Sinistra italiana, per tornare in campo rottamare Renzi non basta

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Stefano Fassina
Fonte: Il Manifesto
Url fonte: http://www.stefanofassina.it/news/sinistra-italiana-per-tornare-in-campo-rottamare-renzi-non-basta/

Intervento pubblicato su Il Manifesto

di Stefano Fassina, 5 luglio 2016

Dopo i passaggi elettorali di giugno, in Italia, Gran Bretagna e, in misura diversa, Spagna, è evidente che la variegata sinistra europea deve fare i conti con le ragioni strutturali della scarsa capacità di rappresentare il «suo» popolo.

Innanzitutto il popolo delle periferie culturali, economiche e sociali, non soltanto territoriali. È necessaria una radicale ridefinizione di cultura politica, di programma e di forma-partito per dare risposte efficaci a chi è scivolato, scivola o teme di scivolare al margine.

È la sfida di fronte alla fase costituente di Sinistra Italiana. È la sfida di fronte alle altre forze, storiche o giovani, della sinistra europea.

Invece, da noi, secondo la lettura politicista di una parte della «sinistra storica» dentro e fuori il Pd, la sfida è rottamare il rottamatore. Rottamiamo Matteo Renzi, l’usurpatore del Pd. Così, rimuoviamo l’ostacolo a un’offerta politica adeguata ed elettoralmente competitiva. Il referendum costituzionale, attraverso la vittoria del «No», è l’occasione per liberare il Pd dall’alieno e ritrovare a scala nazionale «il vero Pd», considerato in vita in residuali esperienze di governo territoriale, nonostante il totale appiattimento dei protagonisti di quei governi sull’agenda del Pd corrente, referendum incluso.

Purtroppo, la partita è decisamente più impegnativa.

In primo luogo, perché Matteo Renzi non è un usurpatore, ma l’interprete estremo del Pd nato al Lingotto, segnato dall’europeismo liberista e dalla visione plebiscitaria della democrazia. La matrice culturale del Jobs Act, della «Buona scuola», dello «Sblocca Italia», dell’accoppiata regressiva Italicum-revisione costituzionale deriva dall’impianto originario, largamente condiviso anche durante la segreteria Bersani, presente nell’albero genealogico del Pd in forme carsiche, parziali e incerte dall’89.

In secondo luogo, qui il punto decisivo che mette fuori gioco la sinistra, perché la «periferizzazione» delle classi medie è il prodotto della globalizzazione senza regole, verso la quale oggi la sovranità democratica è debilitata anche negli Stati più forti, mentre nell’euro-zona è svuotata a causa di una «costituzione» imperniata sulla svalutazione del lavoro a rimorchio del mercantilismo tedesco.

Allora, prima di fare diagnosi sulla malattia del Pd o sulla natura del M5s, proviamo a condividere l’analisi della fase e la strada da intraprendere.

Quali sono le assi di cultura politica con le quali ricostruire la funzione storica della sinistra come forza di civilizzazione del capitalismo, di dignità del lavoro, di cittadinanza democratica, quindi di progresso?

Su commo.org, la piattaforma partecipativa promossa da Sinistra Italiana, descrivo in forma estesa i punti.

Qui, richiamo i titoli.

Primo: il neo-umanesimo. Nel paradigma neo-umanista, la persona è al centro. La persona nella sua relazione con l’altro e l’altra, con il lavoro, con l’ambiente. Lo sviluppo umano integrale è l’orizzonte.

Secondo: la questione sociale, innanzitutto il lavoro, come base distintiva, intrecciata alla questione ambientale e alla questione democratica. La sinistra esiste e la democrazia funziona quando il lavoro è soggetto sociale e politico e la dignità del lavoro, nella pluralità di forme di mercato e fuori mercato, alimenta la centralità della persona.

La dignità del lavoro da conquistare attraverso la radicale rideclinazione ecologica dell’assetto produttivo, economico e sociale.

Terzo: il popolo delle periferie come constituency specifica, consapevoli che, rispetto alla classe operaia del ’900, l’aggregato è poliedrico, indisciplinato, attraversato da pulsioni regressive, ambiguo sul terreno etico e culturale, difficile da afferrare e orientare.

Quarto: la cultura del limite, per l’individuo e la comunità, nella relazione con l’altro e l’altra e con la natura, nostra madre e sorella, come magistralmente descrive Papa Francesco nell’enciclicaLaudato si’.

Cultura del limite come principio regolativo nelle «relazioni tecnologiche» tra persona e persona, tra persona e natura poiché non tutti i bisogni o desideri, sebbene tecnologicamente possibili, possono diventare diritti.

Quinto: la riaffermazione della sovranità democratica a scala nazionale, nella misura possibile in mercati globali senza regole, per rilegittimare e rilanciare la cooperazione europea.

Sono sempre più retoriche e astratte le invocazioni degli «Stati Uniti d’Europa» e le mobilitazioni per democratizzare l’Unione europea, proposte ad esempio da «Diem 25».

Il demos dell’eurozona non esiste. Esistono invece i demos nazionali, a parte laupper class, cosmopolita da sempre, promotrice e beneficiaria dell’ordine vigente. I demos nazionali hanno caratteri culturali, morali, linguistici diversi e interessi in competizione.

Insieme alla cultura politica e al programma, i soggetti.

La fase costituente di Sinistra Italiana deve avere tra i protagonisti le esperienze avviate in tante città per le elezioni amministrative, plurali ma soprattutto portatrici di valore aggiunto civico.

Deve, inoltre, coinvolgere, attraverso canali strutturati e nella reciproca autonomia, la miriade di comunità prefigurative impegnate per i beni comuni, oltre le rappresentanze storiche del lavoro.

Insomma, proviamo a guardare in faccia i problemi veri, le contraddizioni e le potenzialità.

Altrimenti, sconfitto Matteo Renzi, rimaniamo comunque fuori dalla partita e le forze regressive portano il popolo delle periferie nel baratro.

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1 commento

Melkilie 8 Luglio 2016 - 16:43

“sovranità democratica a scala nazionale”, “I demos nazionali”: d’ accordo, a patto che “nazionale” non implichi, “nei limiti dello stato-nazione”, creazione arbitraria ottocentesca in cui popoli (ma diciamo meglio “demoi”, mi piace la parola e mi sembra meno abusata di “popolo” o “nazione”) differenti sono rimasti inscatolati in virtù della prepotenza del più forte militarmente.

E’ usanza della nostra parte politica, nella sua incarnazione italiana, quella di essere “anticolonialista in casa d’ altri” accorgendosi dell’ oppressione nazionalista centralista sui compagni Corsi, sui compagni Catalani, sui compagni Baschi, sui compagni Nordirlandesi, e poi ignorare quanto il nostro stato nazionale (visto, in genere, “sub specie aeternitatis” come realizzazione di una “idea” platonica, e non come costruzione storica realzzatasi per i biechi interessi di una dinastia e delle élite economico-finanziarie ad essa legate) ha fatto entro i suoi confini, tacciando di reazionarismo, non solo Sardi e Siciliani Insulari, ma ancor di più tutti quei popoli negati (tranne quando si tratta di augurargli il peggio negli stadi “italiani”) come i Napoletani/Siciliani Continentali, di cui ogni rivendicazione di dignità di Demos autonomo viene tacciata di “Neobobbonismo” (l’ errore è voluto, è difatti la voce dell’ ignoranza a tacciare di tutti i mali un’associazione culturale priva di
finalità politiche) di “Masaniellismo” (qualunque cosa voglia dire)

o di contiguità con ambienti clericalisti e/o destrorsi in generale.

Il riconoscimento invece della validità di pensatori Marxisti come Nicola Zitara, e quindi un approccio realmente anticentralista, potrebbe essere la chiave di un recupero di discorso autonomo delle sinistre, non “inscatolato nell'”, ma anzi “incompatibile con” l’ approccio neoliberista del “pensiero unico”, e realmente antagonista e alternativo.

La “Nazione” italiana deve riconoscere di non essere più esistente della “nazione”
britannica, o di quella “iberica” o “balcanica”, tutte composte da diversi demoi accomunati da alcune caratteristiche (una lingua veicolare comune, affiancata a quelle locali, parte del percorso storico o altro) ma storicamente divise da rapporti colonialistici, tipici del sistema capitalistico (e qui una rilettura di Hosea Jaffe sul colonialismo, e anche del buon padre Marx, sulla questione irlandese ad esempio, non guasterebbe) e che quindi per primi dovrebbero essere combattuti da un movimento di una sinistra che voglia ancora dirsi “socialista” e figlia di quei movimenti sociali che hanno reso la seconda metà del secolo ventesimo uno dei periodi di maggiore estensione dei diritti umani, ed il cui rinnegamento ha portato al disastro attuale (e a quelli peggiori che potrebbero venirne).

Una Sinistra confederale, dove siano rappresentati tutti i “demoi”, che riprenda la tradizione federalista del socialismo, che combatta e denunci i rapporti coloniali e le discriminazioni territoriali (98,8% alle ferrovie del Centro-Nord e 1,2% a quelle del Sud? fondi per gli asili nido assegnati sulla base della “spesa storica” e non della popolazione infantile? cosa c’è di sinistra nell’ accettare tali discriminazioni? cosa “non di sinistra” nel denunciarle?), questa è la strada, altrimenti si rimane fiancheggiatori dell’ esistente, e non si va da nessuna parte…

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