Tiananmen trent’anni dopo

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di Franco Cardini – 10 giugno 2019

TIANANMEN TRENT’ANNI DOPO (4 GIUGNO 1989 – 4 GIUGNO 2019)

Tiananmen: una parola magica; un nome che ancor oggi commuove.

Ma perché? In pratica, in concreto, di preciso, che cosa ricordiamo di quella parola, di quel luogo, di quell’evento a trent’anni dagli eventi? Come spesso succede, ci capita di venir  chiamati a commemorare o celebrare fatti dei quali abbiamo solo una vaga memoria, e a proposito dei quali vengono fornite informazioni molto generiche se non addirittura fuorvianti. Quanti ricordano qualcosa di più specifico a proposito degli eventi di quei giorni (o per meglio dire di quei mesi, visto che proteste e repressione non avvennero certo nell’arco di 24 ore) certamente hanno in mente l’immagine che sempre viene riprodotta: quella di un uomo, forse uno studente, che impedisce a un carro armato di passare, spostandosi mentre il veicolo prova a schivarlo. Se è solo quel fotogramma che ricordate, si può aggiungere che l’episodio fortunatamente non ebbe esito drammatico: l’uomo salì sul carro per parlare con i soldati, poi venne fatto allontanare da altri manifestanti. Oltre alle immagini, aleggia un vago ricordo di studenti che protestavano, in modo generico, per “la libertà”.

Come spesso accade, le cose sono un po’ più complesse di così e nella Cina del 4 giugno 1989 si sommarono istanze assai differenti. Nel mondo c’era allora un’aria di smobilitazione del blocco comunista: la Russia di Gorbachev, la fine dell’Unione Sovietica, lo smantellamento del muro di Berlino sono tutti eventi di quel periodo. Restava la Cina, nella quale tuttavia pure era in corso un processo di modernizzazione, che si palesava in forme differenti che hanno avuto poi corso nei decenni successivi. Da una parte un rilassamento delle misure di controllo sulla stampa e l’opinione pubblica, dall’altro l’inizio di una svolta economica di tipo moderatamente capitalista, sebbene in un sistema che serbava la centralità del Partito e delle istituzioni ad esso connesse. Molti, da noi, si aspettavano il collasso puro e semplice del sistema, in analogia o in conseguenza di quel ch’era accaduto in Unione Sovietica. Le cose stavano in modo molto diverso: in fondo, avremmo ben dovuto saperlo.

La circolazione delle idee portava nella Cina di allora a un dibattito intorno al sistema politico: molti studenti si organizzavano per ottenere maggiore libertà d’espressione, guardando a modelli occidentali, spinti da figure come quella di Fang Lizhi, professore di astrofisica, che approfittando del rilassamento della censura si esprimeva a favore della democratizzazione della Cina a partire dall’Università. Difficile dire se il movimento agisse in modo del tutto indipendente, oppure se, come abbiamo visto di recente con molte cosiddette “Primavere arabe”, non vi fosse invece la mano di qualche governo straniero o di qualcuno dei “servizi” occidentali a fomentare la protesta. Accanto agli studenti, però, si andavano organizzando anche movimenti di lavoratori: nei giorni di Tiananmen, infatti, finirono per saldarsi visioni potenzialmente opposte fra loro. Infatti, i lavoratori protestavano contro i rincari: a partire dal 1988, il Partito guidato da Deng Xiaoping aveva promosso una parziale liberalizzazione dei prezzi, il che aveva provocato nella popolazione un’ondata di panico che si era concretizzata nella richiesta di contante presso le banche, ovviamente provocando ripercussioni negative. Sino a quel momento, i cinesi avevano potuto contare su prezzi calmierati per i generi alimentari e per altri beni ritenuti fondamentali, che in parte erano comunque mantenuti. Ma già questa prima liberalizzazione aveva fatto sì che una parte della popolazione si trovasse in difficoltà: di qui le proteste dei lavoratori, profondamente differenti per aspetto, per prospettive e per qualità da quelle studentesche.

Ovvio, infatti, che il modello occidentale propagandato dai sostenitori di una svolta democratica della Cina andasse esattamente nella direzione una ben maggiore liberalizzazione del mercato, tratto fondamentale delle società americana e (in parte) europea. Questa confusione di intenti era resa possibile dalla mancanza di organizzazione all’interno del movimento studentesco, dove pure si saldavano istanze assai diverse: si andava da chi protestava contro nepotismo e corruzione in favore di un ripristino della purezza del Partito, fino a coloro che avrebbero invece voluto l’abolizione del Partito stesso. Il governo  era dal canto suo profondamente spaccato fra riformisti e conservatori: tuttavia il leader dei riformisti,  Hu Yaobang, morì d’infarto il 15 aprile 1989, in un momento centrale per il dibattito sociale.

Durante i mesi di aprile e maggio, studenti e lavoratori scesero in piazza, non soltanto a Pechino. Tuttavia, il raduno di piazza Tiananmen era il più importante perché organizzato nella capitale e per il numero di partecipanti in quella che si palesò per settimane come un’occupazione accompagnata da episodi di sciopero della fame. Che cosa accadde esattamente il 4 giugno è motivo di controversia ancora oggi. Tra la dirigenza del partito e il movimento, che come detto, però, non aveva una sola ‘testa’, vi erano stati colloqui e trattative che si erano trascinati per settimane: al punto che la visita di Gorbachev a metà maggio non aveva toccato la piazza occupata, bensì aveva seguito altri percorsi. Nella seconda metà di maggio ci fu un forte dibattito interno al Partito fra coloro che erano a favore di una prosecuzione delle trattative e quanti, invece (incluso lo stesso Deng Xiaoping), temevano un’escalation di proteste.

Alla fine del mese, il primo tentativo dell’esercito di entrare in città fu bloccato dai manifestanti: nessuno aprì il fuoco e i militari si ritirarono. Intanto, in piazza Tiananmen, il dibattito e le liti erano all’ordine del giorno perché mancava l’accordo sulle prospettive del movimento. Fra 1 e 3 giugno si verificarono i primi scontri, nei quali alcuni soldati disarmati furono aggrediti dai dimostranti. La sera del 3 entrarono in città bus e blindati carichi di militari che si scontrarono con i manifestanti, in larga parte lavoratori e non studenti. Gli scontri culminarono il giorno dopo con una strage di civili (300 di sicuro, ma furono forse  ancor più numerosi) accompagnata peraltro dalla morte di numerosi militari linciati e bruciati nei tanks: non in piazza Tiananmen, ma nelle strade del centro.

La piazza fu invece sgomberata senza fare uso di armi da fuoco, e molti studenti accettarono di ritirarsi senza opporre resistenza.

È evidente che la strage del 4 giugno fu il frutto di molti fattori differenti: mutamenti economici in corso, istanze libertarie di un paese investito dai cambiamenti, forse ingerenze estere. Impossibile invece dire che cosa sarebbe stato di una Cina “pro-Tiananmen”: dal momento che, come detto, nelle proteste convergevano istanze anche opposte le une alle altre. Il dovere della memoria di quei fatti e delle vittime ci impone di comprendere la complessità degli eventi, senza cedere alla tentazione di ricordare solo lo studente dinanzi al carro armato: un’icona che sembra voler dire tutto e che invece non spiega niente.