Ripensare il male

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di Luca Billi   27 aprile 2016

Lo scorso 25 Aprile Zaira ed io abbiamo deciso di passarlo a Fossoli, vicino a Carpi, dove ci sono i resti di quello che fu il principale campo di concentramento e transito del nostro paese per la deportazione in Germania di ebrei e oppositori politici.

Il campo di Fossoli è un luogo dove non servono le parole per ricordare la Resistenza, dove la retorica è davvero fuori posto, dove ciascuno può fermarsi a pensare, riflettere, ricordare, anche pregare, se crede. Spero ci andiate – o ci torniate, se ci siete già stati – e vi invito a portare i vostri figli, i vostri nipoti. Ve ne saranno grati.

A Fossoli non ci furono le camere a gas, ci furono esecuzioni, certamente molte persone morirono per gli stenti e le malattie, ma in quel luogo non ti trovi davanti al Male, come ti succede ad Auschwitz, a Dachau, a Terezin e in tanti altri campi, in cui pure è doveroso andare in un pellegrinaggio della memoria. A Fossoli ti trovi di fronte a quella che Hannah Arendt ha definito la banalità del male. Non ho mai capito così a fondo cosa significassero queste parole fino a pochi giorni fa, fino a quando non siamo stati a Fossoli.

Proprio il fatto che il campo di Fossoli non fosse la meta finale del viaggio disperato dei deportati ne fa un luogo, se possibile, ancora più drammatico, perché lì si esercitò un crimine che poteva sembrare meno grave, che poteva essere considerato un semplice lavoro, una pratica da svolgere, nel miglior modo possibile. A Fossoli c’era già un campo per i prigionieri di guerra alleati e fu scelto perché poco distante dalla stazione di Carpi, lungo la linea ferroviaria del Brennero: una scelta di efficienza, per rendere i trasporti più veloci e meno costosi. La nostra guida – uno dei volontari grazie al cui impegno quel luogo di memoria è ancora aperto e vivo – ci ha spiegato che regolarmente, circa ogni quattro settimane, i responsabili del campo andavano al comando tedesco di Verona e qui ricevevano la lista delle richieste: quanti uomini destinare ai campi di lavoro forzato e quanti invece a quelli di sterminio. Quindi, da bravi travet, tornavano al campo e organizzavano per i giorni successivi il convoglio con la “merce” richiesta.

Non ci sono numeri esatti delle persone che in quei mesi lunghissimi passarono per il campo di Fossoli, perché gli archivi furono portati via quando, avvicinandosi le truppe alleate, queste attività furono trasferite nel campo di Bolzano. Le stime vengono fatte basandosi su quante derrate alimentari venivano inviate al campo. E allora ti immagini un piccolo mondo di impiegati, di contabili, di segretari, che aveva il compito di organizzare questo servizio, di registrarne le spese, di assicurarsi che tutto funzionasse. Così come c’erano quelli che gestivano gli spostamenti delle carrozze e dei torpedoni – quella che adesso chiamiamo logistica – per portare tutte quelle persone nei campi della Germania. Questi uomini furono anch’essi ingranaggi, per quanto piccoli, per quanto insignificanti, per quanto sostituibili, di quella terribile macchina di morte, erano anch’essi parte del male. Potevano essere i nostri nonni, poteva essere qualcuno che abbiamo conosciuto, potevamo essere noi, perché quello in qual tempo avrebbe potuto essere il nostro lavoro, perché non potevamo fare altro, perché in molte occasioni, anche quando c’era la consapevolezza – e forse non sempre c’era – non c’era la forza di ribellarsi. Potevamo essere noi che durante una normale giornata di lavoro avevamo registrato le spese per quel campo di prigionia e il pomeriggio, tornati a casa, non pensavamo a quello che avevamo fatto, al crimine di cui eravamo complici, ma magari eravamo arrabbiati perché un collega aveva avuto un incarico migliore del nostro o un permesso che a noi era stato negato. Potevamo fare quel lavoro come fosse una cosa normale, registrando quel pane, che per quelle donne e quegli uomini era forse l’ultimo che avrebbero mangiato. E potevamo essere noi il male, mentre eravamo padri premurosi o magari mentre offrivamo qualcosa da mangiare a qualcuno che ne aveva bisogno.

A Fossoli vedi i segni del male estremo, come quelli del bene estremo, perché, poco dopo la fine del conflitto, don Zeno Saltini, insieme ai suoi orfani, decise di occupare le baracche di quel campo e costituì Nomadelfia, la comunità di fratelli, di uguali, dove non c’è proprietà privata e dove i bambini sono figli di tutti.

Sarebbe bello se fosse tutto così semplice: da una parte Hitler e dall’altra don Zeno, il bene di qua e il male di là. Quello che però ti fa pensare – e ti fa in qualche modo paura – è dove il bene e il male si stringono e tu non li riconosci più: e a Fossoli c’è appunto anche questo.

Gli antichi greci raccontavano la storia di Edipo, che era diventato re di Tebe perché aveva salvato quella città dalla Sfinge. Ed era stato un buon re, saggio e capace. Ma prima di arrivare in città, lungo la strada che veniva da Delfi, aveva ucciso un uomo, che era il re di quella città, ma che era anche suo padre. E diventato re aveva sposato la regina vedova, che era anche sua madre. Edipo era a un tempo il migliore dei re, colui che aveva salvato la città da un pericolo mortale, e un uomo che si era macchiato di due colpe terribili: uccidere il proprio padre, giacere e avere figli con la propria madre. Quando se ne rende conto, Edipo non sceglie la via facile del suicidio, ma si punisce nel modo più terribile che poteva trovare: si condanna alla vita e alla memoria. Con la storia di Edipo gli antichi ci hanno voluto raccontare che il bene e il male sono due concetti difficili da capire per gli uomini, anche per i migliori, anche per quelli più intelligenti, quelli che sanno sciogliere gli enigmi; Edipo forse ha capito cosa siano bene e male solo dopo essersi accecato. Ripensando a quello che è successo a Fossoli in quegli undici mesi tra il dicembre ’43 e il novembre ’44, noi siamo ciechi come Edipo quando ancora vedeva, non riusciamo a capire davvero la differenza tra bene e male, perché questi due concetti si intrecciano nelle nostre vite, a volte fino a rendersi indistinguibili. Per questo, come Edipo, dobbiamo condannarci alla memoria.

Tra gli uomini che sono passati per quel campo c’è stato Primo Levi che, oltre a un bel passo di Se questo è un uomo, ha scritto questa poesia. intitolata Il tramonto di Fossoli.

Io so cosa vuol dire non tornare.

A traverso il filo spinato

ho visto il sole scendere e morire;

ho sentito lacerarmi la carne

le parole del vecchio poeta:

«Possono i soli cadere e tornare:

a noi, quando la breve luce è spenta,

una notte infinita è da dormire».