Un’egemonia reale e una di comodo

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di Antonio Napoletano

Pierluigi Castegnetti, con l’intento evidente di fare un endorsement al premier e al suo disinvolto modo stare da neofita nel PSE, compie oggi sull’”Unita’” due operazioni piuttosto spericolate. Vuole dimostrare ‘l’egemonia’ tedesca sulla e nella UE e per questo, con un po’ di perfidia gesuitica, si lancia in una sorta di censimento per nazionalità delle apicalità sia dei Gruppi parlamentari sia delle cariche istituzionali Scrive Castagnetti, dopo aver costatato la salda e indiscussa presenza di tedeschi alla testa dei due gruppi parlamentari principali, Ppe e Pse: << Questa egemonia tedesca, tuttavia, non è una novità né si limita solo ai due gruppi principali. Dal 1999 al 2014, il Ppe è stato guidato per otto anni da un tedesco (Poettering) e poi da un francese alsaziano, cresciuto a 10 Km. Dal confine con la Germania (Daul). Nel Pse, il capogruppo dal 2004 al 2012 è stato Martin Schulz e dal 2012 al 2014 l’austriaco Hannes Swoboda. Dal 2004 al 2014, alla guida del gruppo comunista della Gue si sono avvicendati ancora un francese di Strasburgo (Francis Wurtz) e due tedeschi (Lothar Bisky e Gaby Zimmer). Idem in casa dei Verdi, dove il leader dal 2002 al 2014 è stato Daniel Cohn-Bendit, dal 2010 affiancato come co-presidente da un’altra tedesca, Rebecca Harms. Anche la presidenza del Parlamento europeo, nell’intervallo tra il 2007 e il 2014, è stata per 5 anni occupata da un tedesco (Poettering prima, poi Schulz).
Inoltre – prosegue Castagnetti – dal 2009 il segretario generale del Parlamento europeo è un tedesco (Klaus Welle, ex segretario generale del Ppe), così come tedeschi sono anche il segretario generale del Consiglio Europeo, il capogabinetto del presidente della Commissione Europea Barroso e il direttore del Fondo salva-stati europeo (Esm). Se ci si sposta di pochi metri, nel Comitato delle Regioni la situazione è la stessa: presidenti dei gruppi Ppe e del Pse sono rispettivamente, un tedesco (Michael Schneider) e il presidente della piccola comunità di lingua tedesca in Belgio (Karl-Heinz Lambertz). E’ tedesco anche il segretario generale che fino ad aprile 2014 ha guidato per dieci anni il Comitato delle Regioni.>>
A parte la stravaganza di annettere, sic et simpliciter, alla Germania anche cittadini di lingua tedesca, formalmente cittadini di altro Stato,Castagnetti chiude questa elencazione con un retorico:<< Esiste un problema Germania?>>.
Certo che sì. Esiste un problema Germania in Europa, ma certamente non a partire dalla massiccia presenza di tedeschi (e assimilati) alla guida sia delle forze politiche rappresentate sia della nomenclatura di Parlamento e Istituzioni.
Perché potesse essere persuasivo questo cencelli risfoderato per l’occasione, semmai, si sarebbe dovuto compulsare a partire dalle idee e dalle politiche che da sempre la Germania – convintamente presente nelle istituzioni europee dalle origini con un personale di livello, al contrario da quello da sempre fatto dai partiti italiani, a partire dalla Democrazia Cristiana – ha nel tempo trasfuso nel dibattito e nelle decisioni comunitarie prima, dell’Unione poi.
Ma Castagnetti non lo fa. Svicola su questi temi e sulle ragioni profonde dell’attuale stato di maggiorasco germanico nell’Unione, al più concedendo essere la Germania lo Stato con più quattrini e, dunque, quello maggiormente e potenzialmente chiamato a soccorrere i Paesi più inguaiti. Un modo – come si vede, del tutto supino all’ideologia corrente nella stessa Germania a giustificazione di quella ‘scomoda’ posizione di primazia, che sarebbe dovuta unicamente alla sconsideratezza dei Paesi oberati dal debito.
Il ricorso a questa semplificazione ‘tedesca’ nell’argomentazione, che non da conto dell’intelligenza politica di Castagnetti, è in qualche modo obbligata, considerato il ruolo ambiguo assunto da Renzi e di conserva con la cancelliera Merkel.
Quello che interessa, Castagnetti, evidentemente, è provare a smontare le argomentazioni di quanti hanno trovato da ridire sulla disinvoltura di Renzi che, entrato di corsa nel Pse e abbracciata la causa di Schulz, a urne ancora chiuse, mandava prima a dire e poi dichiarava il proprio sentirsi sciolto da ogni impegno precedente. E, quindi, si dava da fare per la ricerca di un altro candidato, accampando la risibile ragione che nessuno dei candidati ‘ufficiali’ aveva raggiunto la maggioranza assoluta dei voti!
Da qui, l’autoinvestitura (?) di buttafuori di un nome terzo sul quale, ovviamente, far convergerei gruppi principali, ma, soprattutto, i governi, in primis – guarda caso – quello di Germania.
Certo, tutto questo non senza aver posto tutta l’enfasi possibile sul programma di questo candidato terzo e ignoto.
Come se il ‘proprio’ candidato alla Presidenza della Commissione, il tedesco e socialdemocratico Schulz, non avesse avuto il proprio programma e non lo avesse dibattuto e presentato per raccogliere voti e alleanze nel corso della prima vera campagna elettorale dell’Unione.

Merkelr
Sta di fatto, che le posizioni di Renzi appaiono e sono, nonostante gli sforzi anche di Castagnetti, sempre più in sintonia con la domina dell’Unione, la signora Merkel. Con tanti saluti a quelle del partito europeo di cui Renzi e il PD fanno ufficialmente parte sia pure da neppure due mesi.
Ovviamente, il tutto in nome e giustificato dalla parola magica che risuona in tutte le dichiarazioni di tutti: crescita! Come e con quali cambiamenti e regole nuove, dopo le catastrofi della austerità ammannita in tutte le salse, naturalmente né Castagnetti, né Renzi finora hanno detto, né è prevedibile diranno.