Roma-Bruxelles: come perdere la battaglia contro l’Europa

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di Guglielmo Forges Davanzati, – su “Nuovo Quotidiano di Puglia”, 2 dicembre 2018

La bocciatura della Legge di Bilancio da parte della Commissione Europea è stata da molti interpretata come un vero colpo di Stato contro l’Italia. Intenzionalmente o meno, la decisione della Commissione sembra aver rinvigorito il nazionalismo italiano e, contestualmente, screditato ulteriormente le già delegittimate Istituzioni europee. Sembrerebbe di trovarsi di fronte a un clamoroso errore. Ma forse così non è, dal punto di vista di Bruxelles.

Al di là del merito della decisione, occorre chiedersi perché, in questa fase, l’Italia è oggetto di attenzioni speciali rispetto agli altri membri dell’Eurozona, pur essendo l’Italia fra i membri fondatori della comunità europea (lo è dal primo gennaio del 1958) e pur essendo un contributore netto dell’area euro. Occorre ricordare, a riguardo, che l’Italia contribuisce al bilancio europeo in misura superiore rispetto a quanto attinge da questo: nel 2016 l’importo versato in eccesso rispetto alle entrate ammontava a oltre due miliardi di euro, nel 2017 a circa 12 miliardi.
Una risposta ragionevole sta nel considerare che l’attuale governo minaccia di non rispettare le regole europee – regole, è bene ricordarlo, estremamente discutibili – senza disporre di nessun meccanismo di minaccia nei confronti della controparte. Di minaccia dovrebbe trattarsi dal momento che l’architettura istituzionale europea è costruita come meccanismo di concorrenza fra Stati in un assetto che è formalmente di cooperazione fra Stati.

La sola vera minaccia che il Governo italiano potrebbe usare contro la burocrazia europea è l’exit unilaterale: decretare cioè l’abbandono dell’euro come valuta nazionale e tirarsi fuori dall’eurozona. La propaganda governativa inserisce qui una distorsione, che attiene a confronti impropri con altri Paesi. Il caso più diffusamente richiamato è quello inglese. Viene detto che l’Inghilterra è uscita dall’eurozona senza danni. Si tratta di un richiamo fuorviante, dal momento che, in primo luogo, il Regno Unito non ha mai fatto parte dell’area euro (ovvero non ha mai adottato l’euro come valuta nazionale); in secondo luogo, è fuorviante dal momento che gli stessi inglesi stanno provando a porre rimedio all’esito del referendum del giugno 2016, provando a optare per un’uscita che minimizzi i costi e che sia molto graduale (soft brexit) rispetto a quella prospettata, a suo tempo, agli elettori (la c.d. hard brexit).

I sondaggi disponibili – confidando nella loro attendibilità – ci dicono che la gran parte degli italiani è contraria all’abbandono unilaterale dell’euro. Ma, a fronte di ciò, vi è un diffuso consenso sulla manovra, anche da parte di intellettuali fino a poco tempo fa vicini alla sinistra. Un consenso che riguarda anche economisti che si definiscono keynesiani e che la interpretano come radicale inversione rispetto alle misure di austerità fin qui attuate. Si tratta di un’illusione ottica, dal momento che la manovra risente essenzialmente degli interessi della vera base elettorale della Lega (la piccola impresa del Nord), che vanno nella direzione di aumentare il deficit prevalentemente attraverso detassazioni – via flat tax – e di ampliare il mercato interno attraverso trasferimenti monetari – via reddito di cittadinanza. In tal senso, la manovra non può dirsi keynesiana, almeno nel senso che una politica economica propriamente keynesiana prevede incrementi di spesa innanzitutto per investimenti pubblici con finalità redistributive. La Legge di stabilità introduce, per contro, elementi che vanno nella direzione di aumentare le diseguaglianze.

In tal senso, non è il segno della manovra (espansivo) a destare preoccupazione in Europa, ma il tentativo di questo Governo di ribaltare la logica che guida le politiche dell’eurozona e che corrispondono agli interessi delle grandi imprese con elevata propensione alle esportazioni: creare cioè le condizioni per favorire la crescita aumentando le vendite all’estero – attraverso moderazione salariale e compressione dei prezzi – e riducendo le importazioni – attraverso riduzioni di spesa pubblica. In altri termini, la fondamentale incompatibilità fra Governo e istituzioni europee sta nel fatto che il Governo mira a espandere la domanda interna per far recuperare margini di profitto a imprese italiane che non riuscirebbero a recuperali tramite esportazioni, mente le Istituzioni europee fanno propria una linea di politica economica finalizzata alla crescita per il tramite dell’aumento delle esportazioni nette. Si è quindi in presenza di un tipico conflitto intercapitalistico, fra grande e piccola impresa, fra impresa esportatrice e impresa che opera sul mercato interno sul quale si basa il fragile equilibrio politico interno e l’ancor più fragile equilibrio nelle trattative fra il Governo e le Istituzioni europee.

In una condizione di restrizione del credito, peraltro, le piccole-medie imprese italiane stanno provando a finanziare i loro investimenti attingendo prevalentemente a fondi interni, come rilevato da una recente ricerca del CERVED. Ma poiché le fonti di autofinanziamento sono di importi modesti (a ragione della perdita di margini di profitto nell’ultimo decennio), vi è da attendersi una modesta dinamica degli investimenti privati derivanti da imprese di piccole e medie dimensioni.
L’eventuale exit è demandato all’attuazione del cosiddetto Piano B elaborato dal prof. Savona.
Il Piano è estremamente dettagliato a partire dall’inizio del processo – il periodo di transizione dall’euro alla nuova lira – che il prof. Savona denomina D-Day. Si parte da un presupposto inoppugnabile: la procedura di uscita deve essere mantenuta segreta, per evitare attacchi speculativi e corsa agli sportelli.

Nel documento si immagina che nel primo mese “i funzionari chiave pianificano l’uscita in segreto”, attuando “immediatamente controlli sui capitali e piano accelerato se la notizia trapela”. Non è chiaro chi potrebbero essere i “funzionari chiave”, per quale ragione dovrebbero custodire il segreto, né è chiaro come verrebbero selezionati. Sembrerebbe trattarsi di una sorta di tecnocrazia illuminata, il cui obiettivo – diversamente dalla tecnocrazia europea, e davvero non si capisce perché – è fare gli interessi dei cittadini italiani, e l’interesse dei cittadini italiani coinciderebbe con l’exit. Nel Documento si fa riferimento a un “gruppo di esperti indipendenti” di nazionalità italiana.
Il Piano B prosegue suggerendo, nei successivi tre giorni dalla decisione di uscita, di chiudere le banche e i mercati finanziari. Si immagina implicitamente che questa scelta sia percepita come una condizione normale (ciò che, per contro, si può immaginare è che si renderebbe necessaria un’operazione di militarizzazione).

Seguirebbero: nazionalizzazione della Banca d’Italia, ricapitalizzazione delle banche, ridenominazione del debito pubblico nella nuova valuta nazionale, immediata revoca della disposizione del Tesoro del 1981, il c.d. divorzio, abolizione dell’obiettivo del pareggio di bilancio dalla Costituzione, reintroduzione dell’IRI e, infine, conversione in misura 1:1 dei salari monetari da euro a nuova lira.

Il combinato dell’opposizione della gran parte degli italiani all’uscita e della non credibilità della stessa può spiegare per quale ragione l’Italia risulti perdente nella negoziazione con le Istituzioni europee, sebbene si possa ritenere che la negoziazione è indispensabile per modificare le regole di funzionamento dell’Unione. L’esperienza della crisi greca del 2015 dovrebbe insegnarci che qualunque tentativo di modificare le regole necessita di un coordinamento fra Stati. Va ricordato, a proposito di solidarietà fra Stati membri dell’Unione, che all’apice della crisi greca Matteo Salvini ebbe a dichiarare: “A me interessa l’Italia, che con tutto il rispetto non è la Grecia, che non ha un governo con le palle [sic!“]”.

L’empasse europeo è in larga misura qui: molti Stati vorrebbero modificarle, ma nessuno è disposto a rischiare per primo. Il rischio sta nelle sanzioni e nelle cosiddette reazioni dei mercati (ovvero attacchi speculativi sul debito pubblico); rischio nel quale l’Italia – anche per effetto di un braccio di ferro troppo azzardato – potrebbe purtroppo concretizzarsi a breve, con l’annunciata infrazione per eccesso di debito e la conseguente imposizione di misure di austerità più rigorose e più lunghe di quelle che abbiamo fin qui sperimentato.