Sinistra di marketing e di governo. Il preambolo contro i neri

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di Alfredo Morganti – 13 giugno 2019

Federico Rampini su ‘Repubblica’, e con lui molti altri, ritengono che la vittoria della socialdemocrazia danese dipenda da due fattori. Il primo, “una linea dura sull’immigrazione” (sic!), il secondo, la proposizione di un classico programma da sinistra sociale, ossia “più spesa pubblica, più tasse sui ricchi”. Interpretazione facile, quasi banale. Ma Rampini è ancora più drastico di quanto non appaia. Sembra quasi che dica che la variabile vera, quella indipendente, sia la chiusura del flusso immigratorio ai confini, solo a seguito della quale sarebbe possibile sviluppare un welfare più forte. Ai tempi di Roosevelt e Kennedy, dice Rampini, l’America ebbe la sua stagione più equa e solidale. Fu quello, difatti, un periodo di forte restrizione dei flussi migratori. Già altrove lo stesso giornalista aveva detto che il welfare è applicabile nei termini più efficaci, solo quando la società è più omogenea socialmente (ed etnicamente?).

Detta così significa che chiudere le frontiere ai poverissimi ma non alle merci, divenga la prima cosa da fare. Dopo di che va bene qualunque politica, una di sinistra-sinistra ma anche una di destra, tanto è vero che in Italia abbiamo Salvini e in Danimarca, pare, la sinistra. Diciamo che ci troviamo di fronte a un caso tipico di politiche ad assetto variabile fondate su preamboli. La chiusura delle frontiere (ma anche dell’accoglienza, comprese le navi con 50 disgraziati a bordo morti di fame e di sete) diventa un fatto tecnicamente neutrale, una specie di atto dovuto. Dopo di che le politiche possono spaziare ovunque, verso qualsiasi latitudine, purché si rigettino indietro i neri e divengano il capro espiatorio generale. D’altronde, come ha scritto David Frum su The Atlantic: “Se i progressisti non fanno rispettare le frontiere ci penseranno i fascisti”. Perché lasciare il salvinismo a Salvini? Ci devono pensare, in sua vece, i neosalviniani degli altri schieramenti. In pratica, dovremmo fare i fascisti al posto loro, così li battiamo.

Questa tecnicizzazione delle politiche di accoglienza, che poi sono politiche etniche a tutti gli effetti – questa neutralizzazione che le rende un buon preambolo per tutte le latitudini, sia per la destra sia per la sinistra, dà l’idea del punto ultimativo a cui siamo arrivati. Pochi ormai a sinistra pensano che si debba lavorare sul senso comune, sulle visioni culturali, sul civismo, sulla percezione dei doveri pubblici – pochi ritengono che l’egemonia debba conquistarsi operando sull’opinione pubblica e sugli istituti che la costituiscono. Il prevalere del marketing, l’idea che la politica sia rozzamente ‘vincere’ le elezioni e poc’altro, la convinzione che il consenso si giochi sui preamboli (appunto la linea dura sull’immigrazione), spinge a non concepire più un effettivo progetto di trasformazione. Oggi ‘tutto il potere ai media’ è sinonimo di conservazione e trasformismo. Le vacche sono davvero tutte nere, e tutte intente a tenersi il mondo così com’è pur di governarlo. Il prevalere dell’esecutivo (e del potere che assicura) porta diritto alla conservazione dell’esistente, al più alle rivoluzioni passive, che poi sono quelle di lor signori, comprese le “élite” di sinistra che le propagandano.