Zingaretti e L’uomo nuovo (Pd)

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Autore originale del testo: Fausto Anderlini

di Fausto Anderlini – 12 febbraio 2019

L’uomo nuovo

Ma davvero vogliamo credere che Zingaretti scioglierà l’equivoco del Pd ? Anche io, come Bersani, e come D’Alema, mi auguro che una volta salito al soglio produca, come Mosè, quella separazione delle acque propedeutica a distillare una nuova ri-configurazione della sinistra. E allo scopo, ne fossi convinto, non esiterei nel far convergere quanti più possibile ai gazebo delle primarie. Fregandomene di ogni deontologia di partito e di ogni remora verso il deprecabile strumento. Ma in materia ho più di un dubbio e diverse quasi certezze.

Certamente Zingaretti ha qualche elemento in più di potabilità rispetto a Martina. Ad esempio l’assenza di pregiudiziali nella tessitura di alleanze elettorali, che è il minimo sindacale per potersi coalizzare senza turarsi il naso, Ma le differenze fra i due, a parte qualche tratto antropologico, sono davvero minime, nè si può pensare che Martina possa essere davvero alieno a questa prospettiva obbligata dai fatti, il ‘partito maggioritario’, con le cose a tal punto, è palesemente una mania di menti malate.

Con l’uscita dei reprobi e degli spostati e l’autoesilio dei renitenti alla leva renziana per un sussulto terminale di incompatibilità culturale ed esistenziale, la classe politica del Pd ad ogni livello risponde ormai a un unico tipo socio-politico e più generalmente umano. Il Pd ha in effetti prodotto il suo ‘hombre nuevo’, un tizio nel quale è cancellata ogni differenza pertinente alla biografia precedente.

E’ una retorica priva di consistenza quella secondo cui il difetto del Pd sarebbe stato di ‘amalgama’. Come è stato detto fino alla noia, la ‘fusione fredda’ che ne avrebbe tarpato le promesse di novità. Con annessa disperata evocazione di un popolo di ‘nativi’ finalmente decontaminato quantomeno per fatto anagrafico. Invero la fusione c’è stata. E caldissima. Ogni patrimonio storico-mnemonico e ideologico dotato di spessore è stato evacuato o rimosso in preda a una iconoclasi ‘modernista’ quale concepibile solo nelle peggiori nevrosi identitarie. E sulla nuova terra di nessuno di un empito ‘riformista’ totalmente privo di fondamenti conservatori (aspetto cruciale nelle fasi di grande anomia collettiva e che è alla base, fra l’altro, dello ‘scollamento’ col proprio mondo sociale di riferimento) è potuta procedere una pratica politica basata in via esclusiva sul traccheggio governante, sull’occupazione impiegatizia degli incarichi e sul mercurialismo politico.

Alla fine l’uomo nuovo del Pd, frutto perfetto di cotanta ‘contaminazione’ e definitivamente sdoganato dalla violenta torsione del renzismo, ha coinciso con quel che oggi, uscito di scena l’anomalo uomo di Rignano, si vede come meglio non si potrebbe: cioè con la piena rinascita dell’uomo doroteo. Del quale, non per caso, l’antipodico uomo italico di Neanderthal impersonato da Salvini e altri energumeni è il contro-canto dialettico necessario. Ed è così che capita di assistere a queste ammucchiate apparentemente anomale dietro i candidati, Chiunque potrebbe andare in realtà dietro chiunque. Perchè son tutti eguali. Homines novi, appunto, come ci sono stati in ogni epoca mediocre.

Si pensi infine a questo aspetto. Si volesse davvero ri-fondare un partito, e nel pieno di una lotta oppositiva dove è in gioco la stessa sopravvivenza, ocorrerebbero leaders volitivi e dotati di visione, con una caratterizzazione assertiva e inequivoca, combattenti capaci di una dedizione totale, che organizzano, stimolano, convincono, propagandano… insomma ‘capi-partito’. Specie che però è andata statutariamente estinta nel Pd dove il partito, ammesso sia ritenuto utile, è solo uno strumento a servizio del premier. Cioè dell’uomo di governo. Con la conseguenza di una stratarchia meramente funzionale e sostanzialmente anodina, non ancorata a ruoli distinti e dialetticamente interagenti, ciascuno nella sua autonomia: il partito (che è parte), la rappresentanza istituzionale (che ne è la proiezione) il governo (che media l’interesse nazionale secondo un indirizzo).

A me non sembra di vedere in Zingaretti e in altri questa determinazione. Quella determinazione che ne farebbe davvero un padre nel pieno del vigore procreativo, come secondo i desiderata (invero più paciosi) di nonno Prodi. E temo che qualora si desse a fare il capo-partito l’unica conseguenza sarebbe di perdere la regione Lazio. Nella melassa dell’indistinto e della cautela più ostinata non mi sembrano tralucere segnali incoraggianti. Non vorrei che questo sopore introducesse a uno stato vegetativo.

L’uomo nuovo, questa l’idea oscena che mi frulla nel cervello, è inabile a vivere in altro habitat che non sia quello che lo ha fatto evolvere. Cioè il Pd tale quale è.

La notte è chiara e annusando l’aria pare di sentire odori di primavera che vengono dal mare. Vorrei tanto adagiarmi sul talamo e perdermi nelle sue amorose morbidezze. Invece mi aspetta la solita branda di Procuste. L’amore è una chimera e la disperanza si rigira nell’insonnia tormentata dai fantasmi dell’uomo nuovo della Domus Mariae. Come si vede bene dalla foto qui sotto le conseguenze si notano. Vecchio, stanco, balordo e trasandato. Mentre D’Alema sembra arzillo. Ma lui, si sa, come ebbe a dichiarare a un Costanzo show in altra era geologica, dorme il sonno del giusto. In albergo. Fa niente. Buonanotte a dispetto di tutto.