Su vizio e povertà

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di Fausto Anderlini – 6 ottobre 2018

Devo qualche precisazione ai critici.

1. Io non sono affatto contrario a elargire provvidenze ai poveri. Ii M5S col suo peronismo-keynesismo ha in tal senso tutto il mio sostegno. Cionondimeno divengo sospettoso quando tali misure si accompagnano a condoni sgravi taglio dei servizi e altre cose poco raccomandabili. Cioè pesando sul salario (diretto e differito) anzichè su rendite e profitti. E divengo quasi furibondo quando questa roba viene guarnita di limitazioni e predicozzi all’insegna del risanamento morale. L’unico reddito di cittadinanza lo dà il lavoro che dovrebbe all’uopo essere creato remunerato e redistribuito spostando i rapporti sociali di potere. Altrimenti siamo nel regno dei food stamps.

2. Quanto alla vexata quaestio delle slot reitero il concetto. Ogni proibizione, fatte salve le dovute eccezioni, genera il suo surrogato, che all’occorrenza può essere ancor più nocivo. Ogni sano equilibrio sociale si basa su una certa proporzione, storicamente determinata, di permessi e divieti, obbedienza e trasgressione. L’errore non fu il via libera alle slot, ma l’assenza di una oculata programmazione del vizio. Il risultato è stato di trasformare ogni bar o tabaccheria in una sala giochi inquinando il territorio e la vita residenziale. Mentre invece si sarebbero dovute allestire grandi strutture specializzate come i casinò, traendone anche risorse per gli enti locali (e forse provando a risolvere l’annosa decadenza dei complessi termali). Oggi non si capisce perchè solo Venezia, Campione, San Remo e Saint Vincent godano del privilegio. Vizio programmato, concentrato, mininvasivo ed equidistribuito. Questo è mancato. Così è accaduto come quando era fatto divieto ai porno-shop col risultato di trasformare ogni edicola, per il piacere dei fanciulli in uscita dal catechismo, in luogo di smistamento di materiali pornografici.

3. Un commentatore mi ha chiesto come conciliare queste perorazioni ‘libertine’ con l’appartenenza al Pci. Noto partito ‘moralista’ e spesso vituperato per il suo bacchettonismo. La compatibilità è semplice. Il Pci era una chiesa, un ordine religioso coerente, gerarchicamente strutturato. Che perciò si guardava bene dal somministrare al popolo, tanto più quello di riferimento, i criteri etici di comportamento cui dirigenti e iscritti erano obbligati come corpo militante disinteressato. Proprio grazie a questa suo conclamato aristocraticismo il Pci poteva e sapeva vivere a contatto con la realtà e le sue perverse declinazioni. Godeva infatti di gran rispetto da parte della piccola delinquenza. Ancora nei ’70 chi passava per le carceri trovava con facilità giovani ‘criminali’ che erano iscritti alla Fgci. Il Pci non era un ‘esercito della salvezza’ e non andava in giro a fare prediche e a lanciare anatemi contro il vizio. il processo di emancipazione (e di redenzione) era di tipo sociale da ottenersi con la lotta e la coscienza di classe. Seguendo Hobsbawn sapeva che da ogni bandito poteva essere tratto un ribelle e da ogni ribelle un rivoluzionario. Inoltre le case del popolo erano incentrate sulle polisportive, i patronati, le associazioni sociali e politiche, ma anche sul gioco delle carte, del biliardo, delle sale da ballo e la distribuzione a buon mercato delle bevande alcoliche. Erano cioè anche cattedrali del vizio e del del tempo alienato extra-lavorativo dove passavano perdigiorno e biasanot (nottambuli) i più vari. Mentre le stesse sale da ballo erano luoghi perfetti per adescamenti extra-coniugali. Alzi la mano, del resto, chi non ha commesso qualche atto impuro disponendo delle chiavi della sezione di partito… Anche per questo oggi tanto si sente la mancanza di tutto ciò che è andato perso con il Partito….