Salvare Venezia, d’accordo. Ma anche il Veneto dalla sua classe dirigente

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di Alfredo Morganti

Venezia è sommersa. Ed è una tragedia immensa per un Paese come il nostro, che gode di un patrimonio storico ineguagliato. Ho provato a immaginare se qualcosa di simile fosse successo a Roma, ma ho fatto cadere immediatamente il pensiero: oggi la spernacchierebbero, mettendola per prima sul banco degli accusati. Altro che solidarietà. Ho pensato anche a quali rimedi siano stati adottati nel tempo, per prevenire e salvaguardare una città miracolosa e incantevole dall’evento dell’acqua alta. Me n’è venuto in mente uno, il MOSE, immense paratie che avrebbero dovuto contenere la marea. Ma che, evidentemente, non la trattengono. Costo dell’opera? Pare 8 miliardi di euro circa. Una bella cifra. E allora ho pensato anche alle critiche e alle polemiche condotte costantemente verso Roma e il Meridione d’Italia. La prima colpevole di gettare via denaro pubblico in infrastrutture che non funzionano e non finiscono mai (ma io la metro C la prendo tutti i giorni). Il secondo reo della (non)realizzazione di opere pubbliche, che restano sospese come cattedrali nel deserto.

Beh, il MOSE sembra aderire perfettamente a queste caratteristiche imputate invece ad altri: è costato moltissimo, è ancora incompiuto, sembra del tutto inefficace. Con quegli 8 miliardi, si sarebbe avviato un piano di riqualificazione dell’intera città, con effetti nel tempo visibilissimi. Oggi Salvini chiede un miliardo per Venezia, per ‘salvarla’. Per farci cosa? Per investirlo sul MOSE o su altre opere pubbliche del medesimo tenore, e per chiedere all’Italia e agli altri italiani quello che in termini fiscali invece la Regione Veneto vorrebbe ‘trattenere’ con l’autonomia ? Spiegatecelo. Quello che so è che La Lega governa il Veneto dal 1995. Costituendo la classe dirigente stabile di quella regione da quasi 25 anni. Se proprio dovessimo individuare dei responsabili, sappiamo bene allora a chi dovremmo rivolgerci. I veneti e i veneziani (a cui va la mia solidarietà) prima di adempiere in futuro il loro dovere elettorale, invece di pensare ai neri, agli stranieri, ai meridionali, ai terroni, ai napoletani, ai romani, si concentrassero su quelli che parlano il loro stesso dialetto. Pensassero ai loro simili. Il problema ce l’hanno in casa, non fuori.