Chi ha paura delle sardine? nella piazza si percepisce una grande voglia di partecipazione e il rifiuto dei discorsi d’odio

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Autore originale del testo: Guido Viale
Fonte: Il Manifesto

di Guido Viale

Chi ha paura delle sardine? Chiunque abbia partecipato a una delle loro mobilitazioni ha percepito una grande voglia di partecipazione (che fa seguito ad altre mobilitazioni: molte di lavoratori, ma soprattutto quelle di Fridays for future e Nonunadimeno), il rifiuto dei discorsi d’odio (ma anche delle prese in giro) che hanno dominato la scena politica e mediatica negli ultimi anni, la presenza di giovani e anziani, lavoratori e studenti, donne e uomini. E anche di destra e sinistra?

O di né di destra né di sinistra? Certo di molte persone che non hanno votato, non sanno per chi votare, ma che vorrebbero tornare a contare. Sicuramente antifasciste e antirazziste.

Per questo quelli di Casa Pound e, attraverso Casa Pound, Salvini, sentendosene assediati, hanno cercato di “sporcare” la manifestazione romana minacciando una loro presenza grazie all’ingenuità di uno dei suoi promotori. E qualche risultato – qualcuno che si è ritirato – probabilmente l’hanno ottenuto. E senza equipararle a Casa Pound, hanno concorso allo stesso effetto adesioni come quelle della fidanzata di Berlusconi o delle “madamine” siTav (già, che fine hanno fatto?) che di Salvini si erano servite, servendolo a loro volta, per riempire la loro piazza.

Ma il piatto forte per “fare l’esame del sangue” alle sardine e prenderne le distanze è la favola di una macchinazione di Prodi e del Pd per recuperare spazi perduti: che sembra trovare conferma in diverse prese di posizione, presenti e passate, di alcuni promotori: specie di Mattia Santori, che ha partecipato al comizio elettorale di Bonaccini e che in passato si è schierato per il sì al referendum costituzionale di Renzi e per il boicottaggio di quello contro le trivelle. Tutto vero; e di casi simili se ne troveranno altri cento.

Ma si può identificare sentimenti e aspettative di piazze finalmente piene come queste con le idee di qualcuno dei loro promotori, che pochi conoscevano prima e molti non conoscono nemmeno ora? Per molti la “prova definitiva” è che lì non si vogliono le bandiere di partito né si può cantare Bandiera rossa. Proprio come nei cortei di Fridays for Future e di Nonunadimeno.

Tutte queste mobilitazioni, proprio perché l’orientamento partitico dei e delle partecipanti è sconosciuto, e in molti casi indeterminato, o parecchio disorientato, sono un terreno di confronto e – perché no? – di scontro tra idee e prospettive diverse, e in alcuni casi anche opposte, in competizione per un’egemonia non scontata; idee e prospettive che devono anche ridefinirsi e riqualificarsi alla luce dei problemi e delle incomprensioni che emergono nel contatto con persone che non si incontrano più da tempo, o che mai si sarebbero incontrate altrimenti.

Questa è la grande occasione che le sardine offrono: smettere di parlarsi tra quelle e quelli che già si frequentano o incontrano spesso e sanno tutto uno dell’altra; avere un pubblico con cui mettere alla prova la propria capacità di farsi capire e di capire gli altri, quelli che non si sa più, o non si sa ancora, che cosa pensino.

C’è chi si chiede perché sardine e Fridays for Future o Nonunadimeno non si colleghino, riunendo le reciproche istanze in un movimento più generale attraverso i rispettivi comitati promotori. Perché no? Ma gran parte degli studenti e delle studentesse che partecipano ai cortei di Fridays for Future o Nonunadimeno sono gli stessi e le stesse che vanno alle mobilitazioni delle sardine. E’ a quel livello che deve avvenire un vero incontro, con iniziative condivise nelle scuole, nelle Università, nei quartieri. Coinvolgere tutti nella lotta contro la crisi climatica e ambientale (e come evitare di farlo una volta che si conosca la realtà della catastrofe che incombe?) spazzerebbe ogni possibilità di schierarsi (e meno che mai mobilitarsi) per le Grandi opere, a partire dal Tav, pietra di paragone di tutta la politica nazionale.

Mancano i lavoratori? No, le mobilitazioni delle sardine ne sono piene. Il problema è ritrovarli nelle fabbriche e nelle aziende dove lavorano, nei quartieri dove vivono, nei bar che frequentano; e per questo bisogna andarli a cercare. A capo” delle sardine ci sono troppi “fighetti”? A me non piacciono i confronti tra l’oggi e i movimenti di 50 anni fa: è un modo per far divorare i vivi dai morti.

Ma è indubbio che questa critica ricalca quelle ripetute a iosa allora da chi si riteneva l’autentico rappresentante della classe operaia. Tranne ricredersi di lì a poco; perché ciò che avrebbe poi permesso agli operai delle fabbriche di allora di farsi per qualche anno protagonisti della storia d’Italia con le loro lotte era stato smosso dalle mobilitazioni antiautoritarie degli studenti: un clima di libertà, di spirito antigerarchico ed egualitario, di ricerca di una strada nuova per cambiare se stessi e il mondo di cui tutte le donne e gli uomini coinvolti nelle lotte di allora avrebbero poi saputo beneficiare.