Un nuovo golpe

0
206

di Fabio Belli

Correva l’anno 1954 e correvano pure gli abitanti di Città del Guatemala nelle strade mentre i piloti della CIA scaricavano le loro bombe: era in atto il primo colpo di stato orchestrato dagli Stati Uniti nella travagliata storia del centro e sud America.  Il popolo guatemalteco fu testimone del rovesciamento del proprio governo ad opera dei “gringos”: il presidente democraticamente eletto Jacobo Arbenz Guzmán, che dal 1951 aveva iniziato una decisa politica di nazionalizzazione delle principali infrastrutture, fu costretto a lasciare il paese  al colonnello Carlos Castillo Armas che era a capo di un esercito di ribelli addestrato dalla CIA (i).

Probabilmente furono made in USA anche i colpi di stato avvenuti alcuni anni prima in Venezuela (1948) e solo un mese prima (maggio 1954) in Paraguay (ii). Il modus operandi per i successivi “golpe” fu più o meno lo stesso e l’elenco, che comprende oltre dieci stati (iii), inizia e termina con la Bolivia (il primo nel 1963): l’ultimo a farne le spese è Evo Morales, ma visti i progressi economici ottenuti in questi anni da quello che è considerato lo stato più povero dell’America meridionale, sarà probabilmente la maggioranza dei cittadini boliviani a subirne le più dure conseguenze.

Gli Stati Uniti hanno sempre considerato il Sud America come il loro cortile di casa, pertanto hanno da sempre esercitato un’influenza costante in quelle aree geograficamente vicine ai loro confini in quanto spesso ricche di risorse naturali utili alla loro economia e al loro benessere. L’evoluzione degli eventi di questi giorni era peraltro preventivabile visti i numerosi ricorsi storici citati in precedenza; è lo stesso copione che si ripete ogni volta e che decreta una sconfitta della democrazia vanificando, in tutto o in parte è ancora da vedere, gli importanti risultati di un progetto politico conseguiti in tredici anni.

Non stupisce il fatto che l’informazione, sempre asservita al potere e ai dettami dell’agenda neoliberista e ad analizzare sempre la “punta dell’iceberg” del problema, fornisca una lettura molto schematica e caricaturale delle vicende, attraverso un utilizzo orwelliano delle parole che finiscono per manipolare la realtà. Sui media tradizionali vengono messe in risalto le “dimissioni” di Evo Morales, mentre solo a margine viene scritto quello che effettivamente è avvenuto e cioè un colpo di stato (iv). Le immagini delle proteste poi fanno il resto riuscendo ad indirizzare l’opinione pubblica verso il pensiero unico dominante, come è accaduto per i recenti episodi in Venezuela, Ecuador e Cile.

Le elezioni boliviane del 20 ottobre scorso avevano decretato come vincitore Morales; a tutt’oggi le accuse di brogli elettorali, paventate dall’opposizione, sono da ritenersi infondate visto che neanche le organizzazioni internazionali che godono del supporto statunitense hanno potuto fornire le prove (v). Casomai sarebbe stato auspicabile attendere il nuovo conteggio dei voti atto a verificare le condizioni per l’elezione al primo turno che, secondo la costituzione della Bolivia, viene proclamata solo nel caso in cui il candidato più votato abbia ottenuto la maggioranza dei consensi oppure il quaranta per cento dei suffragi con il distacco del 10 per cento sul secondo. Il risultato ufficiale, infatti, aveva decretato vincitore Evo Morales con il 47 per cento contro il 36,6 sul secondo (vi).

Tuttavia, nel caso attuale della Bolivia, emerge un dato incontrovertibile che di per sé non giustifica queste azioni di forza sostenute da frange estremiste ed antidemocratiche. Sebbene la figura di Morales sia vista come quella del buono, del primo presidente indigeno boliviano che ha agito nell’interesse del popolo, specialmente per la maggioranza povera del paese, non bisogna dimenticare la sintesi storica dal suo insediamento in politica.

Evo Morales aveva assunto il suo primo incarico nel 2006, dimessosi nel 2009 al momento dell’entrata in vigore della nuova costituzione, si è ripresentato per il suo secondo mandato. Nel 2014 ha ripetuto la candidatura e, sebbene fosse il terzo mandato consecutivo non previsto dalla legge, ha ottenuto dal TCP, che è l’equivalente della nostra Corte Costituzionale, la possibilità di ricandidarsi visto che il primo mandato era terminato anticipatamente e che era antecedente all’entrata in vigore delle nuove leggi costituzionali. A questo punto il suo destino era segnato: o si modificava l’articolo che vietava il terzo mandato consecutivo, o Morales non avrebbe potuto presentarsi nel 2019. La revisione costituzionale ebbe inizio nel 2015 ma, come avviene nel nostro ordinamento, aveva bisogno di essere confermata da un referendum. Così anche la Bolivia nel 2016 ebbe una consultazione confermativa e l’esito fu lo stesso che in Italia: vinse il NO sebbene di poco (51% contro il 49% dei SI). A seguito di questa sconfitta i parlamentari del MAS (Movimiento al Socialismo), cioè il partito di Morales, fecero ricorso ottenendo una discutibile pronuncia favorevole da parte del TCP che vanificò le limitazioni costituzionali facendo appello ai diritti dell’uomo citando altre fonti del diritto tra cui anche quelle internazionali (vii).

L’uscita di scena di Evo Morales, autore indiscusso di un dimezzamento della povertà negli ultimi anni nonché di una massiva alfabetizzazione del paese e di un progetto di nazionalizzazione dei servizi in contrasto con le logiche neoliberiste, pone un interrogativo sulla difficoltà da parte dei movimenti popolari per quanto riguarda la creazione di nuove classi politiche e di un ricambio generazionale al potere. Benché questo ultimo colpo di stato fosse in programma da tempo e che forse sarebbe stato attuato anche con un ipotetico successore di Morales, è opportuno riflettere sui limiti che caratterizzano questi cambiamenti storico politici. 

I paesi sudamericani hanno tutto il diritto di disporre democraticamente di un’alternanza al potere, ma ciò sarà impossibile fintanto permarranno queste interferenze esterne generate da interessi imperialistici che da oltre settant’anni hanno diseducato un popolo sul valore della democrazia. Oltre tutto la discutibile decisione di violare le leggi di una costituzione, tra l’altro approvata da una larga maggioranza socialista, può costituire un’onta imbarazzante per le presidenze di Morales che ha il merito di aver attuato programmi politici a beneficio dell’interesse nazionale e che possono essere un esempio e un punto di riferimento per i governi di altri paesi presenti e futuri.