Un dibattito misero misero, che conferma il nostro declino (prima parte)

0
1333

di Giovanni La Torre

Le discussioni, anche accese, che animano la via che porterà all’approvazione della legge finanziaria, crocevia delle ambizioni (si fa per dire) e delle pulsioni di tutti i partiti, anche questa volta rivelano la mediocrità della nostra politica, la pochezza e l’inadeguatezza della nostra classe dirigente.
Ogni gruppo politico, ogni personaggio, e questo vale anche per numerosi precedenti governi, cerca solo di iscrivere a proprio favore qualche rivoletto di miliardi, o anche solo di milioni, che però nel complesso fanno miliardi anche loro, destinati a questa o a quella categoria, con assoluta assenza, ripeto: da parte di tutti e non solo da oggi, di un disegno complessivo di “sviluppo” (quando riprenderemo a usare questo termine e non quello solo quantitativo di “crescita” imposto dal neo liberismo?) della comunità italiana.
Ogni governo, da un po’ di anni a questa parte, definisce di volta in volta la propria finanziaria “espansiva”, “rivoluzionaria”, “storica” e altri aggettivi simili. A volte mi sono chiesto, sentendo queste esclamazioni iperboliche: “vuoi vedere che l’Italia è il paese che cresce di più e non me ne sono accorto? In realtà si tratta di aggettivi tanto roboanti quanto vuoti di contenuto reale. Sono solo slogan da somministrare ai propri adepti, e da divulgare urbi et orbi.
La miseria del dibattito è esplicitata soprattutto dalle due questioni che più animano le polemiche: la pressione tributaria e il costo del lavoro. Se qualcuno ha ancora bisogno di convincersi che il nostro paese è in declino, l’indicazione di queste “priorità” nazionali gli danno la prova definitiva. Le nostre imprese, anzi l’intera economia, per galleggiare e reggere la concorrenza internazionale hanno bisogno solo di due cose: pagare meno tasse e spendere meno per il lavoro. E’ questa la competitività che perseguono le economie e le imprese di sistemi di serie B, quelli di serie A la competitività la perseguonoin altro modo, con le innovazioni e l’efficienza gestionale. Diamo qualche numero, sperando di non annoiare il lettore.
1) Pressione fiscale sul Pil 2018 (Cgia di Mestre): con il suo 42,1% l’Italia è 6° in Europa. La Francia è al 48,4%, il Belgio al 46,9, la Germania al 40,7%;
2) Pressione fiscale sulle imprese (aliquote in vigore): Italia 27,9%, Francia 33%, Germania 30%;
3) Cuneo fiscale 2018 (Ocse – % sul costo del lavoro): Italia 47,9%,Germania 49,5%, Belgio 52,7%, Francia 47,6%;
4) Costo del lavoro per dipendente 2018 (Ocse – $ a parità di potere d’acquisto): Italia 59.594, Francia 70.105, Germania 80.284, Belgio 79.308, UK 63.287.
Questaè la situazione reale, non pare ci sia questa emergenza fiscale e del costo del lavoro, di cui si grida quotidianamente. Voglio mettere in guardia i miei lettori da alcune frequenti manipolazioni:
a) non facciamoci ingannare quando si fa il confronto con la media europea, perché ci sono Paesi dell’Est entrati nell’Ue da poco che hanno ancora un bassissimo livello dei servizi sociali, e quindi abbassano di molto la media, ma noi non possiamo paragonarci con questi paesi;
b) non facciamoci ingannare quando si fa il paragone con il Regno Unito e gli Usa, perché in questi paesi le coperture sanitarie e previdenziali sono per lo più una questione privata. Ci sono ricerche che hanno dimostrato che se si somma alla pressione fiscale e al cuneo fiscale ufficiale le spese per le polizze sanitarie e previdenziali, il costo complessivo per i cittadini è superiore alla pressione fiscale dei paesi nei quali quelle coperture sono pubbliche.
Peril momento mi fermo qui, perché il “gessetto” sta diventando troppo lungo. Riprenderemo il discorso nel prossimo.