La politica dei “Peones”

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Autore originale del testo: Livio Ghersi

 

 

Sentite le dichiarazioni del Presidente della Repubblica di giovedì 22 agosto 2019, al termine del primo giro di consultazioni, mi sembra che la prospettiva di andare, rapidamente, ad elezioni anticipate, si faccia più concreta.

L’ipotetica nuova maggioranza fra Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico incontra tutte le difficoltà, già messe in conto, ma, soprattutto, dovrebbe vincere resistenze psicologiche che hanno poco a che vedere con la razionalità politica. Per il Movimento Cinque Stelle, il PD è stato sempre una forza portante dell’Establishment  in Italia. I militanti del Movimento hanno avuto, tra le proprie parole d’ordine, quella di incarnare una politica diversa da quella tradizionalmente rappresentata dal PD. Ritrovarsi ora alleati proprio con il PD in un’esperienza di governo, sarebbe cosa durissima da far digerire agli elettori dei Cinque Stelle.

Anche il Segretario del Partito Democratico ha pochissima voglia di farsi coinvolgere in un’alleanza con il Movimento; ne diffida e non gli si può dare torto. Di conseguenza, gli incontri, per la parte nota al pubblico, hanno avuto e, probabilmente, continueranno ad avere, più un valore tattico che effettiva sostanza. Si tratta di una rappresentazione teatrale, per dimostrare che, fino all’ultimo, si è provato di tutto, pur di evitare la conclusione anticipata della diciottesima Legislatura.

Così il leader della Lega, apparentemente messo in minoranza nelle procedure parlamentari di formalizzazione della crisi di governo, si rifarà vincendo a mani basse le prossime elezioni anticipate, insieme ai suoi alleati di Destra e Centro-destra. A destra c’è qualcosa che somiglia ad una coalizione politica e questo è un vantaggio rilevante, nella competizione elettorale.

La vigente legge elettorale, la legge 3 novembre 2017, n. 165, prevede che circa un terzo dei parlamentari siano eletti in collegi uninominali con metodo maggioritario. Per l’esattezza, sono eletti con metodo maggioritario 232 deputati su un totale di 630; e 116 senatori, su un totale di 315.

Nelle elezioni del marzo 2018, il Movimento Cinque Stelle, interpretando un voto di protesta, straordinariamente consistente e concentrato territorialmente, riuscì a conquistare 76 collegi uninominali degli 80 complessivamente istituiti nelle otto Regioni dell’Italia meridionale e insulare: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna. Ciò sovvertì ogni previsione, perché il Movimento Cinque Stelle correva da solo, mentre il sistema dell’elezione nei collegi uninominali con metodo maggioritario, potenzialmente premia chi disponga di una capacità di coalizione più larga possibile.

Il Partito Democratico ha, in aggiunta ai suoi limiti strutturali, il limite di una ridottissima capacità di coalizione. Non esiste una vera coalizione di Centro-sinistra, perché il PD, in ciò davvero miope, ha sempre fatto di tutto affinché non si consolidassero altre formazioni politiche in quest’area. Più Europa, i Verdi, la Sinistra, la quale non si sa neanche più bene che nome abbia, sono piccole formazioni, sempre a rischio di non ottenere rappresentanza, perché non in grado di superare la soglia di sbarramento. Pure il Movimento Cinque Stelle continuerà a correre da solo, ma non è detto che il grande serbatoio elettorale del Sud continuerà a funzionare come nel 2018. Penso, anzi, che il successo elettorale del 2018 sia destinato a diventare presto il ricordo di un bel tempo che fu e che mai più tornerà.

La molto probabile vittoria della coalizione delle destre, a guida leghista, nelle prossime elezioni anticipate, oltre a tutte le conseguenze negative che già abbiamo individuato, nei rapporti con l’Unione Europea e nella tenuta dei conti pubblici, comporterà anche che la maggioranza destrorsa del nuovo Parlamento eleggerà il prossimo Presidente della Repubblica, alla scadenza del mandato del Presidente Mattarella.

Cosa volete che siano queste quisquilie agli occhi del Segretario Zingaretti, sempre pronto a declamare che il PD non ha paura del giudizio degli elettori! C’è una voglia di perdere che richiederebbe, anch’essa, una terapia psicanalitica.

Tra i temi in discussione fra Movimento Cinque Stelle ed il Partito Democratico c’è il completamento della riforma costituzionale che prevede di ridurre il numero dei parlamentari, portando a 400 il numero dei membri della Camera dei deputati, e a 200 il numero dei membri del Senato. Il Partito Democratico ha già votato contro la riforma nelle prime tre letture, e mantiene la sua contrarietà.

Facendo appello alla mia modesta esperienza di ex funzionario dell’Assemblea regionale siciliana, ricordo agli smemorati che, nelle ultime elezioni regionali siciliane del 5 novembre 2017, gli elettori hanno eletto 70 deputati regionali. Nelle precedenti sedici legislature (a partire dal 1947), i deputati regionali erano, invece, 90. Poiché lo Statuto speciale della Regione Siciliana è stato approvato con legge costituzionale, la modifica del numero dei deputati regionali ha richiesto una legge costituzionale. Con doppia lettura da parte delle due Camere, eccetera, secondo la procedura fissata dall’articolo 138 della Costituzione. Viene appunto in considerazione la legge costituzionale 7 febbraio 2013, n. 2, recante “Modifiche all’articolo 3 dello Statuto della Regione siciliana, in materia di riduzione dei deputati dell’Assemblea regionale siciliana”. Tale legge costituzionale, promulgata dal Presidente della Repubblica Napolitano, è stata controfirmata dal Presidente del Consiglio dei Ministri Monti e dal Ministro Guardasigilli Severino. Il Partito Democratico votò sempre a favore della riduzione, in tutte e quattro le letture.

Ma c’è di più. La procedura di modifica dello Statuto regionale fu avviata dalla stessa Assemblea regionale siciliana, con una cosiddetta “legge-voto”, presentata al Parlamento nazionale. Tale legge-voto fu approvata durante la quindicesima Legislatura dell’ARS, quando, per la cronaca, nessun deputato del Movimento Cinque Stelle sedeva fra i banchi di Sala d’Ercole. Si era partiti da un disegno di legge di iniziativa parlamentare. Presentato, udite, udite, da un deputato regionale del Partito Democratico. Del quale mi piace ricordare il nome: l’onorevole Giovanni Barbagallo.

C’è stata una stagione in cui l’esigenza di ridurre i costi della politica era considerata un argomento serio. Tanto da non poter essere ignorata da alcuna parte politica. Ad esempio, al tempo dell’ultimo Governo presieduto da Silvio Berlusconi, fu approvato il decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 che, all’articolo 14, fissava, per le Regioni a Statuto ordinario, il numero massimo dei consiglieri regionali, in proporzione alla popolazione residente. Così, ad esempio, nelle Regioni con popolazione fino a un milione di abitanti, il numero dei consiglieri non può essere superiore a 20. Nelle Regioni con popolazione eccedente gli otto milioni di abitanti, il numero dei consiglieri non può essere superiore a 80. Quella normativa era tutt’altro che risolutiva. Richiedeva provvedimenti attuativi da parte delle singole Regioni e ciò non sempre è avvenuto. In ogni caso, la Regione in assoluto più popolosa, la Lombardia, elegge  80 consiglieri regionali.

Oggi si vorrebbe ricondurre il tutto alla deriva “populista” del Movimento Cinque Stelle. É sbagliato, tanto più in tempi di crisi economica. Il risparmio annuale derivante dalla soppressione di 345 parlamentari non è un’entità trascurabile. C’è però in ballo molto altro. Quando si chiedono sacrifici ai cittadini per provvedere, tramite le entrate fiscali, a finanziare i servizi pubblici diretti alla generalità, proprio i rappresentanti della classe politica devono (“dovrebbero”) essere i primi a dare il buon esempio. Ciò significa non soltanto rinunciare a benefits che non sono strettamente necessari per lo svolgimento del mandato rappresentativo e che, nella misura in cui non servono a questo scopo, sono meri privilegi. Significa anche quantificare in modo razionale i numeri della rappresentanza, a tutti i livelli: deve trattarsi di numeri equilibrati. Il superfluo, proprio perché viene mantenuto a spese dei cittadini contribuenti, va tagliato. Senza troppi complimenti. Avete presente la coesione sociale? Ecco, una politica non percepita come “vita comoda, a spese dei contribuenti”, fa bene alla coesione sociale di un Paese.

Il mito della “partecipazione democratica” è quello al quale si fa appello per aumentare i numeri della rappresentanza. Così un più alto numero di mestieranti della politica può avere un avvenire assicurato. 

Il lavoro politico non è lavoro? Certo. Ma la politica è attività nobile quando è fatta volontariamente, per passione ideale e per amore nei confronti della comunità sociale della quale si fa parte. Io che sono avanti negli anni, mi onoro di aggiungere, per amore della propria Patria. La politica si arricchisce se a farla sono personalità come Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti, Luigi Einaudi, Aldo Moro, Enrico Berlinguer, Giovanni Malagodi, Ugo La Malfa, Sandro Pertini, Giuseppe Saragat. Tra gli attuali 630 deputati quanti sono soltanto dei meri “peones”, come appunto vengono chiamati?

Resta l’ultimo argomento della compressione della “capacità rappresentativa”. Se, in ipotesi, dopo la riduzione del numero dei parlamentari, si mantenessero i 232 attuali collegi uninominali per la Camera, e i 116 attuali collegi uninominali per il Senato, in ciascun collegio uninominale la capacità rappresentativa del parlamentare eletto rimarrebbe invariata. Ogni territorio, a partire dalla Valle d’Aosta, avrebbe il proprio rappresentante istituzionale garantito. Bisognerebbe, invece, ridurre il numero dei collegi plurinominali. Qui resterebbero da eleggere, con metodo proporzionale, 168 deputati, e 84 senatori. Quando sostengo che i collegi plurinominali dovrebbero essere meno possibile nelle elezioni per la Camera (comunque, dovrebbero essere uno per Regione, al Senato), immagino collegi molto ampi. Molto ampi, nel senso che in ciascuno di essi ci sarebbe un relativamente alto numero di rappresentanti da eleggere con metodo proporzionale. Come gli esperti di leggi elettorali sanno, più ampio è il collegio, maggiore sarà il numero delle liste che otterranno rappresentanza. In questo modo si garantirebbe l’effettivo pluralismo del Parlamento e si garantirebbe una sorta di diritto di tribuna anche alle liste minori.

Nel contempo, la legge elettorale funzionerebbe meglio di adesso, nel senso che sarebbe più facile formare una maggioranza parlamentare, capace di dare un governo stabile al Paese. Tutte le teorie secondo cui ad una riduzione del numero dei parlamentari debba necessariamente corrispondere una legge elettorale integralmente proporzionale sono del tutto destituite di fondamento. Le migliori leggi elettorali non sono né integralmente proporzionali, né integralmente maggioritarie. Devono tendere ad un contemperamento dei due caratteri. Con la legge proporzionale pura diventa molto più difficile eleggere governi stabili.

La polemica contro i proporzionalisti puri, i quali sognano di dare rappresentanza anche a partiti dello zero virgola, è, a ben vedere, la stessa polemica contro i mestieranti della politica, che vogliono gonfiare i numeri della rappresentanza, in nome della “partecipazione democratica”. Una democrazia parlamentare funzionante deve essere una costruzione razionale; tutti gli interessi minori, le piccole ambizioni personali, vanno sacrificati a questo fine.

Palermo, 23 agosto 2019

 

Livio Ghersi