Un caso “deuterocardiniano”, ovvero un “falso Cardini”

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di Franco Cardini – 30 dicembre 2018

La “santa famiglia”

Ci sarebbero infinite cose di cui parlare in queste settimane: politica interna, politica estera, etica, economia eccetera. Ma quest’anno ho ormai scelto, per il periodo natalizio, di astenermene; e anche di non affrontare argomenti che comporterebbero di solito l’uso di toni polemici. Scelgo, pertanto, uno degli argomenti che ormai da circa mezzo secolo e forse più sono “natalizi” per eccellenza: Tolkien e la sua opera. Vero è che, anche qui, v’è una certa sottintesa polemicità: anzitutto la riedizione de Il Signore degli Anelli nella traduzione di Vittoria (Vicky) Alliata, ma con una Introduzione di Quirino Principe non so quanto gradita dalla traduttrice, e che comunque va vista nella prospettiva dell’altra traduzione, che presumibilmente sarà molto diversa, annunziata dal gruppo Wu Ming; inoltre, ho scoperto uno strano apocrifo che mi riguarda, e che Vi propongo assieme a un articoletto quello in effetti mio, ma redatto ormai sedici anni or sono e del quale le vicende recenti ripropongono comunque l’attualità.

UN CASO “DEUTEROCARDINIANO”, OVVERO UN “FALSO CARDINI”

Qua e là qualcuno mi dice spesso di aver trovato, in questa o quella improbabile sede sparsa, qualche mio scritto. Sospetto si tratti di “falsi”, elaborati per scopi a me ignoti. Nulla di strano, in fondo: non sarà legale, ma sono le regole del gioco dell’età informatica (per quanto me ne sfugga lo scopo).  

Un caso recente è, però, di un certo interesse. Il 17 gennaio prossimo ci sarà molto probabilmente a Roma, nel chiostro della basilica di Santa Caterina da Siena, alle 17, un incontro sulla questione delle traduzioni di Tolkien: pare che quella “classica” di Vittoria Alliata sia oggetto di un serrato attacco la natura del quale sarà interessante appurare. Non sono né un anglista né un tolkienista, ma mi sono un po’ occupato della questione e temo che dovrò essere  della partita per non far la figura dell’assenteista. Sarò pertanto costretto, quindi, a cominciare con il raccogliere quanto ho scritto io, con il rileggerlo e il riconsiderarlo.

Però sono purtroppo un  confusionario: non ho un archivio in ordine e ho cambiato in vita mia troppe volte casa; inoltre, la mia biblioteca e le mie carte sono sparse in sette o otto luoghi diversi. Difficile per me raccogliere i miei pur poveri e modesti contributi tolkieniani. Allora ho diffuso la voce tra gli amici per essere aiutato: e comincia già ad arrivare qualcosa. L’amico Alessandro Bedini mi ha fatto avere un breve articolo a mia firma, che ha trovato nel sito www.amicidilazzaro.it. Non è nemmeno malaccio, ma ha un difetto irrimediabile. Non è mio. Non l’ho scritto io.

Posso dirlo con certezza non solo in quanto il taglio e l’argomentare di quelle righe non mi appartengono, ma perché ci sono due precisi “marchi di fabbrica” che fanno la spia:

  1. L’anonimo falsario, evidentemente non germanofono, scrive “leit motiv” (usando oltretutto le virgolette: per le parole straniere è stretta regola accademica il corsivo), termine inesistente: in tedesco si scrive Leitmotiv (plurale Leitmotive), letteralmente “motivo conduttore”;
  2. L’anonimo commette l’imperdonabile errore di scrivere “qual’è” (con l’apostrofo!) anziché un corretto “qual è”. Chiamo il cielo e la terra a testimone che avrei potuto bruciare alcuni villaggi boemi per molto meno.

Con tutto ciò, ripeto, l’articolo – per quanto su alcune cose io non concordi – non è male: anche se mi attribuisce un cattolicesimo che non sta esattamente nelle mie corde. Ve lo passo affinché anche voi lo leggiate e magari mi aiutiate a individuare da quale sacco esca questa strana farina. Ricchi premi e cotillons a chi fornirà valide tracce di ricerca del falsario, che potrà anche essere perdonato. Non prima, peraltro, di essere stato sottoposto ad appropriata ammenda morale, aver ammesso il suo crimine, essersi scusato e aver esposto decorosamente le ragioni del suo insano gesto. E studi un po’ di tedesco e di stilistica, che non gli farà male.

L’amico Luciano Canfora gioirà, ma forse non senza una punta d’amarezza. Dopo lo PseudoArtemidoro, voilà che arriva lo PseudoCardini. Mala tempora… D’altronde, ogni tempo ha i falsari (e i falsificati) che merita. Voi beccatevi questo.

Quanto ai responsabili di www.amicidilazzaro.it, sappiano che non ho nei loro confronti intenzione alcuna né di denunzia, né di querela. Vorrei solo capire da dove hanno tratto lo scritto in questione; nel caso lo abbiano invece elaborato essi stessi o un qualche loro collaboratore, mi piacerebbe comprenderne le ragioni. Pubblico il testo di www.amicidilazzaro.it, corredandolo con alcune mie note che ne evidenziano l’apocrificità.

IL TESTO “DEUTEROCARDINICO”

Leggi il testo (9 Settembre 2018)

Scarica IL TESTO DEUTEROCARDINICO  (PDF)

Fin qui l’Apocrifo. Quanto a me, da tempo non mi occupavo più di Tolkien, prima che la notizia della nuova traduzione (non ancora edita) a cura di Wu Ming non mi obbligasse a farlo: ma di ciò ho già dato conto in uno dei recentissimi numeri di MC. Prima di allora, il mio ultimo scritto tolkieniano risale al 2002, quando uscì il film di Peter Jackson. Eccolo:

FRANCO CARDINI, 2002, SU IL SIGNORE DEGLI ANELLI  DI PETER JACKSON

GIU’ LE MANI DA TOLKIEN

La versione filmica de Il Signore degli Anelli è molto meno infedele al testo e allo spirito della grande saga tolkieniana di quanto si sarebbe potuto temere: rallegriamocene. Ma con prudenza: ché un conto sono le intenzioni del regista e del soggettista, un altro gli esiti che un qualunque film tratto da un’opera letteraria possono produrre negli spettatori. Le orde di uomini, donne, giovani e giovanissimi e bambini che in queste settimane hanno preso d’assalto le sale di proiezione di tutto l’Occidente sono solo in modestissima misura costituite di persone che hanno sul serio letto l’opera maggiore di Tolkien; fra essi, una minoranza infima è in grado di contestualizzarla all’interno degli altri libri tolkieniani che è necessario conoscere per entrare nello spirito di essa, vale a dire quanto meno Lo Hobbit e Il Silmarillion; e sono ben pochi, fra questi ultimi, quelli in grado di padroneggiare la problematica complessa e delicatissima che a queste opere presiede, il rapporto fra la fede cattolica di questo grande studioso inglese nato in Sudafrica da una madre presto convertitasi al cattolicesimo – che egli ereditò –, il suo impegno di filologo e di medievista e la sua fantasia mitopoietica.

Siamo perseguitati da parecchi decenni da una sorta di kitsch teratologico e teratofilo che ci arriva dagli Stati Uniti d’America: improbabili e di solito abbastanza ributtanti mostracci e mostriciattoli, accompagnati dagli effetti speciali alla Steven Spielberg, si sono impadroniti del cinema imponendo un genere sado-maso-horror spesso accompagnato alla ricostruzione ucronica di saghe epiche ambientate in “universi paralleli” nei quali forte si avverte il convergere del filone sword and sorcery e del gusto neo-pseudo-medievale dal quale sono usciti films a suo modo classici come Conan il Barbaro. A questa già dubbia miscela si è aggiunto un ritorno alla fantasia magica, com’è attestato dal successo dei libri e dei film dedicati a Harry Potter; una magia ambigua, che può essere “buona” o “cattiva”, come nel fortunato serial televisivo dedicato a improbabili “streghe”, ma dove in realtà, dietro le apparenze del “ritorno” all’arcaico pensiero magico, trionfa il più postmoderno e occidentale dei sogni, quello dell’onnipotenza dell’individuo.

Allevati e cresciuti in un clima di questo genere, che cosa potranno capire i nuovi fans di Tolkien, quelli che ai suoi libri giungono – se e quando vi giungono – dopo averne vista la versione cinematografica, e che, digiuni di autentici miti e di archetipi ben compresi, poco o niente sanno di saghe norrene, di immrama e di mabinogion celtici, di letteratura cavalleresca, e magari hanno attinto alle “leggende del Graal” attraverso le grottesche deformazioni d’una letteratura occultistica da tempo arrivata ormai nelle edicole e le ambigue affabulazioni del new age?

Natura serena e schiva ma tormentata da segrete inquietudini, John Ronald Reuel Tolkien – nato in Sudafrica nel 1892, residente in Inghilterra dall’età di tre anni circa, convertito al cattolicesimo con la madre nel 1900 – aveva cominciato a organizzare il suo mondo di lost tales, “fiabe perdute”, fin dal 1917, quando aveva venticinque anni. Filologo e specialista di letteratura inglese medievale, docente a Oxford fin dal 1925, egli aveva partecipato all’eterogeneo cenacolo degli inklings (letteralmente, gli “inchiostringi”, del quale faceva parte anche C.S. Lewis) e aveva per lunghi anni accompagnato la crescita segreta del suo mondo di miti. Il Signore degli Anelli è in realtà una trilogia, pubblicata fra 1954 e 1955. Pochi anni dopo, con la nascita del movimento hippy, quello strano fluviale poema in prosa dove si parlava di maghi, di talismani e di avventure divenne una specie di Bibbia dell’esperienza esistenziale alternativa. Tolkien lo aveva detto con chiarezza: letteratura di “evasione” sì, ma nel senso di “evasione del prigioniero”, cioè del prigioniero di guerra, che evade per tornare a combattere; non in quello di “fuga del disertore”, che scappa per salvare la pelle e viene meno così facendo al suo dovere.

Negli Anni Sessanta-Settanta (Tolkien sarebbe morto, ottantunenne, nel 1973) il successo dello scrittore inglese raggiunse l’Europa: e lo si guardò come un fenomeno “di destra” appunto perché postulava l’”evasione del prigioniero”, la scoperta di  modelli e di prospettive di tipo alternativo rispetto al determinismo materialista e al “pensiero unico” di tipo marxista che in quegli anni costituivano l’atmosfera che quasi uniformemente si respirava a livello intellettuale. Qualcuno, superficialmente giudicando il mondo mitico di Tolkien e i suoi dèi, parlò di “neopaganesimo”, suggerendo che si potesse trattare quasi di un esperimento di fantasia neonazista. Era una calunnia infame: Tolkien, che aveva orrore di Hitler, gli rimproverava anche questo, l’aver inquinato l’immagine dell’antica mitologia germanica piegandola alla sua perversa propaganda. Ma, dinanzi al conformismo di quegli anni, quella fuga nel mondo dei maghi e degli anelli incantati era salutare.

Da allora, troppa acqua è passata sotto i ponti. Il materialismo dialettico è scomparso, per lasciare il posto a un materialismo volgare fatto di consumismo e di corsa al profitto e al successo. Ma l’angoscia che nel mondo occidentale si è diffusa come contraccolpo di questo inaridirsi di prospettive ha generato, fra le altre cose, un “ritorno selvaggio del sacro” che a sua volta si è tradotto in infinite mistificazioni pseudoreligiose e neoreligiose cavalcate da sètte e conventicole neo-orientali, neoceltiche o sedicenti tali. Dinanzi a questa confusione dove allignano perfino pennellate di ridicolo satanismo, dinanzi a questo balbettar di falsi e nuovi miti che scopre al tempo stesso l’incapacità di attingere correttamente al Sacro e di servirsi in modo ordinato della fantasia, ma anche – e in modo insopprimibile – il bisogno dell’uno e dell’altra, Tolkien va riletto non già lasciando spazio a un libero gioco fantastico che quasi nessuno sembra avere più gli strumenti per sostenere, bensì procedendo a una sua rigorosa rifilologizzazione.

Tale scelta ci conduce a sottolineare quel che, sotto l’aspetto della saga pagana (ma attenzione: anche gli estensori delle saghe norrene raccolte tra XI e XIII secolo, quelle dalle quali conosciamo il paganesimo nordico, in realtà erano cristiani…), c’è in Tolkien di profondamente cristiano, anzi cristiano-cattolico. Che cosa? Assolutamente tutto. E cominciamo pure dallo stile del Silmarillion, che parla di antichi dèi immaginari ma suggerisce una tematica profondamente e radicalmente monoteistica e creazionista, ispirata direttamente allo stile biblico (nel 1960 Tolkien collaborò alla traduzione della “Bibbia di Gerusalemme” dal francese all’inglese). Per proseguire poi in un’analisi che, badate, potrebb’essere analitica e puntuale, sul carattere cristico e cristomimetico della figura di Aragorn come Sovrano del Secondo Ritorno, al pari di Artù – ma anche e soprattutto del Cristo – rex venturus; e su analogo carattere di quella di Frodo Baggins, il “portatore dell’Anello” che si carica del malvagio potere dell’oggetto terribile come il Cristo si è caricato della croce di tutti i peccati del mondo. Si è parlato de Il Signore degli Anelli come di un “romanzo manicheo”, dove Bene e Male si distinguono chiaramente: Giorno contro Notte, Luce contro Tenebra. Niente di più falso. Nel romanzo, trionfa proprio il grigio: il colore di Gandalf. Bene e male si mischiano di continuo, come nella vita degli esseri umani. La vera grande vittoria del Bene è quella che Frodo riporta dentro e contro se stesso, rinunziando al potere dell’anello; così come, in Saruman, si ribadisce che corruptio optimi pessima.

Ma questi dati fondamentali sono del tutto trascurati e sconosciuti almeno a livello massmediale: dove trionfa la lettura di Tolkien, specie dopo il successo del film, in termini di semplice heroic fantasy e di ambigua spiritualità di tipo new age. Nel mare di sciocchezze scritte e pubblicate di recente al riguardo, poche cose si salvano. Segnalo Le radici non gelano. Il conflitto fra tradizione e  modernità in Tolkien, di Stefano Giuliano (Salerno, Ripostes, 2001) e Tolkien. Il mito e la grazia, di Paolo Gulisano (Milano, Ancora, 2001). Significativamente, sono solo alcuni piccoli coraggiosi editori a prestar voce alle voci più giudiziose, naturalmente minoritarie. Il resto è consumismo volgare, maghi da baraccone e draghi di plastica aggravati dai trucchi informatici. L’Occidente opulento e sicuro di aver ragione rischia di confondere Aragorn con Bush e Sauron con Bin Laden: e non si rende conto di quanto sia pericolosa l’avanzata del Saruman globalizzatore, di quanto sia urgente liberarsi dell’Anello del nuovo materialismo.