In spiaggia nasce il latin lover di casa nostra

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di Grazia Nardi – 30 luglio 2014

…E’ il bagnino il primo vero simbolo del madeinitaly e, nel nostro caso, del madeinrimini. Abbronzatura ineguagliabile, fisico possente, muscoli alimentati dal sollevamento di ombrelloni, sdrai, pedane, paletti. In piedi sul moscone, petto in fuori, braccia ai remi, appariva il dio Nettuno, con una carica erotica che sprigionava dall’odore inconfondibile della pelle, misto di salsedine, ambra solare e sudore fresco.

Straniere incantate, giovani italiane in ansiosa attesa della “prima volta”, mogli (degli altri) raggiunte dal marito solo nei fine settimana. E le chiavi delle cabine a portata di mano……..

Il bagnino, quello doc, era rigorosamente riminese, di origine e discendenze marinaresche. Sì, perché il bagnino autoctono era innanzitutto un amante ed un “intenditore” del mare. Ne conosceva i flussi, le correnti, gli umori variabili e la prudenza con cui va affrontato, perché un marinaio vero il mare non lo sfida, lo rispetta. Il mare era il culto anche dell’inverno passato a rastrellare, raccogliere le poveracce, i cannelli e, soprattutto, a controllare che tutto fosse a “posto”. Le tracce sulla sabbia, i resti lasciati da frequentatori più o meno occasionali venivano accuratamente vagliati per mettere a punto i controlli e le relative frequenze.

Altro stile il bagnino arrivato in seconda battuta, calato dalle campagne vicine, attratto dall’investimento. Quello che, con orrore del bagnino doc, camminava sulla passerella con sandali e calzini, non sopportando il contatto diretto con la sabbia.

Dunque il bagnino, quello vero, era in grado di predire il tempo meteorologico, altrochè internet.

“Oz l’è bunaza (mare calmo, senza vento); l’è beva bienca (brezza leggera, lieve increspatura delle onde)”, ai primi feschi “oz è fa’ maestralon”.

D. “Bagnino pioverà?” R. Eh oz un l’ha dla bona…..dall’ostro, dall’ostrooo.”

La scena tragico comica si verificava nei giorni di garbino quando il caldo favoriva la corsa al mare ed il sole picchiava in testa. Lì il bagnino si sentiva un leone in una foresta in fiamme. Come spiegare ad un turista pagante che quel vento subdolo poteva far volare l’ombrellone aperto come un aliante, farlo piroettare a mezz’aria per poi planarlo sulla altrui testa, non prima di essersi lacerato nella copertura o spezzato nelle stecche?

Ma nonostante il monito proveniente dal Pubbliphono che invitava alla serrata degli ombrelloni, non mancava mai un incauto cliente che se lo apriva da solo con uno sforzo disumano. Che ci vorrà mai? Ogni mattina il bagnino ne apriva duecento con una mano sola ed una flessione del busto, senza spostarsi di un millimetro. Dunque doveva essere un’operazione semplicissima!

Arrivato al quarto tentativo il turista, ingobbito, con la pelle della mano lacerata non andava oltre il raggio di apertura di dieci centimetri e passava quindi al piano B togliendo l’ombrellone dal paletto e, rovesciandolo sulla sabbia, lo apriva all’incontrario per poi ricollocarlo in sede, barcollante ma orgoglioso dell’impresa.