accogliere il naufrago, di cui ignora l’identità. Viene organizzato un grande e solenne banchetto di benvenuto per lo sconosciuto, a cui viene invitato anche l’aedo cieco Demodoco che, scegliendo tra il proprio repertorio – immagino molto vasto – intrattiene gli ospiti con il racconto della contesa tra Achille e Odisseo sotto le mura di Troia. L’eroe greco, sentendo quella storia, si commuove e sta per piangere; Alcinoo, riuscendo a notare questa cosa prima degli altri e non volendo mettere in imbarazzo l’ospite, porta tutti all’esterno, dove si svolgeranno delle gare sportive in onore del nuovo arrivato. Nel banchetto serale c’è ancora Demodoco e questa volta è Odisseo a fare una richiesta: che si canti la storia dello stratagemma attraverso cui è stata conquistata Troia. L’aedo canta e Odisseo a questo punto non riesce più a trattenere le lacrime: e quindi svelerà la propria identità.
Si tratta di un elegante gioco di specchi: un aedo cieco racconta la storia di un altro aedo cieco che canta le storie di Odisseo allo stesso Odisseo. E’ Calvino, è Borges, è la complessità del Novecento.
Il primo canto di Demodoco è poi particolarmente interessante, perché di questa contesa tra Achille e Odisseo non sappiamo nulla, se non questa fugace citazione omerica. Quando è avvenuta? Qual era l’oggetto di questa discussione così violenta tra due dei più importanti capi della spedizione greca? Da quello che Omero fa dire a Demodoco sappiamo solo che Agamennone era presente e che se ne rallegrò, riconoscendo in essa un segno predetto dall’oracolo della futura vittoria achea.
Provo a immaginare quello che Omero non ci dice. Presumibilmente Agamennone ha convocato un’assemblea dei capi greci per decidere, morto Ettore per mano di Achille, come riuscire finalmente a conquistare la città di Troia. Agamennone aveva un potere solo nominale sulla spedizione, senza l’approvazione degli altri capi non poteva fare nulla. Queste assemblee dovevano essere sempre particolarmente animate, visto il carattere non proprio conciliante di gran parte dei partecipanti. In questa si fronteggiano due opzioni. Achille propone di assaltare la città con un colpo di forza, di compiere quell’ultimo terribile gesto eroico. Odisseo controbatte che si tratta di una mossa avventata: nonostante la morte del più valente eroe troiano, le mura di Troia rimangono inespugnabili, per questo occorre trovare uno stratagemma per concludere il conflitto. Il coraggio contro la prudenza, l’eroismo contro l’astuzia. Prevalse la proposta di Odisseo a larghissima maggioranza: erano in guerra da quasi dieci anni fa, chissà cosa stava succedendo nei loro regni, chissà cosa facevano le loro mogli, era il momento di tornare, a qualunque costo. Certo Achille era un re potente, fare una cosa contro cui lui si era apertamente opposto non doveva essere facile, neppure per la maggioranza dei capi achei; per fortuna ebbe l’eleganza di farsi uccidere in battaglia e quindi nessuno più si oppose alla costruzione del cavallo. E Odisseo, giunto tra i Feaci, sembra voglia maliziosamente ribadire la propria vittoria, chiedendo a Demodoco di raccontare lo stratagemma che portò alla vittoria.
Questi pochi versi sulla contesa servono a Omero a dire che anche i due poemi, quello di Achille e quello di Odisseo, sono a un tempo legati e contrapposti. Il poema di Achille è la storia di un amore che porta alla morte, mentre quello di Odisseo è il racconto di una serie di avventure che portano a un lieto fine. O forse Omero, nella sua saggezza, ci vuole dire che anche a noi capita di essere nella nostra vita Achille e Odisseo, da giovani siamo passionali e innamorati come il figlio di Peleo e da vecchi prudenti e furbi come quello di Laerte, o magari – più raramente, ma a qualcuno di noi è successo – è da vecchi che diventiamo sognatori come Achille, mentre da giovani siamo stati realisti come Odisseo.  

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Luca Billi, nato nel 1970 e felicemente sposato con Zaira. Dipendente pubblico orgoglioso di esserlo. Di sinistra da sempre (e per sempre), una vita fa è stato anche funzionario di partito. Comunista, perché questa parola ha ancora un senso. Emiliano (tra Granarolo e Salsomaggiore) e quindi "strano, chiuso, anarchico, verdiano", brutta razza insomma. Con una passione per la filosofia e la cultura della Grecia classica. Inguaribilmente pessimista. Da qualche tempo tiene il blog "i pensieri di Protagora" e si è imbarcato nell'avventura di scrivere un dizionario...