Homo: affinità e diversità di specie

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di Antonio Gaeta – 23 luglio 2019

Se consideriamo che la nostra specie ha circa 200.000 anni e che la durata media di una generazione é di circa 35 anni, possiamo anche dire che Homo Sapiens si é evoluto attraverso il cambiamento avvenuto nel corso di 5.700 generazioni. Di queste, prima della migrazione dall’Africa all’Eurasia, molte hanno realisticamente convissuto con altre tipologie di Homo, con le quali hanno inevitabilmente scambiato cose, in gran parte ancora sconosciute. Dopo la migrazione altre hanno certamente convissuto con i Neanderthal e i Denisova.

Questo articolo risponde all’esigenza di capire perché, tra tutte le specie Homo, noi Sapiens siamo l’unica non estinta. Rispondere a questa domanda per molti significa indagare soltanto sulle “diversità”, ignorando o negando che conoscere le origini della nostra specie significa apprendere anche le “affinità” con le altre tipologie di Homo: ovvero le caratteristiche comuni. Indagare sul passato prossimo filogenetico forse é il migliore apprendimento sui possibili percorsi ontogenetici. Come dire: per meglio agire nel presente e per saper prevedere il futuro.

Un darwinista convinto sa che la cosiddetta “selezione naturale” (2) é fondata sulle capacità di interagire con le diversità sia di specie (animali e vegetali) sia di fattori ecologici più in generale, che influiscono sugli ambienti, caratterizzando ogni interazione. Si tratta di dinamiche, che nel nostro organismo sappiamo implicare formazione di aree cerebrali, rispondenti alle mutazioni biologiche e fisiologiche di tutto il corpo umano.(1)

Con l’articolo citato nelle note, ho accennato a come il nostro cervello sia il risultato di capacità acquisite nel confronto con le diversità ambientali intese in senso lato. Di queste molte sono di natura climatica e biologica, ma molte altre sono acquisizioni relazionali introiettate nel corso del tempo, durante le innumerevoli migrazioni delle tipologie di Homo. Per meglio capire chi siamo e le motivazioni delle estinzioni delle altre forme di Homo, la ricerca scientifica si chiede: cosa hanno scambiato i gruppi di Sapiens con quelli di altri Homo, coevi nel nostro stesso ramo filogenetico e presenti sugli stessi territori ?

Certamente é vero che noi Sapiens siamo fieri della nostra identità di specie. Infatti, il nostro DNA individuale é diverso da quello dei nostri consimili soltanto nell’1%1000 della sua composizione. Sappiamo anche che esso é più diverso rispetto a quello degli individui delle forme Homo estinte. Tuttavia, nel rispetto della diversità, credo sia più importante indagare sulle affinità: ad esempio sulla capacità di esprimersi con la creazione artistica e forme simili di comunicazione, come il canto (12). Inoltre, su quanto del loro DNA sia stato ereditato nella composizione del nostro (6).

Non siamo il culmine dell’evoluzione biologica e neppure l’apice tra le specie animali estinte e non estinte. Questa é la realtà, scientificamente dimostrata e sempre più evidente ! Anche per questo, mano a mano che le ricerche filogenetica, archeologica e paleontologica proseguono nelle rispettive finalità, il loro obiettivo diventa sempre più comune: conoscere la specie Homo nella sua interezza storico-evolutiva.

A tale fine, il primo ‘step’ (passo) é senza dubbio quello di demolire il persistere da parte di pubblicisti pseudoscientifici nel divulgare uno stereotipo: la raffigurazione della nostra presunta “evoluzione” (3) da scimmia a uomo. Esso evidenzia l’attaccamento psicologico alla sequenza di immagini composte da una piccola scimmia, che evolve in una maggiore, per poi diventare bipede, quindi spogliarsi del pelo, assumere le sembianze di un homo di “specie inferiore” (Neanderthal ?) e poi finalmente quelle di Homo Sapiens moderno, ben curato, maschio e occidentale.

Si tratta certamente di uno stereotipo molto rassicurante (nello stabilire distanze e diversità), che sembra voler accreditare l’idea di un progetto creativo, per attuare il quale il “progettista” si é avvalso dell’idea di “perfetta evoluzione biologica”. Tuttavia, tale convinzione nega nei fatti la scoperta dell’imperfezione (4). Anche coloro che hanno voluto vedere in Charles Darwin “lo scopritore dell’origine scimmiesca della specie Homo”, hanno commesso l’errore d’interpretare non correttamente il procedere della “selezione naturale” (2). Oggi più di ieri sappiamo che essa é del tutto casuale, “imperfetta” e non segue mai una linea retta, che rappresenti precise e progettatili finalità. Prova ne é che la formazione del nostro cervello (e dell’intero nostro organismo) é il risultato di forse impercettibili, ma senza dubbio continui cambiamenti generazionali, che non sono “adeguamenti” (5), bensì integrazioni nei nuovi contesti.

La ricerca scientifica ha dimostrato che, sebbene il ramo della specie Homo abbia antenati comuni con il ramo della specie Scimmia (qualcuno ama definirla Pan), tra essi non esiste rapporto di affiliazione/discendenza. Pertanto, i fiumi d’inchiostro profusi nel lamentare l’assenza del cosiddetto “anello mancante” nella sequenza evolutiva tra queste due specie, non ha più motivi di diffondere falsa informazione scientifica.

Noi Sapiens, unica forma di Homo sopravvissuta, fino a non moltissimi millenni fa abbiamo avuto accanto ben altre 5 tipologie accertate di Homo (Neanderthal, Denisova, Floresiensis, Naledi e Luzonensis). Con esse abbiamo scambiato certamente relazioni, sulle quali si sta indagando. Dal DNA risulta che con Neanderthal e Denisova abbiamo avuto anche rapporti sessuali. Pertanto, possiamo anche cercare di capire cosa nell’incontro/confronto/allontanamento ha favorito la sopravvivenza di Homo Sapiens, evitando la sua estinzione. Molti pensano che noi abbiamo sviluppato una marcia in più: uno strumento che ha accelerato la selezione, premiando la nostra specie Sapiens ed imponendo alle altre l’estinzione. Costoro individuano tale strumento nel linguaggio verbale. Sarà su questo che cercherò di divulgare quanto appresso.

Innanzitutto, occorre precisare che quello verbale non é l’unica forma di linguaggio degli uomini e delle donne. Sebbene poco considerato, abbiamo anche quello non-verbale, fatto di gesti, posture, mimica: aspetti in parte comuni con altre specie animali, che sarebbe meglio considerare maggiormente e farne tesoro. Inoltre, altra capacità espressiva di forte impatto comunicativo é la creazione artistica.

Di questa sembra poter dire che rappresenti la prima forma di comunicazione tra quanti potremmo definire “proto-sapiens” e forse anche Neanderthal. (7) Il suo valore simbolico anticipa quello fonetico, quindi la parola. Inizialmente si pensava che quest’ultima fosse il risultato della vocalizzazione di uno o più simboli, già oggetto di attenzione tramite gestualità e forme primitive di ritualità. Inoltre, sul linguaggio verbale mi sembra importante riportare alcune persuasioni, nate con Cartesio, che studiosi moderni e contemporanei continuano ad accreditare, contribuendo non poco alle cattive convinzioni generazionali.

In una sua lettera, scritta ad Henry More nel febbraio 1649, Cartesio presenta la sua intima opinione che: “La parola é l’unico segno certo del pensiero nascosto nel corpo e di essa si servono tutti gli uomini, anche i più stupidi e insensati: persino quelli privi di lingua e di voce, ma non le bestie. Essa, dunque può essere assunta come la vera ‘differenza’ tra gli uomini e i bruti !”

Nel 1966 in uno dei suoi saggi più influenti, intitolato non a caso “Linguistica cartesiana”, il famoso linguista statunitense Noam Chomsky presenta la sua idea sul linguaggio, facendo esplicito riferimento alle argomentazioni di Cartesio. Egli lo fa in favore della distinzione del nostro con i sistemi di comunicazione animale (soprattutto scimmie). Quest’ultima viene assimilata a quella di una macchina, non possedendo una prerogativa considerata tipicamente umana: ovvero la “struttura grammaticale”. Infatti, tra il 1968 e il 1986 Chomsky ha scritto che la competenza linguistica umana é retta dai principi della Grammatica Universale: ovvero un “inventario di conoscenze innate, alla base dei processi di produzione, comprensione e apprendimento del linguaggio umano”.

Franco Ferretti e Ines Adornetti si sono prodigati in una specifica pubblicazione (8), per dimostrare che anche il linguaggio verbale é il risultato di mutazioni biologiche, in perfetta adesione con le tesi di C. Darwin sulle caratteristiche dei processi evoluzionistici. Dopo aver ragionato e descritto tutti i passaggi che conducono l’organismo dell’Homo Sapiens alla comunicazione verbale (9), essi concordano sul fatto che le “estensioni dei sistemi cerebrali alla base del linguaggio parlato” sono il risultato del raggiungimento di ripetute ma stabili “condivisioni” tra quanti cercano di instaurare forme multiple di comunicazione (gestuale, mimica e fonetica) in precisi e delimitati contesti.

Quello del Sapiens non é, dunque, un linguaggio inteso come enunciazione di segni, frutto dell’enucleazione di codici, la cui sola funzione sarebbe rendere esplicito un pensiero (per i cartesiani sempre razionale). Si tratta più realisticamente della capacità di trasmettere stati emotivi e pensieri, suscitati dall’introiezione di immagini, azioni e visualizzazioni, grazie all’insostituibile ruolo dei “neuroni specchio”. Tutto ciò alimenta capacità di elaborazione (10), che l’intero organismo umano necessita comunicare in forme sempre più efficaci.

Il linguaggio verbale nasce, pertanto, dal comune riferimento a uno specifico “contesto”, del quale sia il parlante sia l’ascoltatore cercano di stabilire una definizione condivisa: ovvero da entrambi accettabile e accettata. Trattasi, dunque, di una necessità adattativa, che si fonda sulla capacità dei dialoganti di ancorarsi a ciò che li accomuna nello stesso specifico contesto (radicamento) e allo stesso tempo con il saperlo interpretare nella sua dinamicità, ovvero mutevolezza nello spazio e nel tempo (proiezione). Causa quest’ultima di possibile reciproco maggiore avvicinamento (cooperazione) o allontanamento/scontro. Sotto questo aspetto il linguaggio verbale nella concezione cartesiana si presta ad assumere aspetti più tecnici. In quella evoluzionista diventa sempre più adatto alle circostanze (quindi “creativo” e “poetico”).

La differenza tra Sapiens, altre specie di Homo e le scimmie antropomorfe é, pertanto, di tipo “quantitativo”, inteso come quantità di processi bio-fisiologici e non “qualitativo”: ovvero come ripetuta capacità di attingere a codici innati, tipo la Grammatica Universale o metrici, in possesso del solo Homo Sapiens.

Questa seconda ipotesi nega di fatto la visione evoluzionistica non soltanto del linguaggio, stabilendo una netta differenza tra Homo Sapiens e tutte le altre forme vissute e viventi, a prescindere dalla filogenesi evoluzionista. (11)

Pertanto, l’ipotesi che sia stato il “linguaggio verbale” lo strumento che ha permesso al Sapiens di distinguersi dalle altre tipologie di Homo (evitando l’estinzione) sta comunque all’interno di una logica di “naturale selezione”. Resta il fatto che la più probabile forza selettiva di questo strumento può essere stata l’involontaria capacità di marcare “diversità”. Molto probabilmente la sua funzione agevolatrice nella comunicazione tra individui della stessa specie, dello stesso gruppo e delle stesse tipologie sociali di Sapiens, negli altri Homo ha di fatto impedito l’imitazione delle capacità collaborative e organizzative. Da qui la perdita di occasioni comuni, l’allontanamento e la lenta inevitabile estinzione.

Diversamente, la trasmissione della comunicazione verbale avrebbe favorito in tutti la maggiore capacità organizzativa e avrebbe donato alle altre forme umane molte possibilità di condividere l’esplorazione degli ambienti (floro-faunistici) con conseguente scoperta delle novità biologiche, telluriche e climatiche. Tutto ciò fa anche pensare che le altre forme Homo coltivassero proprie culture. Alcuni non considerano la “creazione artistica” come possibile primitiva forma di comunicazione in possesso soltanto dei Sapiens. C’è chi la considera manifestazione comunicativa che accomunò più tipologie di Homo. (7) Tuttavia, per il Sapiens essa é stata realisticamente con-causa anche del linguaggio verbale. Questo passaggio é basato sul valore simbolico fornito sia dalle numerose pitture rupestri, sia dai canti preistorici (12): entrambe prime forme artistiche con le quali, ispirandosi ad oggetti di venerazione, gli autori intendevano implicitamente coinvolgere in una meditazione comune: meditazione che favoriva la necessità di conversazione postuma.

Occorre comunque dire, che la ricerca sugli argomenti di comunicazione preistorica é ancora insufficiente. Sebbene essa può favorire molto il legame tra i popoli di oggi. Ad esempio, mi piacerebbe approfondire la possibilità di accertare che la distruzione della biosfera, da parte dell’Homo Sapiens sia iniziata già moltissimi anni fa, grazie al potere del linguaggio verbale. Se fosse stato questo il motivo dell’estinzione delle altre tipologie di Homo, perché non estendere questa ipotesi di impatto anche ad altre forme viventi ? Ciò non giustificherebbe le azioni distruttive delle civiltà moderne e contemporanee. Tuttavia, sarebbe oggetto di profonda riflessione tra gli studiosi e gli amanti del genere umano. Inoltre, potremmo capire di più su noi stessi e sui comportamenti sviluppati nel corso degli ultimi 5.000 anni (data di consolidamento della supremazia patriarcale). (13)

NOTE:

  1. – Vedi https://www.nuovatlantide.org/funzioni-cerebrali-e-guida-istituzionale/

  2. – Charles Darwin alla fine della sua lunga battaglia terminologica dovette arrendersi all’uso di questa locuzione, che a suo avviso non rendeva giustizia alla sua elaborazione scientifica.

  3. – Charles Darwin non accettava questo termine poco scientifico, perché esso presuppone un traguardo o comunque una finalità, che le dinamiche biologiche non perseguono.

  4. -Leggi Telmo Pievani: “Imperfezione – Una storia naturale” (Raffaello Cortina Editore) e Rita Levi Montalcini “Elogio dell’imperfezione” (Edizioni Baldini & Castoldi)

  5. – Anche questo termine tradisce l’idea un po’ platonica e agostiniana di “perfezione” da raggiungere.

  6. – Su questo rinvio alla lettura di Scienze: “Il dato incontrovertibile è che una percentuale variabile tra il 2 e il 6 per cento del genoma delle persone che (causa migrazioni) non sono di origine africana deriva dai Neanderthal o dai Denisova.”

  7. Con il termine proto-sapiens si intende l’Homo Sapiens dalla sua nascita (200.000 anni) alla sua migrazione in Eurasia (45/50.000 anni), che qualcuno definisce data di nascita del vero Sapiens. Si pensa, inoltre, che l’incontro in Europa dell’uomo di Neanderthal abbia contribuito ad arricchire il bagaglio culturale di noi Sapiens. Infatti, con una datazione di circa 65 mila anni fa, le pitture rupestri scoperte in Spagna e le perle realizzate con le conchiglie, rappresentano le prime opere d’arte risalenti ai tempi dei Neanderthal. Si tratta della più antica arte rupestre mai scoperta finora. In due nuovi studi pubblicati di recente su Science Science Advances, i ricercatori sostengono che queste opere d’arte precederebbero l’arrivo di Homo sapiens in Europa, e che dunque qualcun altro deve averle realizzate.

  8. Vedi: “Dalla Comunicazione al linguaggio” (Edizioni Mondadori).

  9. – Dalla funzione simbolica delle immagini, all’introiezione dei significati dei gesti altrui (grasping o afferrare), alla formidabile azione svolta dai neuroni specchio, fino alla capacità di “radicamento” e allo stesso tempo di “proiezione”.

  10. – La ricerca pubblicata su Science Advances, cui ha partecipato il geo-archeologo Diego Angelucci, ha rivelato l’esistenza di importantissimi graffiti e pitture rupestri, riconducibili al Neanderthal Man. Si parla come datazione di circa 65.000 anni fa. Quando l’Homo Sapiens non era ancora giunto in Europa. Tuttavia, le località di dette creazioni sono tutte nell’attuale Spagna: ovvero area europea in cui sopravvissero gli ultimi Neanderthal, dopo l’emigrazione dei Sapiens (45-50.000 anni fa).

  11. – Inoltre, tale teoria nasconde un’impostazione creazionista, giacché chiunque potrebbe chiedersi: chi ha ideato la Grammatica Universale ?

  12. Quasi tutte le culture preletterarie svilupparono sistemi musicali nei luoghi più disparati sul globo, e alcune tradizioni permangono ancora oggi in aree isolate, soprattutto nel patrimonio della musica etnica, la cosiddetta musica antica prese il posto di quella preistorica in seguito all’avvento della grafia. L’archeologia musicale supplisce all’assenza di prove dirette del fatto che le popolazioni preistoriche producessero musica. Essa combina infatti studi di archeologia e di musicologia sui reperti di natura musicale.

  13. https://www.nuovatlantide.org/desertificazione-patriarcato-capitalistico-mali-supremi-dellumanita-2/