Saving Mary Poppins

0
128

di Luca Billi  5 gennaio 2019

Credo sia impossibile immaginare il Novecento senza Walt Disney, perché è stato capace come nessun altro di forgiare l’ideologia di questo secolo, di dirci quello che dovevamo pensare e perfino quello che dovevamo sognare, di dirci in una parola quello che dovevamo essere. Perché i suoi film continuano a essere bellissimi a distanza di ormai molti decenni da quando sono usciti nelle sale, perché continuiamo a guardarli incantati, anche se non siamo più bambini, perché conosciamo ogni gag, sappiamo fischiettare ogni canzone, riconosciamo immediatamente ogni scena, anche a distanza di molti anni da quando li abbiamo visti per la prima volta. Perché Walt Disney ha avuto la capacità di riunire attorno a sé i migliori animatori, i migliori registi, i migliori autori, i migliori musicisti, ritagliando per sé un ruolo del tutto inedito nella storia della produzione culturale. Senza partecipare materialmente alla realizzazione dei suoi film, senza dirigerli, senza scriverli, senza disegnarli e delegando tutti questi compiti ai migliori dei rispettivi campi, ne rimane indiscutibilmente l’autore, o meglio l’ideologo.
In questi giorni festivi Rai 1 ha trasmesso, una sera dopo l’altra, Biancaneve e i sette nani, Cenerentola, La bella addormentata nel bosco, Mary Poppins, rispettivamente del 1937, del 1950, del 1959 e del 1964: una cavalcata di quasi trent’anni nella storia del “secolo breve”, da quando il mondo stava per entrare nel secondo conflitto mondiale agli anni della guerra fredda e della corsa alla spazio. In questi trent’anni il mondo è cambiato moltissimo, ma le storie di Disney non sono mai cambiate: il bene vince e il male perde e quello che di buono o di cattivo ciascuno di noi fa è destinato a essere premiato o punito, invariabilmente. Noi ovviamente sappiamo che non è così, sappiamo che nella vita per lo più vince il male e che spesso le azioni cattive vengono premiate. Ma non nei film di Walt Disney, e siccome sono drammaturgicamente perfetti, noi finiamo per credere che la realtà sia quella e non quella in cui viviamo.
E si tratta naturalmente di un’ideologia profondamente conservatrice. Pensate al finale di Mary Poppins. Il padre diventa “buono”, comincia a giocare con i propri figli e a dedicare più tempo alla propria famiglia, ma non per questo perde il lavoro, anzi in qualche modo, grazie a questo, la sua carriera vola in alto, proprio come l’aquilone, la madre torna a fare la madre, rinunciando alle “fantasticherie” da suffragetta, i bambini diventano obbedienti, e così Mary può andarsene, senza che nessuno la saluti, quasi dimenticata. Mary Poppins è in qualche modo una figura “irregolare”, che è stata indispensabile per rimettere in riga i Banks, ma una volta che tutti i componenti hanno capito qual è il loro compito e qual è il loro posto nella famiglia e nella società, il vento cambia direzione e Mary deve andarsene: non c’è posto per una come Mary Poppins nella famiglia perfetta immaginata da Walt Disney.
Negli anni in cui esce Mary Poppins gran parte delle energie di Walt Disney sono indirizzate alla realizzazione di una città perfetta per queste famiglie perfette. Disney non la vedrà nascere, ma la sua corporation continuerà questo progetto, anche per mettere a reddito i tantissimi terreni acquistati nella zona di Orlando, dove sorge DisneyWorld. Celebration è la perfetta città disneyana, con le sue case chiare con il portico e il giardino, dove ci sono sei chiese cristiane e una sinagoga – perché questi sono i culti “accettati” e in questa proporzione – dove la popolazione è in stragrande maggioranza caucasica, dove non ci sono in giro ubriachi e mendicanti e dove Bert non potrebbe “sporcare” i lindi marciapiedi con i suoi disegni. E dove le famiglie sono quelle “perfette”, che fanno volare gli aquiloni e che non hanno bisogno di una come Mary Poppins.
E a Celebration probabilmente sarebbe stata mal tollerata, se non apertamente emarginata, una signora come Pamela Lyndon Travers, una donna che ha sempre voluto essere indipendente, anche quando non era di moda esserlo, che non si è mai sposata e che ha vissuto per molti anni con un’altra donna e soprattutto che ha voluto adottare un figlio da sola. La famiglia di Pamela, così ostentatamente senza un marito-padre, è davvero la maggiore antitesi possibile per la famiglia “targata” Disney.
A testimoniare la forza dell’ideologia c’è da notare che la corporation ha, per la prima volta, fatto un film sulla realizzazione di un proprio film. Saving Mr Banks è una sorta di making of dell’ideologia e, come tale, diventa anch’esso opera ideologica, perché fa diventare vera una storia che vera non è. E significativamente la Travers del film – che finisce per essere nell’immaginario la “vera” Travers – non ha figli, perché altrimenti si sarebbe dovuto dire quello che nessuno voleva dire, ossia che le famiglie sono una cosa più complessa da come le immaginava Disney e da come, nonostante tante battaglie vinte, ce le fanno ancora immaginare.
E, nonostante il nuovo film, questa non è neppure la società che accetta Mary Poppins. Significativamente una scena importante del film – e, come sempre, una delle più belle e divertenti – ci fa immaginare una storia d’amore tra Bert e Mary, fino a un loro possibile fidanzamento. Perché Mary Poppins può essere tutto, anche una strega, ma non una donna che vive senza un uomo.