Sovranità e territorialità

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In occasione della necessità politica di condannare lo scempio dell’attuale presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, nei confronti dell’Amazzonia, Emmanuel Macron, presidente della Francia, ha così commentato: «Occorrerebbe uno statuto internazionale per la foresta amazzonica, nel caso in cui i dirigenti della regione prendessero decisioni dannose per il pianeta».

Tale affermazione é per me occasione di riflessione circa il danno che le frontiere nazionali continuano ad arrecare a molta umanità. Gli esempi storici sono molti, ma quelli contemporanei destano maggiore apprensione, giacché vissuti nel nostro presente quotidiano. In questi giorni la Siria é oggetto di forzoso spostamento delle sue frontiere con la Turchia, con scopi di ennesima sopraffazione turca a danno di Kurdi in lotta per il Rojava. Molti altri si potrebbero citare nei confronti di culture, etnie e religioni minoritarie sparse per il mondo. Tuttavia, penso che una riflessione sui concetti di “sovranità” e “territorialità” si renda necessaria.

Prima di affrontare il non semplice argomento sulla relazione della sovranità rispetto alla territorialità, quali entità non soltanto concettuali, credo opportuno accennare a qualche tentativo di definizione operato da diversi autori in epoca moderna. La maggioranza conviene sul fatto che la “sovranità” riassume tutti i poteri riconducibili all’esercizio politico dell’azione di comando sulla popolazione di specifici territori.

Altri discutono sul suo legame o meno circa una particolare forma di governo o un particolare tipo di organizzazione sociale. Quasi tutti, comunque, convengono sulla circostanza che detta azione di comando sussiste solo in presenza di un “potere territoriale”. Il magistrato francese Jean Bodin (1520-1596) nel suo celebre libro La République, pubblicato nel 1576, cercò di fornire una risposta giudicata più idonea per i suoi tempi, che rispondesse alla necessità di giustificare la “monarchia assoluta”, con riferimento allo specifico ambito territoriale francese. (1)

Tuttavia, dopo il Contratto Sociale di J.J. Rousseau, (2) che non lega la formazione del patto sociale al concetto di “territorialità”, l’individuazione dell’esercizio della “sovranità”, intesa come “sovranità territoriale” é divenuta impresa ardua perché più complessa. Cosa lega, infatti, la sovranità di un popolo a quello che di volta in volta nella Storia é collettivamente vissuto come “suo territorio” ? Prima di dare risposte affrettate a tale domanda, credo sia opportuno cercare i presupposti originari della formazione di un concetto, che più di qualche governante cerca di ricondurre ad una sorta di “archetipo”. (3)

A tale scopo credo sia importante convenire sull’idea antropologica che le prime comunità umane di Sapiens, per sopravvivere in gruppo ebbero necessità di “strumenti unificanti”. Pertanto, credo altresì lecito supporre che il gruppo di appartenenza ebbe necessità di dotarsi di un “riferimento-guida”, capace più di altri nell’interpretare la natura e le potenzialità degli stessi “strumenti unificanti”.

Dallo studio dei reperti archeologici d’epoca paleolitica sembra evidente che quest’ultimi fossero in stretto collegamento con le necessità di sopravvivenza individuale, pur nell’ambito degli stessi gruppi (o clan) di appartenenza.

La maggioranza dei paleo-antropologi inizialmente si persuasero che le caratteristiche del “riferimento-guida” fossero riconducibili alla maggiore abilità nella caccia di prede: abilità tali da poter sfamare ciascun componente del gruppo. Tuttavia, in tempi più recenti la ricerca paleo-antropologica conviene sulla convinzione che già in epoca paleolitica la necessità prevalente del “gruppo-clan” fosse la comunione di tipo religioso.

Poiché la comunità umana preistorica, che oggi definiamo “homo sapiens”, fu il risultato di una sia pur lentissima evoluzione biologica, non é azzardato supporre che il legame più profondo del “gruppo-clan” fosse la comune discendenza materna: legame che avrebbe permesso più tardi (in epoca tardo-neolitica) la formazione di società ispirate al culto della Dea e con organizzazione sociale di tipo matrilineare.(4)

La prima convinzione trova giustificazione nella prosecuzione dell’attività di caccia anche nel corso degli eventi caratterizzanti ciò che definiamo Storia. La seconda in testimonianze sia archeologiche sia di comunità matrilineari oggi emarginate, di cui ancora é documentabile l’esistenza.

In entrambi i casi la scelta del “riferimento-guida” discende da necessità e valori (anche di tipo religioso) squisitamente “naturali”, ovvero inerenti il contesto biologico, che definiamo “biosfera”.

Qui interessa evidenziare che, per quanto non sia lecito attribuire poteri al soggetto individuato di volta in volta come “guida” del gruppo-clan, possiamo comunque definire tale scelta sociale come una prima forma pre-storica di riconoscimento della “sovranità”. Anche nei millenni successivi dell’epoca neolitica nelle società matriarcali la sovranità era esercitata dalla somma “sacerdotessa”, che indirizzava il clan di appartenenza nel seguire lo stile ossequiosamente e religiosamente riconoscente nei confronti della Dea. Ciò avveniva senza riferimento alcuno alla territorialità.

Sappiamo essere persuasione diffusa quella che l’esercizio della sovranità non possa prescindere dall’individuazione di un territorio. In molti atti di tipo istituzionale i poteri attribuiti (o auto-attribuiti) a colui o coloro che assumono la qualifica di “sovrano” trovano valore e giustificazione con riferimento ad un’entità territoriale.

Tuttavia, dalle testimonianze rese dai reperti umani fossili, grazie al DNA estratto, possiamo decifrare efficacemente gli itinerari di diffusione su tutte le terre emerse delle piccole comunità di Homo Sapiens. Ciò fa capire quanto la migrazione sia una tipica caratteristica umana, che esclude il concetto di territorio. Dico questo perché la domanda da porsi é un’altra, ovvero: da quando l’esercizio della “sovranità” é vincolato ad una delimitazione territoriale ?

Quando il popolo di Israel lasciò l’Egitto per conquistare la “terra promessa” ebbe bisogno di una “guida”, non solo spirituale, per quanto anche normativa (vedi tavole di Mosè). Se in questa testimonianza biblica é rinvenibile l’esercizio della “sovranità”, la risposta sulla necessità di una delimitazione territoriale é negativa.

Comunque, se quella biblica può essere considerata una narrazione mitologica, sappiamo che anche tra i popoli nomadi più conosciuti in Europa (Rom, Sinti) esistono forme di “sovranità”. (5)

Inoltre, non risulta che le società pre-storiche di ispirazione prevalentemente matrilineare abbiano mai avuto delimitazioni di confini. Infatti, non c’é riscontro di reperti di steccati o di mura, né di castelli di epoca pre-storica. Tutto ciò dice che la necessità di difendersi da invasioni ostili nacque con l’avvento delle società d’ispirazione patriarcale. Pertanto, il nesso tra territorio e sovranità é diventato “storico” soltanto dai tempi delle necessità belliche e /o di conquista.(6)

Con le invasioni degli indoeuropei (di ispirazione culturale patriarcale) l’organizzazione sociale delle civiltà umane, anche se già organizzate in “clan” matrilineari, fu caratterizzata dall’imposizione/ riconoscimento di un “capo”, capace di unificare tutti i clan di medesima comunanza linguistica in “tribù”. Quest’ultime a loro volta portatrici di un identità etno-linguistica sintetizzabile nella definizione di “popolo”.

Dai resoconti greci e romani dell’epoca (7) sui cosiddetti “popoli barbari” (sebbene caratterizzati da un’organizzazione gerarchica, con relativo esercizio di “sovranità”) non risulta che essi avessero territori ben definiti. Detti popoli furono appellati come “barbari” anche perché invadevano territori, ma non possedevano neppure quelli di provenienza. Questo ci fa capire che la possibilità di esercitare il “comando” (e gli annessi poteri) prima dell’Impero Romano non facevano affidamento su un presunto senso comune di “appartenenza territoriale”.

Tale riflessione é assai utile nel valutare l’importanza attribuita da alcuni all’inconscio collettivo, per la sua capacità di individuare/riconoscere a distanza di millenni l’archetipo del “riferimento-guida”. Il percorso conscio ed inconscio cui detto archetipo ci condurrebbe consta del saper individuare detta “guida”, a prescindere dall’appartenenza a uno specifico territorio.

A tale proposito c’é da dire che nel corso dell’evoluzione antropologica l’essere umano ha imparato a saper impreziosire l’etnia linguistica definita “popolo” con una “guida”, costituita da un’organizzazione più complessa rispetto al “capo”. Si tratta di ciò che in epoca moderna chiamiamo “Stato”. Tuttavia, sappiamo che l’idea di appartenenza territoriale é stata fortemente caldeggiata dalle classi sociali dominanti, che soprattutto in Europa hanno saputo ulteriormente ‘impreziosire’ tale appartenenza con la decantazione della cosiddetta “identità nazionale”.

Secondo le teorie politiche classificate come espressione delle classi sociali al potere, la finalità dello Stato é quella di ossequiare la “Nazione”. Per molti etnologi e politologi tale termine raccoglie tutta l’identità e la forza collettiva del popolo, che si riconosce in un territorio geograficamente, culturalmente e linguisticamente determinato.

Tuttavia, il processo di identificazione etnico-sociale é assai mutevole e sempre più solubile. Esso é legato ad eventi e conoscenze storiche, ma anche ad esperienze personali, associative e soprattutto di appartenenza sociale. L’individuazione di classi e ceti concorre molto più delle teorizzazioni dominanti sulla “territorialità nazionale” (custodita e governata dallo Stato) alla diffusione della consapevolezza circa la vera natura della “sovranità”.

Il discorso qui si amplia e meriterebbe molti approfondimenti. Tuttavia ho ritenuto importante evidenziare i limiti subiti dal concetto “sovranità”. Questi in epoca di “globalizzazione” non é più coniugabile con quello di “territorialità nazionale”. Quest’ultima più che dell’appartenenza storico-culturale, linguistica e geografica é destinata ad essere solo il risultato degli accordi tra le classi ed i ceti sociali. Tali accordi oggi prescindono dall’identificazione con i territori nazionali. La globalizzazione della comunicazione deve essere posta al servizio di tutti i ceti sociali, al fine di permettere l’individuazione ovunque di quanti sono oppressi dagli stessi comuni oppressori.

NOTE:

(1) – La sovranità, secondo Bodin, è soprattutto inseparabile dall’idea di una società che abolisce le appartenenze e le fedeltà particolari. Essa s’instaura sulle “rovine delle comunità concrete”. Implicitamente, in lui il legame sociale è già ricondotto a un contratto governativo, che mette in gioco gli individui, che cioè elimina ogni intermediazione tra loro e il/i detentori del potere. Questa soluzione di continuità tra le comunità pre-politiche e l’unità politica propriamente detta sarà realizzata dallo Stato-monarchia e dallo Stato-nazione, definendosi quest’ultimo anzitutto per la sua omogeneità, sia naturale, culturale o etnica, sia acquisita (per delega nell’interpretazione delle differenze collettive).

(2) – «Trovare una forma di associazione che difenda e protegga, mediante tutta la forza comune, la persona e i beni di ciascun associato e per mezzo della quale ognuno, unendosi a tutti, non obbedisca tuttavia che a se stesso e rimanga libero come prima.» / «Ora, essendo il Sovrano formato solo dai singoli che lo compongono, non ha né può avere interessi contrari ai loro; di conseguenza il potere Sovrano non ha alcun bisogno di offrire garanzie ai sudditi, perché è impossibile che il corpo voglia nuocere a tutti i suoi membri;.. Il Sovrano, per il solo fatto di essere, è sempre tutto ciò che deve essere»

(3) – Tra le tante definizioni date in saggistica, letteratura classica e narrativa contemporanea, per le argomentazioni del presente scritto quella junghiana mi sembra la più pertinente. Secondo Garzanti Linguistica nella psicologia analitica di C. G. Jung il significato di “archetipo” é: “immagine, simbolo, contenuto primordiale e universale presente nell’inconscio collettivo”. Il concetto junghiano di “inconscio collettivo”, dal quale ciascuno di noi può attingere, é riconducibile a percorsi biologicamente esperienziali, trasmessi in parte dal nostro DNA. In gran parte, però, nell’ambito della formazione/educazione del neonato/bambino/adolescente, grazie alla trasmissione di un complesso pacchetto informativo, di natura sia verbale sia non verbale. Di questi fa parte anche la dotazione di strumenti percettivi, che consentono di capire al neonato d’essere venuto a far parte di una comunità con sue leggi e propri stili di vita.

Sia nel caso di piccole sia di grandi comunità il nuovo componente può facilmente individuare le modalità di esercizio del potere, nonché di chi interpreta, modifica, elimina e dispone nuove decisioni organizzative, valide per la collettività di sua appartenenza. In questo modo ciascuno apprende le modalità applicative delle leggi collettive e può concorrere nella loro applicazione/modificazione o nella loro sostituzione con nuove leggi. Questo percorso potrebbe essere definito come “costruzione dell’archetipo della sovranità”. In questo senso l’inconscio collettivo é portatore della sovrapposizione di più esperienze generazionali, vissute nelle modalità di esercizio delle sovranità storiche. Quest’ultime trasmesse consciamente o inconsciamente durante il percorso educativo/apprenditivo, assieme con le pregresse o simboliche conseguenze individuali.

Aristotele, nel teorizzare l’esistenza di forme astratte, capaci di orientare le sempre più numerose e complesse comunità umane circa valutazioni, opportunità e decisioni, inconsapevolmente si avvicinò al concetto junghiano di “archetipo”. Tuttavia, sia Jung sia Aristotele non hanno avuto strumenti di conoscenza e di analisi, tali da permettere loro di capire che anche le astrazioni mentali (così come per il linguaggio verbale – vedi in proposito https://www.nuovatlantide.org/homo-affinita-e-diversita-di-specie/) sono il frutto di un percorso evoluzionistico.

(4) – Richard Fester in Sprache der Eiszeit (1962) e in Protokolle der Seinzeit (1974) scrive che il primo uso degli utensili che risalgono all’epoca paleolitica non é associabile all’uomo cacciatore, ma alla madre, che si prende cura dei bambini. Secondo Fester sono state le madri a preparare il terreno di coltura di tutte le tecnologie successive. Assai probabilmente anche quelle che permisero la nascita e il rapido diffondersi della ”agri-coltura”. All’origine della società umana ci sono quindi le madri; grazie alla loro funzione di procreatrici e alla loro capacità di generare linguaggio verbale, inizialmente per necessità di maggiore e migliore comunicazione con i figli. Pertanto, all’origine dell’organizzazione sociale e del suo caratterizzarsi con forme rituali di tipo religioso ispirate al “culto” della maternità (Cultura) c’è ancora la madre. Fester riconosce alla donna la sua centralità sociale, cruciale per la sopravvivenza della specie umana. La sua ricerca, infatti, termina con un tributo a Bachofen* e alla sua analisi della struttura sociale fondata sul diritto della donna. *Johann Jakob Bachofen (Basilea, 22 dicembre 1815 – Basilea, 25 novembre 1887) è stato un giurista, storico e antropologo svizzero, noto per la sua teoria sul matriarcato.

(5) – «A volte, quando una persona muore, vengono bruciati tutti i suoi beni, roulotte compresa, a garanzia che l’eredità non crei dissidi fra i parenti e dislivelli sociali nel gruppo». Soprattutto nei Paesi dell’Est, le sepolture sono ampie: trovano posto il letto, il comò, i quadri, modellini di moto e macchine di lusso. In questo ricordano gli antichi Egizi. Altra tradizione Rom é la regolamentazione di liti, danneggiamenti, controversie matrimoniali. Se il fatto è grave, i giudici vengono da altre comunità, a garanzia di equità. La pena è sempre un risarcimento. Questo permette di capire che forme di esercizio della “sovranità” esistono anche nei loro clan.

(6)–Vedi https://www.nuovatlantide.org/le-societa-matriarcali-e-patriarcali-le-classi-sociali-lo-stato/

(7) – Il riferimento storico dell’antica Grecia, della Repubblica e dell’impero di Roma.

Sia in Grecia che in Roma, l’idea di sovranità assume un valore laico impersonale o meta-personale, con un significato indubbio di sacralità (ma non di sacralità religiosa) di tipo rivelato espressa in forme rigide ed immutabili, bensì laica, ovvero teorica, astratta, capace di adattamento alla mutevolezza delle situazioni e delle istituzioni politiche reali, consentirà che tale principio abbia potuto, nel tremendo passaggio delle invasioni barbariche e nello sconvolgimento demografico e culturale da queste rappresentato, mantenersi integro e, al tempo stesso, capace di adeguarsi a situazioni notevolmente diverse.