Viva la gazzosa

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Lo confesso: amo la gazzosa. Ma notoriamente io sono antico, un residuo del Novecento. E amo birra e gazzosa. In Francia ho scoperto che i supermercati te la vendono già fatta: si chiama panaché. Buona, ma ti toglie il gusto di mescolare i due ingredienti, di scegliere i dosaggi, a seconda della voglia, del gusto, o delle possibilità, perché oggettivamente la gazzosa è sempre costata meno della birra e quindi c’è stato un tempo in cui era molto più la prima rispetto alla seconda. Come quando avevo un mosquito e facevo io la miscela, anche se in quel caso le dosi erano obbligate. Forse mi piace fare birra e gazzosa più di quanto mi piaccia berla.
Zaira – che, come sapete, legge i giornali – mi ha raccontato una storia capitata in questi giorni, una storia di ordinario capitalismo. C’è questo “superdroghiere”, uno che va molto di moda, uno che va sempre in televisione a pontificare su tutto, che vi ha venduto per anni, a caro prezzo, una marca di gazzosa, e ve l’ha venduta facendovi credere che bere quella gazzosa fosse un gesto a suo modo rivoluzionario. E così voi, un po’ perché in buona fede ci avete creduto e un po’ perché volevate fare i “fighetti”, avete comprato in massa la sua gazzosa, per far vedere che non compravate una molto più nota bevanda gassata, uno dei simboli del più bieco capitalismo. Poi questa bevanda scura ed eccitante la bevete comunque, magari di nascosto, magari giustificandovi, quando siete scoperti, dicendo che l’avete ordinata perché non c’era la gazzosa, anzi non c’era quella gazzosa lì. Comunque sia, avete contribuito a rendere ricco il droghiere, che, per diventarlo ancora di più, ha deciso di vendere la vostra marca preferita di gazzosa, quella che vi fa essere così di moda e così di sinistra, alla stessa multinazionale che produce la bevanda gassata del diavolo. Un po’ vi sta bene, così imparate a diffidare di ogni ciarlatano che passa per la strada.
Chissà se nel 1840 era di moda bere la gazzosa? Forse non così come oggi, anche perché non c’era ancora la bevanda scura, che nella seconda metà del Novecento è diventata globale, uno dei simboli della pax americana. Però c’è stato un tempo in cui anche la gazzosa era, a suo modo globale. Infatti la prima gazzosa di cui siamo certi risale proprio a quell’anno, prodotta a Ceylon – che non si chiamava ancora Sri Lanka – quando l’isola, ceduta dagli olandesi, era un dominion della corona britannica. In quest’isola la Clarke Romer & Co produceva una bibita gassata al limone. Sappiamo che in quegli anni c’è stata un’epidemia di colera e probabilmente la diffusione di queste bottigliette sigillate con quello sciroppo dissetante aveva anche uno scopo igienico. Comunque, a largo di Kirinda, è stata recuperata una nave che, nonostante il naufragio, conservava ancora intatte alcune casse di bottigliette di gazzosa, la prima gazzosa industriale della storia.
Perché pare che la gazzosa l’abbiano inventata in Svizzera. E se fosse vero dovremmo ripensare allo sprezzante giudizio di Orson Welles, che Nel terzo uomo dice che quel popolo in cinquecento anni di pace e democrazia è stato capace di produrre solo orologi a cucù. Sono stati gli svizzeri a sperimentare che in una bottiglia d’acqua che contiene sciroppo aromatizzato al limone, chiusa con un tappo di sughero, fissato con il ferro – come lo champagne – alla lunga, esattamente come il vino, si attiva un processo di fermentazione provocando quelle dissetanti bollicine. Però fu un inglese, Hiram Codd, a brevettare un sistema per cui la bottiglia veniva chiusa da una biglia di vetro, che bastava far scendere, facendo uscire un po’ di gas, per poter bere quella bibita rinfrescante, diventata quindi lo “champagne della palletta”. Visto che adesso il sistema di Codd non si può più usare per ragioni igieniche, i puristi difendono il tappo a macchinetta, mentre noi accettiamo ormai la gazzosa in bottiglie di vetro con il tappo a corona e anche in bottigliette in plastica. Non so si ci sono i brick in tetrapack, non so se esiste l’equivalente del Tavernello per la gazzosa. Se non ci fosse credo bisognerebbe inventarlo: cosa c’è di più squisitamente proletario?