Mio padre giocava alle bocce e a tressette

0
289
Autore originale del testo: Giovanna Ponti

di Giovanna Ponti – 6 maggio 2019

Mio padre giocava alle bocce e a tressette.
La domenica spesso dovevo andare a “prenderlo”, nei vari bar di zona, per convincerlo a tornare a casa a un’ora decente.
Mi ci mandava mia madre che aveva sempre paura che bevesse qualche bicchiere in più. E gli capitava, ma lui era dolcissimo anche quando era un po’ brillo. Non ho mai capito come mia madre potesse arrabbiarsi così tanto quando era un po’ alticcio se era solito chiederle scusa appena entrato in casa:”Elvira, sono un disgraziato- diceva- un poer marter (un povero Cristo)”.
Adesso che sono moglie naturalmente la capisco un po’ di più, ma allora mio padre mi faceva solo tenerezza.
Io credo che la vera indole di una persona si manifesti quando è ubriaca o quando sta per morire. In tutte e due le occasioni, mio padre ha manifestato di essere un uomo bravo, in ogni senso.

Uomini di una volta che lavoravano manualmente tutta la settimana e con tanta fatica fisica.
Le mani di mio padre erano callose, piene di rughe nere che non si toglievano neanche con quelle paste che una volta si trovavano perchè pulissero le mani dei lavoratori manuali e degli operai delle catene di montaggio.
Mio padre faceva il sciostré (ossia il carbonaio per chi non è milanese).
Aveva un ragazzo che lo aiutava, ma anche lui per tutto il giorno in inverno saliva scale a piedi con sacchi di coke o antracite o legna sulle spalle.
La sera era stanco morto: faceva un bagno caldo e si coricava subito dopo mangiato.
D’estate faceva i traslochi con il suo camioncino: un volkswagen rosso. Ha fatto anche il trascolco per gente importante: ricordo un trasporto per Delia Scala e Modugno da un teatro a un altro in altra città.
Modugno era il suo cantante preferito e io so tutte le sue canzoni a memoria.
La sera di quel trasloco mi ha raccontato per filo e per segno tutto quello che Modugno gli aveva detto.Gli sembrava strano che una persona che vedeva in Tv poi nella vita fosse normale come qualsiasi altro. Anche gentile e simpatico.

La domenica, dicevo, mio padre andava a giocare, alle bocce nella bella stagione o a tressette in inverno.
Alle bocce era bravissimo e, se giocavano in coppia, a lui toccavano tutti i tiri per “bocciare”, cioè allontanale il pallino da una boccia avversaria troppo vicina.
A tressette giocava in coppia. La partita si svolgeva nel silenzio più assoluto, ma appena terminava si alzavano urla di recriminazione per come aveva giocato il “socio”, schiamazzi che duravano giusto il tempo di mischiare le carte da parte di chi era “di mazzo”.
A me piaceva andarlo a cercare. Ora tutti quei bar e osterie in Bovisa sono diventate altro: ristoranti o bruschetterie e al posto dei campi di bocce ci sono tavoli per mangiare all’aperto. Quando ci vado però io vedo ancora distintamente l’ambiente come erano allora.
Dovevo andare per esclusione: avevo tutto un percorso di tre o quattro luoghi dove mio padre poteva essere e quando lo trovavo mi sedevo ad aspettarlo e mi divertivo ad ascoltare i discorsi dei grandi.
A volte eccedevano in parolacce o doppisensi che piano piano ho incominciato a capire.
Parlavano di politica e non erano teneri con i governi che, notoriamente, non fanno nulla per “la povera gente”.

Ho scritto tutto questo ricordo per dire che per anni ho frequentato bar e osterie negli anni 60 e 70, ma mai ho sentito cose gravi come l’ultima uscita di un Ministro preposto alla nostra sicurezza:
“I camorristi si ammazzino tra di loro senza rompere le palle alle persone che non c’entrano”.
Avrei dovuto scrivere solo queste ultime cinque righe, ma i ricordi hanno avuto il sopravvento.

-.-.-.-

di Giovanna Ponti – 7 maggio 2019

I ricordi hanno preso il sopravvento ieri, ma la frase a cui volevo arrivare “I camorristi si ammazzino tra di loro senza rompere le palle alle persone che non c’entrano”, continua a farmi arrabbiare.
Intanto denuncia un’impotenza dello Stato da parte di un ministro dell’interno che avrebbe il compito di pensare alla sicurezza dei cittadini, a quella vera e non a quella solo paventata di orde di migranti che rubano, violentano, ammazzano, fanno attentati, e il tutto senza nessun dato che comprovi questa evenienza.
La lotta alla criminalità nostrana, quella più pericolosa e vampira nello strozzare l’economia italiana, lasciamo che la facciano da soli i vari clan, anzi speriamo che si aprano guerre fra famiglie di camorra, di mafia o di ndrangheta che così sfoltiamo un po’ la malavita organizzata che è il cancro , a questo punto dichiarato incurabile dal Ministro dell’Interno, del Paese.
Possibile non sappia che se la camorra, in questo caso, arriva ad sparare per uccidere un uomo in pieno giorno per le vie di una città è perché si sente forte, sta sollevando la testa, si considera libera di agire come ritiene?
Immagino la iniezione di fiducia che ha dato questa frase alle forze dell’ordine e alla magistratura dove ci sono uomini che le organizzazioni criminali le perseguono e le reprimono, con ì pochi mezzi che hanno a disposizione, tutti i santi giorni.
E vedo anche un Paese dove ci si augura si scateni la guerra fra bande, per le strade e in ogni luogo e quartiere, omettendo che se avvenisse sarebbe necessariamente a discapito della sicurezza di tutti coloro che si trovano per caso nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
Insomma per S. mafia, camorra e ‘ndrangheta sono associazioni a delinquere che è giusto si giochino “fra loro” la spartizione delle attività illecite del Paese, purchè non “rompano le palle” a chi è in altre faccende affaccendato che, per quanto lo riguarda, per il momento sono la partecipazione a comizi su balconi italici, il fare selfie con chiunque, il dichiarasi padre di famiglia per pochi e il comportarsi da sbruffone sempre.