La libertà di Fedra

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Autore originale del testo: Luca Billi
Fonte: i pensieri di Protagora...
Url fonte: https://www.ipensieridiprotagora.com/

di Luca Billi  22 maggio 2019

Se gli dei – e le dee – esistessero, la storia di Fedra sarebbe comunque tragica, ma in qualche modo tollerabile per noi mortali. Ma se gli dei – e le dee – non esistono – e ai tempi di Euripide e di Aristofane su questo c’erano già molti dubbi – il dramma di Fedra diventa per noi insostenibile.
Il tragediografo ateniese sa che per raccontare la storia della moglie di Teseo deve mettere in scena anche Artemide e Afrodite, perché così vuole la tradizione e soprattutto così vuole il pubblico, da cui dipende il successo delle sue opere, ma sa che si tratta di un trucco, riconosciuto e accettato come tale, più o meno consapevolmente, da gran parte degli spettatori. Gli ateniesi ne hanno viste troppe, sanno che gli dei di Omero e di Esiodo non esistono, ma vogliono far finta che invece siano ancora loro a determinare le scelte dei mortali: altrimenti, di fronte a Fedra, impazzirebbero.
E non è certo un caso se Aristofane, per denunciare quanto Euripide sia pericoloso per la loro città, citi proprio questa tragedia. Quando, nella Rane, il tragediografo dice che egli ha raccontato la storia di Fedra in maniera veritiera, Eschilo – attraverso cui parla il commediografo – gli risponde

Certo! Ma un poeta deve nascondere il male, non metterlo in mostra.

Aristofane sa che Euripide ha raccontato una storia vera, una storia in cui gli dei non hanno alcun ruolo, in cui le donne e gli uomini – e solo loro – devono rispondere di quello che hanno fatto o non fatto. Ma allo stesso tempo dice che un poeta ha il dovere di celare questa verità, che spaventa gli uomini. Lo scontro tra Aristofane ed Euripide è tutto qui: il primo vuole educare gli uomini con l’esempio, mentre il secondo lo fa con la verità.
Fedra si è innamorata di Ippolito non per opera di Afrodite, che così avrebbe voluto vendicarsi di quel giovane che ha consacrato ad Artemide la propria verginità. Euripide non sa perché Fedra si sia innamorata, non può saperlo, perché nessuno lo sa, neppure un poeta. Nessuno di noi sa perché ci siamo innamorati e continuiamo a farlo. E quindi Fedra non sa perché sta provando un tale e violento desiderio per quel giovane uomo, anche se capisce che è sconveniente, perché quel ragazzo è il figlio dell’uomo che lei ha sposato, e soprattutto si rende conto che quel suo amore è destinato a consumarla, perché Ippolito non la ama, visto che ha deciso, in maniera assolutamente radicale, di rinunciare per sempre all’amore, per dedicarsi unicamente ai piaceri dello spirito.
Quando assistiamo al dramma di Euripide, riusciamo a capire cosa sta provando Fedra, soffriamo insieme a lei, perché, al di là delle nostre esperienze personali, fortunate o sfortunate, liete o tristi che siano – anche se naturalmente non abbiamo provato un dramma così – possiamo in qualche modo capire cosa sta succedendo nella sua anima. Invece non riusciamo a capire Ippolito: ci è totalmente alieno. Comprenderemmo se rifiutasse Fedra perché è la sposa del padre o perché non la ama, ma non capiamo perché abbia deciso di rifiutare l’amore e la passione, per sempre. Ippolito e la sua virtù così rigorosa ci sono completamente estranei e quindi non possiamo che soffrire insieme a Fedra, nonostante tutto.    
E parteggiamo per Fedra anche quando lei mente, quando lascia il biglietto in cui accusa Ippolito di averla violentata, ben sapendo che questa accusa provocherà la sua morte, come poi avverrà. Fedra naturalmente sa che anche lei deve pagare con la vita: è pronta a farlo.
Fedra non è pazza. Eppure spesso è stata definita così, perché in questo modo gli uomini, non avendo più a disposizione la scusa degli dei, hanno tentato di allontanare da sé la lucida intelligenza e la tagliante provocazione di questa donna. Fedra è tanto pazza che è l’unica di questo strano, sbilanciato, triangolo a capire cosa stia davvero succedendo. Non lo capisce Ippolito, neppure quando gli viene spiegato, e non lo capisce Teseo ovviamente.
Fedra è l’intelligenza di un amore irragionevole, è un ossimoro vivente.
Fedra non è neppure una donna che si lascia travolgere dagli eventi, ma è una donna che sceglie; e sceglie l’amore, anche se questo porterà alla rovina lei e la persona che è l’oggetto di quel suo amore. E Fedra non desidera la passione di una notte. Certo in lei c’è un forte desiderio sessuale, non negato e in qualche modo perfino sbandierato, ma Ippolito non è un capriccio. La storia di Fedra ci dice che la passione fisica è qualcosa di importante, che non possiamo comprimere. Anzi quando lo facciamo siamo destinati a morire.
Fedra vuole essere libera, ed è questo che rende quel personaggio rivoluzionario, prima che scandaloso. Fedra – secondo le convenzioni del mondo – avrebbe dovuto rinunciare a Ippolito, ma così sarebbe stata prigioniera di una maschera, quella della brava moglie e dell’onesta donna di casa, che avrebbe sempre sentito come una costrizione. Fedra ha voluto essere una donna, in maniera eroica. E anche la morte di Ippolito serve a questo scopo. Quell’accusa non è il gesto di vendetta di una donna rifiutata – ancora una volta un momento di pazzia, secondo i nostri canoni – ma un atto lucidissimo. Ippolito ha scelto la prigionia delle forme e lei, che comunque lo ama, decide infine di liberarlo. Una volta per sempre. Fedra, con questo gesto, vuole dirci che la libertà che c’è nel suo amore è più forte della prigionia della virtù.