Siamo oltre la ‘Milano da bere’

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di Alfredo Morganti – 8 maggio 2019

Qualcuno prima o poi dovrà chiedere scusa ai romani. Lo dico a metà tra indignazione e depressione. Non perché a Roma non vi siano mele marce e anche più. Ma perché sono decenni, da quando esiste l’Unità d’Italia e forse prima, che si addita la Capitale come la zavorra del Paese, quella che impedirebbe alle tante Milano da bere di portarci in Europa, dentro la modernità, laddove il dinamismo economico spazza via le tante posizioni di rendita e gli arcaismi sociali. Si è data un’immagine del Paese fasulla, sbagliata, solo perché serviva prendere a calci la Capitale per costruire immense fortune politiche o professionali. Roma non è Capitale morale, si è sempre detto, Roma è marciume, è una specie di infezione (ricordate la ‘Capitale corrotta=nazione infetta’ di Cancogni sull’Espresso? 1955!). Roma è l’essenza dello spreco, della corruzione, del fannullonismo, la città dove il cinismo e la nulla-facenza sono issati a sistema di vita. Mentre invece su al Nord si lavora e si traina tutti ma proprio tutti, in special modo i terroni della Bassitalia (come si diceva spregiativamente), che invece non fanno niente di niente e vivono nell’ignoranza e nella criminalità. Questa la ‘narrazione’ interessata che ci assorda da decenni. Lo ripeto: non sostengo che nella Capitale vada tutto a meraviglia, anzi, la cronaca parla per me. Dico invece che è ora di finirla di separare forzosamente e astrattamente il male dal bene, assegnando il primo in toto all’Urbe e al Meridione e il secondo, per intero, a Milano e al Settentrione.

Questo Eterno Ritorno della ‘Milano da bere’ la dice lunga, peraltro. I 48 sottoposti a misure cautelari (con tutta la prudenza garantista del caso), i 90 indagati nella classe dirigente lombarda e le motivazioni addotte dalla Procura squarciano un velo su scenari ben più tragici di quanto non raccontasse la vecchia tangentopoli. Il gip cita persino la “criminalità ‘ndranghetista”, indica la sua presenza attiva nell’hinterland milanese, mostra scenari a dir poco inquietanti. Sposterei dunque l’enfasi, nel titolo dell’Espresso, dalla “Capitale corrotta” alla “Nazione infetta”, perché questo è. Il nostro problema ha due implicazioni: per la prima bisognerebbe smetterla di utilizzare Roma come punching ball su cui scaricare tensioni politiche e guerra del consenso, peggiorando inevitabilmente (ad hoc!) una situazione già abbastanza compromessa. Per la seconda, invece, si tratterebbe di evitare l’errore complementare, quello di considerare Milano come moralmente sana a prescindere. Faccio salvi i milanesi, ovviamente, che sono parte lesa (come d’altra parte i romani) di questo can can. E porrei sotto i riflettori invece il ‘sistema’ Milano, quello che la gip Raffaella Mascarino, secondo il Corsera, fa emergere come “scenario di bassissima valenza sociale” nascosto dietro il finto “fiore all’occhiello di un certo modo lombardo di ‘fare sistema’”. È un doppio equivoco che deve essere sciolto, per il bene del Paese, per il riscatto della sua Capitale, per evitare che la battaglia per il potere finisca per stroncare l’Italia invece di rianimarla. Ripeto, qualcuno prima o poi dovrà chiedere scusa ai romani.