Berlinguer e il ‘nuovo’

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di Alfredo Morganti – 11 giugno 2019

C’è uno spartiacque nella moderna storia politica italiana, ed è contrassegnato anche simbolicamente dalla morte di Enrico Berlinguer, 35 anni fa. Sino ad allora la sinistra italiana (quasi tutta) lavorava per l’unità e si faceva garante della tenuta complessiva del sistema politico democratico e degli equilibri costruiti sulle fondamenta della Costituzione antifascista. Il compromesso storico va letto come il tentativo di mettere in sicurezza questo quadro politico-istituzionale, facendo sì che il conflitto divenisse produttivo entro quella cornice e non si riducesse a essere una contesa astratta e alla lunga distruttiva delle basi stesse della democrazia rappresentativa, partecipata e di massa che si tentava di realizzare.

Con la scomparsa di Berlinguer iniziò invece un’altra fase, in cui la ricerca dell’unità venne scalzata dalla costruzione di poli, fronti, schieramenti, alternative che aprirono fenditure entro le quali ancor oggi ci dibattiamo. La lotta politica assunse pian piano la forma della contesa formale, astratta, referendaria, plebiscitaria e la stessa cornice costituzionale fu messa a soqquadro da sdoganamenti, tentativi di riforme, strappi, lacerazioni personali che diedero scossoni fortissimi all’intero sistema politico. Il prevalere del comunicatore rese ancor più astratta e personale la lotta: con la Seconda Repubblica perdemmo il senso dei partiti e della ‘forza’ politica e ci fu scaraventato indosso quello agonistico della ‘vittoria’ a tutti i costi, a costo di scambiarci il posto con l’avversario.

La faccio schematica. Pensate alla successione a Berlinguer. Sino ad allora il segretario del partito (e il gruppo dirigente) era ‘formato’ nel seno del partito stesso, perché quel segretario era patrimonio comune, era quello che garantiva la forza e l’efficacia della linea, e teneva uniti non in termini astratti o corporativi, ma per ‘salvare’ la forza del soggetto che doveva trasformare il Paese nel senso della giustizia sociale. Dopo Berlinguer, salvo rari casi, cambiò tutto. Divenne una questione di giovani rampanti, di quarantenni, di ‘nuova’ generazione che ‘sconfiggeva’ la vecchia e si avvicendava alla guida del partito. I germi del ‘nuovismo’ nascono lì, con Occhetto, che prima di sfasciare tutto con un colpo di teatro, fondò il ‘nuovo’ partito comunista. Quindi fu tutta una questione di ‘poli’, maggioritari, schieramenti da-questo-a-quello, contrapposizioni mediatiche, leggi elettorali, plebisciti e primarie. Dopo Berlinguer (e dopo Moro) il sistema politico (e le culture politiche) presero una china che portò (salvo rari casi) diritta diritta a oggi e persino al renzismo (che fu tuttavia un salto di qualità per certi aspetti evitabilissimo).

Rapiti dal ‘nuovo’, dal Capo che non nasce nel nostro seno ma si ‘afferma’, emerge e da semplice outsider diventa il leader, in questi decenni ci siamo affaccendati alla ricerca del 51%, del voto in più, del ‘polo’ da arrabattare, del ‘premio’ maggioritario che Berlinguer invece dileggiava. La sinistra avrebbe dovuto tessere una rete di partecipazione e confronto, avrebbe dovuto rendere produttivo il conflitto e salvare le istituzioni, quando invece si è gettata senza ritegno nella mischia ‘nuovista’, generazionale, degli schieramenti mediatici, dello scontro astratto, al punto da restarne invischiata come in una palude, da cui ancora non è uscita e chissà se intende davvero farlo. Poi dice che ‘vince’ la destra a causa degli immigrati. Ma così si fa finta soltanto di non vedere la tara che ci portiamo dietro da decenni.