Salvare il Parlamento, non i parlamentari

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Salvare il Parlamento, non i parlamentari. Ribadisco il concetto.

Che me ne faccio, che se ne fa la società italiana, e gli ultimi e penultimi in primis, di una quantità immensa di deputati, anche 30 milioni, 1 a 1 diciamo per esegarare, se poi il Parlamento è davvero ridotto a una scatola di tonno che attende il primo populista di turno per essere scavicchiata?

La questione è: come si misura la democrazia, come ne validiamo l’efficacia, dalle quantità che esprime (tot leggi, tot decreti, tot deputati, tot partiti, tot gruppi parlamentari, tot sedute, tot aule, tot seggi) oppure dalla sua capacità di rappresentanza politica, dal funzionamento del Parlamento, dalla sua centralità, dall’esistenza di una dialettica tra i partiti, da una partecipazione consapevole dei cittadini alla cosa pubblica?

Mi chiedo: in questi decenni i quasi 1000 parlamentari come hanno agito, quale indirizzo hanno impresso al Paese, quale discorso pubblico hanno sviluppato, che cosa hanno fatto oltre che ratificare l’impianto governista che la Seconda Repubblica ci ha donato?

Il Male è stato il maggioritario spinto, il premio per vincere, l’idea che tutto si riduca al voto in più. Il Male è stato così pervicace che oggi ha colpito soprattutto la nostra base elettorale e politica, ancor più che i vertici! Nel Paese sono quattro gatti quelli che parlano di rappresentanza, che vorrebbero i partiti e il finanziamento pubblico, che sarebbero disposti a giudicare positivamente la ‘politica’, tant’è vero che del grande moto di indignazione che scuote e fa vibrare la mia bolla FB contro il taglio dei seggi, non se ne vede traccia in giro, ossia nella realtà reale, anzi.

Il paradosso è che, se riuscisse la compensazione come dico io (sistema elettorale proporzionale con sbarramento, o comunque qualcosa di simile, tutto meno che il maggioritario spinto, il premio o peggio i pieni poteri a Salvini, esito finale quasi garantito senza l’attuale governo) ciò sarebbe stata una sorta di capolavoro politico, almeno nel senso che sarebbe stato fatto quasi contro l’opinione pubblica e contro il ‘popolo’, che si indigna (di più) per i neri ma non a causa di questo ‘vilipendio’ o presunto sfregio costituzionale.

[Ho come l’impressione (ma questa è una riflessione che lascio qui in fondo, così) che la battaglia politica oggi sia puramente formale, ‘pura’, virtuale, senza più contenuti. E questo vale per tutti, io per primo. Il metodo è stato ribaltato: prima cerco di individuare l’avversario dei miei interessi (per antipatia, per risentimento, per odio, per gioco) e poi impugno tutti gli argomenti possibili contro di lui, in un senso o nell’altro, a secondo di come più mi conviene.

Forse la crisi della sinistra è tutta in questo purismo, in questa formalismo o astrattezza del conflitto, che corrisponde benissimo ai caratteri del berlusconismo-renzismo egemonico: prima vengono i miei interessi, i miei risentimenti, le mie ambizioni, le mie frustrazioni, i miei odi, le mie ferite, i miei affanni, e poi individuo i miei nemici per combatterli. A quel punto lo spazio politico si alliscia davvero, non ci sono più limiti, destra, sinistra, sopra, sotto, tutto è calpestabile, e io posso muovermi a mio agio, e posso posizionarmi come si fa nel marketing, in totale libertà, solo nell’intento di conseguire i miei obiettivi. E da lì colpire.]