Civati: Prepariamo giorni migliori

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di Emanuela Amendola – 29 gennaio 2017

Ieri si sono svolti gli Stati generali di Possibile, l’assemblea composta dagli iscritti e che determina l’indirizzo politico del partito.

Circa 500 persone, di cui la metà con diritto di voto, delegate dai singoli comitati, si sono ritrovate al Workout Pasubio a Parma per discutere di cose di futuro, di quelle che vorremmo e di quelle che non vorremmo. Per la verità, delle seconde assai poco, dal momento che la linea di demarcazione ci è chiara da un pezzo.

Delle cose per cui secondo noi vale la pena impegnarsi. Non quelle viste finora, tra governi di destra, tecnici, di centrosinistra, senza soluzione di continuità, senza distinzione. In un’eterna confusione di idee e di valori, per meglio riuscire a non chiamare le scelte con il loro nome. Queste cose non ci piacciono e, anzi, anche basta, proprio basta. E non ci piacciono nella sostanza, ovviamente, ma neppure nella forma, intrisa di tatticismi e posizionamenti, che hanno di fatto svuotato il senso della politica.

Delle cose concrete, che riguardano la vita delle persone, quella pubblica e lavorativa e quella personale, relazionale e familiare. Siamo stanchi di quelle evanescenti (sì, proprio evanescenti), quelle che si sentono negli infiniti convegni sulla sinistra, sempre uguali a se stesse. Ché siamo tutti d’accordo che in questo Paese ci sia bisogno di sinistra, epperò facciamola, costruiamola, smettiamo di evocarla e basta.

Delle cose che riteniamo giuste da sempre e sulle quali, da sempre, riteniamo giusto insistere. Alle altre, di cui percepiamo il senso di ingiustizia che le avvolge, ci opponiamo, ben sapendo che l’indignazione non è sufficiente.

Di cose europee. Perché un campo più largo va cercato sì, ma in senso geografico. Aprendo gli orizzonti a quelle forze politiche che, oltre i confini nazionali, affrontano i nostri stessi problemi, si muovono secondo i nostri stessi principi. E perché alle chiusure, alle barriere, preferiamo le aperture, gli spazi grandi, un po’ come quelli dell’Arizona, tanto per restare alla stretta attualità.

Di cose laiche. Per uscire dagli oscurantismi, dai preconcetti ipocriti, dalla rigidità delle posizioni ideologiche, che pongono solo degli inspiegabili perimetri allo svolgimento della vita civile delle persone.

Per questo proponiamo a tutte e a tutti, i primi di marzo, una tre giorni in cui discutere di cose volute, giuste, concrete. Una tre giorni in cui preparare un programma di governo, come ci piacerebbe che fosse e, soprattutto, con le cose che ci piacerebbe facesse. Una tre giorni da affrontare insieme, alla pari, con entusiasmo e convinzione.

Basta che si parli di cose, parola che mai come altre dà il senso della concretezza che auspichiamo. Le cose si toccano, le parole, anche se belle, no.

Di seguito la relazione del segretario di Possibile Giuseppe Civati, approvata all’unanimità dall’assemblea degli Stati generali.

Parma, 28 gennaio 2017

Stati generali di Possibile
Relazione di Giuseppe Civati

PREPARIAMO GIORNI MIGLIORI
PARTIAMO, PARTIAMO, NON VEDI CHE SIAMO PARTITI GIÀ?

Leggo di scissioni minacciate che dipendono dalla data del voto e dal sistema elettorale. Se c’è Renzi o se non c’è Renzi, come unico metro di giudizio.
Come se votare a giugno o dopo pochi mesi cambiasse completamente le ragioni di una proposta politica. Siamo alla politica stagionale, alla sinistra che attende il solstizio.
Leggo di curiosi rassemblement in cui è l’antico a prevalere sul nuovo e i volti sono sempre gli stessi, cambiano solo le idee a seconda delle mode.
Seguo congressi in cui alcuni discutono soprattutto di quali alleanze fare, per definire se stessi. Ancora?
Siamo al tatticismo cronologico e alla subalternità di definirsi solo in relazione all’altro.
In un mondo rovesciato, noi facciamo le cose alla rovescia, presentiamo un progetto politico, un programma elettorale, un metodo. E un’organizzazione che li sostenga. Completamente diversi da quelli che sono stati votati in questi anni, e non certo per responsabilità di uno solo, ma di tutti coloro che queste scelte le hanno sostenute e votate, anche se ora in parte si defilano.
Ci alleeremo – in una politica che solo di quello parla – solo con chi condividerà queste scelte, questi contenuti, queste idee. Scelte di fondo, non di opportunismo. E con chi vorrà assumere un metodo trasparente nella scelta delle candidature. Scelte di qualità, non di autoconservazione di un esistente che non c’è più.
La scissione c’è già stata: nelle scuole, tra i lavoratori, al referendum del dicembre scorso, nelle stesse urne del 2013, quando si doveva vincere facile e invece molti elettori hanno scelto di abbandonare il centrosinistra. Per rilanciarlo, anziché indagare sulle ragioni di quel voto, ci si è buttati dall’altra parte, con convinzione.
Non ricordo molti distinguo allora, anzi. Né grandi riflessioni. Anche da parte di chi ora critica il renzismo, ci fu una grande adesione al progetto delle larghe intese, e poi un sostegno all’idea di prolungarle fino a fine legislatura. Per convenienza e calcolo. Dall’altra parte, si confonde la nettezza con l’identitarismo, che non ci appartiene.
Si discute solo di se stessi, senza capire che oltre al ceto politico di ceti ce ne sono tanti, non rappresentati, nuovi e antichissimi insieme.
Si pospone la politica al posizionamento. Ci si posiziona, ma per fare che cosa? È il «che cosa» che ci interessa. Anzi, si spiega che politica è soprattutto posizionarsi: mi chiedo se davvero si rendano conto che è vero esattamente il contrario.
C’è chi ragiona sul superamento delle divisioni con una semplice cancellazione – o, forse, meglio, rimozione – di ciò che è successo in questi anni: dopo tre giorni dal risultato referendario c’era chi parlava di superare le ragioni del sì e quelle del no, avendo votato sì, peraltro, con argomenti ridicoli e strumentali.
Chi si augura che le stesse persone e forze politiche che non hanno fatto una piega rispetto a ciò che stava accadendo, cambino completamente posizione. E c’è chi si augura che poi qualcuno li voti pure.
Dopo il trasformismo del centrodestra, potremmo dire, quello del centrosinistra. Che prima nega se stesso e poi si rimpiange da solo, senza mai mettersi in discussione.
Dopo il giovanilismo, siamo tornati al paternalismo, alla ricerca del giovane Prodi e con Prodi che dice che i giovani deludono. Quando arriva l’età adulta, per tutti?

I «SE» CHE NON AIUTANO A CRESCERE
Siamo appesi ai «se» da anni e i «se» riguardano sempre cose al di fuori di noi e dal nostro controllo. Se che ci hanno portato a leggi incostituzionali – ma votate da moltissimi – e a riforme costituzionali impopolari e clamorosamente bocciate dagli elettori, ma votate per ragioni superiori da tutti quelli che ora si interrogano.
Come se la ditta fosse superiore anche alla Costituzione. E ora se cambia, se si vota, se domani: non possiamo più aspettare, non è tempo di traccheggiare, non lo farà nessuno un lavoro serio se non inizieremo a farlo noi, per primi.
La vita è quella cosa che passa mentre la sinistra sta facendo un congresso. E mentre noi discutiamo su questioni di lana caprina (in ogni accezione del termine), il mondo va a poco a poco in rovina.
Ci vuole uno shock, siamo in un dopoguerra che non lo è, perché la guerra prosegue, per le persone che vedono cadere i propri figli, sotto i colpi dell’incertezza e della mancanza di prospettive. Tutti attendono il papa straniero, anzi il papa alieno, che arriva e salva il pianeta: e invece dovremmo sentirci protagonisti, tutti, subito, di fronte a queste urgenze.
Non riflessioni teoriche, cultura, pratica e organizzazione. Mi piace leggere interviste e appelli alquanto presuntuosi di uomini dell’avvenire, che liquidano tutto il presente, come se non ne facessero parte. Forse perché in effetti non ne fanno parte. Organizziamoci, cari amici che ci spiegate come va il mondo: noi siamo qui, siamo aperti, non abbiamo nulla da difendere. Facciamolo insieme.
E a chi vi dice che siamo pochi, che la tv non parla di noi, ricordate due cose: che tutti soffrono con i numeri (e spesso millantano in proposito) e soprattutto che se non ci si butta, saremo sempre in pochi. E ancora meno saranno quelli dopo di noi. E però dove ci siamo, si fanno cose appassionanti e convincenti. Perché non
provare a farle dappertutto?

CANDIDARE UGUAGLIANZA
Facciamo le cose semplici: candidiamo «uguaglianza». Non lo fa nessuno. Molti dicono: in Italia delle disuguaglianze si parla troppo poco. Noi l’abbiamo nel simbolo, l’uguaglianza. E abbiamo scelto di individuarla come criterio fondamentale di questa fase storica, coniugando la questione del lavoro a quella del reddito, dei beni comuni a tutti e delle regole di una concorrenza leale. Per noi, tutte queste cose sono sinonimi.
Uguaglianza è donna e la questione maschile è culturale e economica, insieme. E spiega da sola tutto quanto.
Uguaglianza è generazione, è antidoto alla politica sterile, che non dà futuro ai nostri flgli.
Uguaglianza è rispetto. E misura. E dignità, delle parole e delle cose. È anche rispetto degli interlocutori e onestà intellettuale, a proposito di “bufale” che generano altre “bufale”, in un cortocircuito infinito in cui la mancanza di rispetto porta ad altra mancanza di rispetto.
Uguaglianza è libertà e liberazione, perché solo se ridurremo lo spaventoso divario, se toglieremo i cancelli familistici e di relazione, le persone saranno libere.
E potranno esserlo individualmente solo in un contesto in cui possano vivere insieme. In cui oltre al reddito minimo, di minimo ci sia anche il salario. E i diritti minimi non siano cancellati come in questi anni. E massima sia la dignità.

I TRE GIORNI CHE CAMBIERANNO LA POLITICA
Siamo il soggetto promotore di un percorso costituente, come sapete.
Proponiamo a “tutti i soggetti che possono essere interessati” una «tre giorni» (del  gufo, più che del condor, si dirà) per definire il progetto di governo a cui invitiamo le anime repubblicane, a cominciare da quelle della sinistra diffusa e del civismo più impegnato, ma con l’ambizione di rivolgersi alle persone comuni, non organizzate, che non fanno o non fanno più politica, che non credono più nella capacità delle organizzazioni politiche di rappresentarle, di far arrivare la loro voce: non solo alla società civile (che se lo dice da sola), alla società.
Come avevamo proposto quando Possibile è partita, nel giugno del 2015, il nostro compito è mettere in relazione, collegare, unire.
Allora il nostro appello di ripartire tutti insieme da comitati locali in cui confluissero tutti, chi aveva tessere e chi non l’aveva, è stato declinato perché al cuor non si comanda e al simbolo non si rinuncia. E continuano a esistere gli stessi soggetti di allora e nessuno ha inteso rinunciare a qualche cosa. A chi è uscito dal Pd non ha corrisposto l’uscita da questo o quel raggruppamento. Gli appelli all’unità li fanno spesso coloro che si dividono in duecento sigle e che poi puntano alla prossima divisione interna.

IL VERBO È TESSERE
E allora proviamo a farlo ancora, come cerchiamo di fare nelle città, proponendo progetti intorno ai quali unire non solo e non tanto le sigle, ma le persone.
Andiamoli a cercare, tessiamo relazioni e uniamo i puntini. Cerchiamo interlocutori tra chi conosciamo già e soprattutto tra chi ancora non conosciamo.
Maometto che va alla montagna di astensionismo e disillusione: non uno solo, ma tanti promotori che non vendono, ma chiedono idee e impegno. A Napoli come a Latina, alla sinistra italiana e a quella europea, ai movimenti ambientali.
Ago e filo, per provare a ricucire le vere fratture che dividono il Paese.
Un grande momento progettuale comune a tutti coloro che vorranno partecipare, tra poco più di un mese, all’inizio di marzo. In vista di una costituente larga, di un Parlamento diffuso. Non un governo ombra, ma un Parlamento che si riunisce prima delle elezioni.
Pensiamo (1) a focus programmatici sulle «real issues» alla Sanders, sulle idee che infiammano il dibattito pubblico negli altri Paesi e potrebbero farlo anche nel nostro. Sotto il segno dell’uguale.
Insieme a questo lavoriamo (2) alla definizione e alla condivisione di un programma per le Comunali 2017, dove proveremo a sperimentare coalizioni di forze diverse.
Accompagniamo (3) tutto quanto a un lavoro (costituente, anch’esso) sulla comunicazione e la mobilitazione.
E discutiamo (4, ma in realtà viene prima di tutto il resto) insieme ai soggetti politici europei, per battaglie comuni, sulle quali insistere, come non si è fatto abbastanza finora: la destra europea presenta il suo volto truce, la sinistra si perde in mille rivoli. E invece dovrebbe dire e fare, senza giocare con le camicie bianche che nessuno si ricorda più. Non serve il marketing, serve la politica.
Insomma, arriviamo a un momento collettivo che sia più un codice di Camaldoli che una passerella della Leopolda, in cui discutere del programma e delle cose da fare, che sole definiscono ciò che vogliamo essere.
Con una ricognizione in tutto il Paese, che parte subito, associata alla mobilitazione su pochi ma precisi temi sia che la legislatura vada avanti sia che si voti subito, in una evoluzione del tour ricostituente, perché dalla tutela si passi all’attuazione dei temi costituzionali. Non andiamo in giro a vanvera, andiamo dove c’è bisogno e dove c’è il bisogno, alla ricerca dei guasti e delle possibilità di rimediarvi.
Raccogliamo risorse perché tutti vi possano partecipare, perché tutti vi possano accedere. E raccogliamo contributi, dalle forze intellettuali, dal mondo dell’impresa e del lavoro, dalle professioni, da chi è impegnato per la
Costituzione.
Anche su questo siamo partiti già. Abbiamo proposte su cambiamenti climatici, progressività, reddito minimo, accoglienza, parità salariale d’ogni genere, conflitto di interessi, concorrenza, strumenti per la partecipazione democratica.
Principi e numeri, strumenti per realizzare i primi e far tornare i secondi, dopo anni di slogan senza risultati, di decisionismo senza decisioni: un lavoro che culminerà prima dell’avvio della campagna elettorale vera e propria in una assemblea costituente, lo ribadisco, che voti un progetto con cui presentarci alle italiane e agli italiani.

LA CAMPAGNA CULTURALE CHE CI VUOLE
Ci vuole una campagna non elettorale, ma politica in senso pieno: e culturale,  soprattutto. «When in trouble, go big», diceva il presidente appena uscito dalla Casa Bianca.
La scelta degli argomenti e delle parole, la riflessione «nel merito» delle questioni mentre tutti intorno ululano a una luna che non vedono, preoccupati come sono esclusivamente del dito medio da indirizzare al nemico. Chi urla di più, di solito ha meno cose da dire.
Non le scorciatoie di chi pensa che l’uscita dall’euro sia la panacea di tutti i mali (e sul punto stiamo piuttosto con Podemos, con Varoufakis, con i Verdi europei), di chi liquida le migrazioni, di chi risponde con banalità alla complessità, di chi alza muri senza rendersi conto di trovarsi oltretutto dalla parte sbagliata del muro, geograficamente e economicamente, di chi opta per una sovranità nazionale tout court che sa di vecchio, di destro e di inquietante.
Un diverso modo di concepire la vita sociale, la comunità, i beni che appartengono a tutti. Un’ambizione collettiva. Non una sede accademica, ma un’assemblea costituente di idee, con la necessaria verifica democratica alla fine del percorso. A questo scopo si chiede di integrare il comitato scientifico con Giulio Cavalli, che ci  accompagnerà in questa ricerca, in questa esplorazione, in questo lavoro di contatto e di relazione, insieme a Andrea Pertici, che ha svolto un grandioso lavoro culturale e politico in occasione del referendum costituzionale, accompagnato dai nostri interlocutori più autorevoli, come Gianfranco Pasquino e Maurizio Viroli.
Diciamo cose che non dice nessuno, per pigrizia e per paura: non sono gli stranieri a toglierti il lavoro. Sono le persone che non rispettano le regole più elementari, non riconoscono la giusta paga, evadono il fisco. Più che difenderci da chi non è connazionale, dovremmo tassare la multinazionale. E non è in prospettiva lo straniero a rubare il lavoro, ma il robot a sostituirsi al lavoratore.
Dobbiamo capire subito come si fa a dare rilievo a proposte che vadano nella direzione di distribuire la ricchezza prodotta, soprattutto se sarà prodotta da androidi (a proposito di futuro). Dovremmo pretendere che chi lavora nei campi o nelle cucine sia retribuito di più e meglio. Dovremmo capire che il cottimo che torna indebolisce tutti, non solo il ciclista che consegna i panini. Dovremmo chiedere legalità proprio a partire da quello. Una sicurezza sociale. E sono le regole fiscali che penalizzano il lavoro a favore di chi ha patrimoni e rendite.
E cerchiamo di non ridere quando si parla di tampon tax e di cannabis, perché non c’è proprio nulla da ridere, e la prima fa segno al problema della parità nella differenza, la seconda ha il valore degli 80 euro, che diamo alla mafia ogni anno.
A proposito di mafia, di cui non si parla più, perché non sta bene. E cerchiamo di non credere che alcune questioni siano di secondaria importanza, perché l’8 per mille, ad esempio, è una questione che non riguarda la religione e chi ci crede, ma la Repubblica e chi non ci crede più. La laicità è trattare tutti nello stesso modo e rispettarne profondamente le convinzioni, nel libero esercizio della propria libertà (e anche di quella degli altri), di fronte alla legge, alla rendicontazione e quindi anche all’Agenzia delle entrate.

INIZIATIVA POPOLARE, POLITICA, ELETTORALE
Ci sono i referendum sul lavoro e come già per la Costituzione, abbiamo dato la nostra totale disponibilità al comitato del sì per contribuire, con umiltà e passione. Alla campagna per i due sì, associamo altre questioni, a cominciare dalla nostra proposta non demagogica sugli stipendi e i vitalizi dei parlamentari, che non c’entra ma c’entra eccome, come diceva quel film.
Se ne saremo capaci, trasformeremo le nostre proposte parlamentari in campagne dal basso, per discutere subito o per avanzare questioni dimenticate: a cominciare dalla carbon tax e dall’autoproduzione, per affrontare il tema rimosso e però centrale, quello del «diluvio» se davvero vogliamo fare #cosedifuturo. L’impegno è che il nostro lavoro progettuale non sia generico, ma diventi proposta di legge, precisa, definita, quantificata , ove possibile, di iniziativa popolare.

PARTECIPAZIONE GARANTITA INSIEME ALLA COMPETENZA
Possibile è promotore. «Spingitore», direbbe qualcuno. Motivatore. Non abbiamo mai pensato di risolvere tutto in noi stessi, ma crediamo che la nostra formula sia più indicata, rispetto a infiniti congressi, nostalgie identitarie, partiti del Novecento che non si possono più ricostruire con le stesse modalità.
Preparandoci eternamente per il nuovo secolo, quando è passato già qualche anno.
In sintesi: autonomia e progetto di governo. Unità solo con chi sceglie questo percorso. No a identitarismi e a involuzioni che sono talmente di sinistra da essere condivise con la destra. No a tatticismi, no agli estremismi. Due posizioni speculari, entrambe sbagliate.
Perciò lavoreremo alla ricerca della politica perduta, partendo a nostra volta da due cerchi concentrici: l’iscrizione a Possibile (militanti) e l’adesione al progetto più larga (simpatizzanti), proponendo una soluzione possibile tra Pd e M5s ma anche tra riflessi nostalgici a sinistra e non-più-sinistra.
Moltissimi dicono: «il Pd non lo voto più», «se fate così mi butto su Grillo, anche se molte cose mi spaventano». Oppure «sto alla finestra». Ecco, chiudete la finestra, scendete in strada e proviamo a fare una cosa che ci piaccia, per una volta. Senza «se», appunto, e senza «ma».
Per fare ciò ci vogliono le idee e però anche le persone. Che le rappresentino, che le portino nelle istituzioni. E non dobbiamo cercare tra noi, dobbiamo candidare a rappresentarci persone autorevoli, nella loro professione, nella vita sociale, per il loro impegno civile, come a volte si fa con i sindaci. Competenza e qualità sono essenziali e fondamentali, al pari dell’autonomia e dell’unità del progetto. In una parola: ci vuole coerenza.
Si chiede la costituzione di un coordinamento dei portavoce dei comitati di ciascuna regione o area omogenea per la definizione e la gestione di Amministrative e Politiche. Con una regola semplice: chi si occuperà delle  candidature, non si candiderà alla competizione.
Come passaggio intermedio, si costituirà un comitato di garanzia elettorale di 10 persone, a cui si aggiunge il segretario, un rappresentante a testa di comitato organizzativo e scientifico per istruzione processo di candidature da sottoporre al voto degli iscritti, di tutti gli iscritti, agli Stati generali.
Tre passaggi, quindi: locale, di garanzia, di approvazione comune.
Non abbiamo ceto politico da difendere, abbiamo molte persone da rappresentare. Soprattutto chi rischia. Chi scommette. Chi si sente abbandonato.
Chi si sente tradito. E abbiamo deciso per questo di rinunciare a tutto. Senza garanzie. Senza altro se non noi stessi e le nostre idee.
Nessuna «rottamazione» finta. La sostituzione proprio. Mandiamo a casa i fedeli buoni e bonus a nulla, e  mettiamoci persone competenti, che rappresentino un’idea di politica e la propria comunità. Che non siano disposte a votare le qualsiasi cosa per una ragione di Stato che spesso è una ragione di status. Momentaneo.
La vera casta dei politici è quella che vota a prescindere dalla propria volontà e dal mandato ricevuto dai propri elettori. Che ragione di se stessa e non del paese.
Che confonde politica e potere. Che non potrà cambiare se stessa, figuriamoci se cambierà il Paese.
Un’Italia possibile c’è già. Mettiamola in relazione, diamole speranza, rappresentiamola tutta insieme. Tutti insieme.