Gli effetti redistributivi e recessivi della flat tax

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Autore originale del testo: Guglielmo Forges Davanzati
Fonte: Nuovo Quotidiano di Puglia

di Guglielmo Forges Davanzati  – 13 giugno 2019

L’inizio del semestre italiano della Presidenza della commissione europea coincide con l’annuncio della procedura di infrazione per debito pubblico eccessivo. L’Italia ha il più elevato debito pubblico in rapporto al Pil fra i Paesi dell’Eurozona e soprattutto, come confermato da tutti i dati macroeconomici disponibili su fonti ufficiali, è l’economia che cresce meno nel confronto con gli altri Paesi dell’Eurozona. Dallo scoppio della prima crisi del 2007-2008, con eccezione della Grecia, l’economia italiana è tendenzialmente cresciuta meno della media dell’Eurozona. A ciò va aggiunto un tasso di crescita delle regioni meridionali ulteriormente inferiore a quello medio europeo e sistematicamente inferiore a quello del Nord del Paese. L’aumento del debito pubblico italiano è da imputare al continuo aumento degli interessi che lo Stato italiano paga ai sottoscrittori di titoli di Stato, in aumento rispetto allo scorso anno e superiori alla media europea e, nella prima metà del 2019, anche superiori ai rendimenti dei titoli greci.

I fattori che sono alla base della bassa crescita dell’economia italiana (e del conseguente aumento del debito) sono molteplici, ampiamente discussi in letteratura e non riconducibili al recente passato. Fra questi, un fattore sul quale è scarsa l’attenzione è la ripartizione dell’onere fiscale fra gruppi sociali. La tassazione in Italia è sempre stata molto alta e superiore alla media OCSE (inferiore solo a quella dei Paesi scandinavi) ed è aumentata in modo significativo negli anni della crisi, soprattutto a danno della piccola impresa e del lavoro dipendente. L’incidenza dell’imposizione fiscale sul Pil si attesta, in Italia, intorno al 45% a fronte di una media europea di circa il 30%. Su fonte OCSE, si rileva che la distribuzione dell’onere fiscale in Italia è meno progressiva di quella vigente nei principali Paesi industrializzati, con una notevole incidenza dell’imposizione indiretta (le imposte sui consumi: tipicamente l’IVA). Imposizione regressiva è tale quando, in termini percentuali, i più ricchi pagano meno di quanto pagano i più poveri. Anche al netto della possibilità – per i primi – di allocare le proprie risorse nei c.d. paradisi fiscali; possibilità preclusa ai più poveri. Anche a ragione della minore progressività dell’imposizione fiscale (in violazione, peraltro, dell’articolo 53 della Costituzione), l’Italia sperimenta le maggiori diseguaglianze distributive fra i Paesi OCSE e il Mezzogiorno le sperimenta in misura ancora maggiore.

La ripartizione dell’onere fiscale a danno dei percettori di reddito basso è, al tempo stesso, (con)causa ed effetto della recessione in corso. E’ concausa perché attiva un doppio circolo vizioso.

1. La tassazione riduce la domanda interna e la riduce tanto più quanto più grava sui percettori di redditi bassi. Ciò a ragione del fatto che questi ultimi sono coloro che esprimono la più alta propensione al consumo. La riduzione della domanda, a sua volta, genera aumento del tasso di disoccupazione e conseguente perdita di potere contrattuale dei lavoratori, non solo nel mercato del lavoro, ma anche nella sfera politica. Il che rende possibili misure di ulteriore redistribuzione dell’onere fiscale a danno dei lavoratori (e a favore delle imprese, sotto forma di decontribuzioni). L’esito è recessivo e dannoso per le stesse imprese (almeno per quelle che vendono sul mercato interno) dal momento che, mentre gli sgravi fiscali consentono alla singola impresa di essere maggiormente competitiva, potendo praticare prezzi più bassi, l’aumento della tassazione sui redditi più bassi comprime i consumi, dunque i ricavi e i profitti monetari per la collettività delle imprese.

2. In più, la tassazione grava prevalentemente sul lavoro in ragione della concorrenza fiscale che i Governi sono indotti a perseguire per attrarre investimenti e per evitare delocalizzazioni. In altri termini, l’elevato debito pubblico frena la crescita perché comporta un aumento della tassazione prevalentemente a danno dei soggetti non mobili su scala internazionale e non creditori dello Stato: dunque lavoratori e piccole imprese. Il continuo aumento della tassazione sul lavoro riduce i consumi e la domanda interna. L’aumento della tassazione che grava sulla piccola impresa impedisce riduce la possibilità di fare investimenti per aumentare le proprie dimensioni e, dunque, la produttività. Si consideri, a riguardo, che la grande maggioranza delle imprese italiane è collocata nella fascia dimensionale 0-9 addetti ed esprime un valore aggiunto per addetto notevolmente inferiore a quello espresso dalla media europea delle imprese delle stesse dimensioni. Si consideri anche che le imprese manufatturiere italiane di medie dimensioni – nella classe 50-250 dipendenti – hanno una produttività del lavoro superiore alla media europea delle imprese delle medesime dimensioni.

La “rivoluzione fiscale” promessa dalla Lega va nella direzione di accentuare questa dinamica perversa, mediante l’adozione della c.d. flat tax (tassa piatta), una tassazione regressiva che fa pagare più tasse a chi ha redditi bassi.
La tesi governativa a favore dell’imposta piatta usa questi argomenti:

a) La tassa piatta contribuisce a semplificare il sistema tributario. Vero o accettabile. La contro-obiezione è banale: perché la semplificazione in quanto tale dovrebbe produrre crescita e maggiore occupazione?

b) La tassa piatta disincentiverebbe l’evasione fiscale. Mentre è plausibile ipotizzare che un inasprimento della pressione fiscale spinge verso una maggiore evasione, l’effetto contrario non è affatto certo, ovvero non è affatto certo che che abbassando le tasse diminuisca la propensione ad evaderle. La riduzione dell’organico dell’agenzia delle entrate non è una misura efficace per contrastare i profitti da evasione.

c) La tassa piatta incentiverebbe gli investimenti. E’ un argomento molto discutibile. Può essere sufficiente ricordare le rilevanti decontribuzioni accordate alle imprese negli ultimi anni, con effetti su crescita e occupazione pressoché nulli, per comprendere che si tratta di un effetto che potrebbe non verificarsi mai. Gli investimenti sono guidati dalle aspettative di profitto e queste ultime dalle aspettative in ordine all’andamento della domanda. Se i consumi ristagnano (e verosimilmente ristagneranno ancor più per effetto della maggiore tassazione sui redditi più bassi), vi è semmai da attendersi un peggioramento delle aspettative imprenditoriali e una riduzione – o un non aumento – degli investimenti.

Quest’ultima considerazione indurrebbe a operare in senso contrario, ovvero a detassare i redditi più bassi proprio al fine di accrescere gli investimenti. Vi è ampia evidenza, infatti, in merito agli effetti di ‘accelerazione’ che – a partire da un aumento dei consumi – generano incrementi del tasso di accumulazione. Né vale l’obiezione per la quale l’aumento dei consumi genererebbe un rilevante peggioramento dei conti con l’estero, dal momento che, come mostra l’evidenza empirica, l’Italia ha una bassa propensione alle importazioni e l’aumento degli investimenti pubblici, avendo effetti moltiplicativi molto alti, in larga misura si autofinanzia attraverso l’aumento del reddito nazionale e del conseguente aumento del gettito fiscale.

Se poi, come ripetutamente dichiarato da esponenti leghisti, la “riforma fiscale” che si sta preparando ridurrà l’incidenza della tassazione sul Pil (in continuo aumento dagli anni novanta), non si tratta di una vera rivoluzione: il provvedimento, infatti, si inquadra in pieno in una lunga serie di riforme del sistema tributario che lo hanno reso più ingiusto e che, rendendolo più ingiusto, hanno contribuito – soprattutto attraverso la caduta dei consumi e il rallentamento del tasso di accumulazione e dunque del tasso di crescita della produttività del lavoro – al declino di lungo periodo dell’economia italiana.