I poveri in città erano “di chiesa”? 2/2

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Grazia Nardi
Fonte: Rimini Sparita
Url fonte: https://riminisparita.it

di Grazia Nardi 13 luglio 2014

…La porta della chiesa, di giorno, era sempre aperta. Quella centrale con la scalinata su via Cairoli e quella laterale su via Sigismondo. Sui gradini all’ingresso, che fungevano da pista, si giocava con gli “stampini”, i tappi delle bibite, tanto più preziosi quanto più rare le bottiglie, imbottiti di foderini di sughero; si tiravano con lo scatto del dito medio sul pollice, nel percorso delimitato dagli scalini, la difficoltà era rappresentata dal passaggio dallo scalino più alto a quello sottostante, un’operazione di grande precisione, ad evitare che lo stampino uscisse dalla corsia, con le conseguenti penalità. Era un gioco prettamente maschile e le bambine erano ammesse solo quando necessarie alla coppia di sfidanti.

Ogni tanto si affacciava il prete per chiamarci alla “dottrina” o alla messa vespertina e, dopo qualche tentativo di ignorare l’invito, le bambine specialmente, entravano in chiesa. Dominustecum, sicutincielo, orapronobis, seculaseculorum…..espressioni, spesso storpiate, imparate ad “orecchio” e di cui non capivamo il senso ma ripeterle ci rendeva partecipi del mondo degli adulti. Non eravamo in grado neppure di cogliere il valore artistico degli affreschi e della statue non solo per i limiti legati alla nostra età ma per quelli culturali delle nostre famiglie.

La maestosità degli spazi, il rigore del silenzio, la severità degli sguardi dei santi dipinti sulla volta trasmettevano, comunque, la chiara percezione della particolarità del luogo, sospeso in una dimensione senza tempo, rassicurante, protettivo e, nello stesso tempo, inquietante per noi bambini che, sentendoci raccontare le storie di peccatori malvagi o dell’inferno, cercavamo di misurare la portata dei nostri peccati: disubbidire, rispondere alla mamma, suonare i campanelli della case….Non meno forte la suggestione dei racconti sui miracoli che facevano breccia soprattutto sui bambini che vivevano situazioni difficili nella famiglia. Un Dio che punisce i cattivi, anche se non subito e che “vede e provvede” per i buoni…..arriva dritto al cuore di un bambino. Almeno ai bambini degli anni 50.

La chiesa di Sant’Agostino, di fatto, è stato il mio asilo infantile. Seduta sugli scalini osservavo e dominavo l’andirivieni di Via Cairoli, via di snodo tra il Mercato Ambulante e la Pescheria e percorso d’accesso agli uffici comunali. Pochissime la macchine: qualche “giardinetta” o millecento ..più evidenti, in mezzo la strada, i “segni” lasciati dai cavalli che trainavano le carrozze ancora in circolazione, le stesse che, dalla stazione, portavano in giro i turisti, riconoscibili dal grembiule blu o grigio i garzoni di bottega che facevano le consegne in bicicletta. All’edicola di fronte si avvicendavano soprattutto le donne che, fatta la spesa, si concedevano qualche chiacchiera e l’acquisto di un giornale che dispensava più sogni che notizie: Grand-Hotel, Intimità, Confidenze…

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Sull’angolo tra via Cairoli e Via Sigismondo c’era un venditore ambulante di dolciumi: caramelle, liquirizie, carrube, bastoncini di zucchero colorato…caldarroste in autunno, “palle di ghiaccio” in estate versate direttamente nel bicchiere portato da casa….

Ma non di meno era il tempo che passavo all’interno della chiesa. La penombra debolmente contrastata dai lumi e dai ceri, non mi turbava ..ero abituata al buio della casa dove l’unica lampadina a basso voltaggio, alimentata allora, con energia a 125, si accendeva solo lo stretto indispensabile.

Le “signorine” che facevano dottrina erano gentili, gli inni cantati creavano un’atmosfera particolare che accomunava le persone a prescindere dall’età e dal ceto. So intonare, ancor oggi, per intero ed in latino, Salve Regina o Adeste Fideles. E lo spettacolo offerto dalla celebrazione dei matrimoni? Il vestito corto, bianco, il velo, il lancio del riso all’uscita..chi se lo perdeva? Sì, in quella chiesa passava la vita , la morte…tutta la storia, in diretta, di via Cairoli…..

Eppoi anche i genitori comunisti passavano sopra all’orario se alla domanda “duccè stè fin adess?” si rispondeva: “in chiesa”.

Allora il rituale legato ai sacri eventi, veniva trasferito all’esistenza terrena.

Quando il sabato, vigilia di Pasqua, si scioglievano le campane legate il giovedì, giorno della Crocifissione, si incitavano i bambini piccoli a fare i primi passi. C’era la convinzione che per effetto della ricorrenza della Resurrezione, i bambini imparassero più facilmente a camminare!

Anche il mal tempo che, talvolta, precedeva la domenica di Pasqua, veniva attribuito allo sdegno divino, un segnale inconfondibile che caratterizzava la “stmena ad passion”. Un misto tra devozione e superstizione.

E’ che per i poveri, non solo di mezzi economici, era naturale cogliere il senso divino dai segnali terreni.

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