La secessione dei ricchi e la crisi strutturale dello Stato italiano

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di Guglielmo Forges Davanzati – 7 marzo 2019, “Nuovo Quotidiano di Puglia”

Autonomia differenziata: la difficile compatibilità fra le dinamiche del capitalismo italiano e la tenuta dello Stato unitario

L’autonomia differenziata chiesta da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna – nota agli addetti ai lavori come secessione dei ricchi – è un evidente segnale della strutturale incompatibilità fra il modo in cui il capitalismo italiano si sta ristrutturando e la tenuta della Repubblica italiana con assetto unitario. Le tesi principali, sostenute in ambito meridionalistico, contro la secessione fanno riferimento al rispetto della carta costituzionale, e, per quanto riguarda l’ambito propriamente economico, mettono in evidenza che l’autonomia potrebbe nuocere a quelle regioni date le interconnessioni che esistono fra Sud e Nord del Paese, per quanto attiene i mercati di sbocco (il Sud lo sarebbe) e le migrazioni di giovani meridionali che contribuirebbero alla crescita economica delle regioni più ricche.

Occorre notare che queste argomentazioni colgono una parte del problema e non danno conto del perché è solo ora, a distanza di venticinque anni circa da quando l’istanza secessionista (o federalista) fu avanzata dalla Lega, essa trova il suo progetto quasi realizzato. Ciò si comprende alla luce dei processi di ristrutturazione del capitalismo italiano nel periodo considerato. Il capitalismo italiano degli anni novanta – quando appunto la allora Lega Nord avanzava proposte di separazione – aveva una configurazione ben diversa da quella attuale, operava in un contesto nel quale il Sud effettivamente svolgeva un ruolo importante di assorbimento delle produzioni del Nord, e l’istanza secessionista sembrava essere quasi unicamente legata a sentimenti antimeridionalisti.

I principali fattori che consentono, oggi, di far sì che questa istanza si realizzi possono essere ricondotti a due.
1. Un clima politico e culturale dominato dal sovranismo può facilmente degenerare nella rivendicazione dell’autonomia di ‘patrie’ sempre più piccole. In altri termini, poiché esistono aree ricche e povere all’interno delle macro-aree che chiedono autonomia, la spinta rivendicazionista non ha limiti, quantomeno se fatta per appropriarsi interamente delle risorse prodotte. E soprattutto, genera ‘ritorsioni’, con successiva rivendicazione di autonomia anche da parte dei meno ricchi.
2. Il Sud, ancora alla fine degli anni ottanta beneficiava di importanti flussi finanziari dallo Stato centrale che tenevano elevati i suoi consumi. Nella sostanziale assenza di produzioni autoctone, questi consumi si rivolgevano prevalentemente a produzioni del Nord, in un contesto nel quale le imprese del Nord (mediamente più grandi, all’epoca, di quanto lo siano oggi) subivano minore pressione concorrenziale da parte di imprese di altre aree (per esempio, la Cina non era ancora un’economia concorrente alla nostra come lo è oggi). E’ vero che ancora oggi il Sud attiva circa il 14% del Pil del Nord, ma la tendenza sembra volgere a una contrazione dei volumi di merci vendute nel Mezzogiorno.

Ciò a ragione del fatto che lo scenario macroeconomico è gradualmente cambiato e il cambiamento si è svolto con la massima intensità dopo lo scoppio della prima crisi, nel 2007. Il cambiamento al quale ci si riferisce attiene alla crescita delle interconnessioni su scala globale (le cosiddette catene globali del valore). Fuori dai tecnicismi, ci si riferisce al fatto che una merce presente oggi sul mercato contiene parti componenti che non sono state prodotte da chi la vende e ci mette il marchio. Le nostre principali imprese – le più grandi e più innovative – hanno risposto alla caduta della domanda a seguito della crisi provando ad agganciarsi, attraverso catene di subfornitura (si pensi alla componentistica per le automobili), al capitale tedesco e dei Paesi satelliti della Germania. Nell’attuale gioco neo-mercantilista, dove ciò che conta è esportare più di quanto esportino i concorrenti (e importare meno), il Sud conta sempre meno come mercato di sbocco. E’ un processo ancora embrionale, che riguarda (su fonte Banca d’Italia) un numero non molto grande di imprese del Nord, stimate in circa 180mila su 4.5 milioni di imprese lì localizzate.

Almeno per questi casi, due fattori sono da considerare:
a. Le imprese del Nord producono sempre meno beni finali e sempre più produzioni intermedie, non vendibili nel Mezzogiorno per la sostanziale inesistenza in loco di un tessuto industriale;
b. I residenti nel Mezzogiorno – per la caduta dei redditi, l’aumento delle emigrazioni, l’invecchiamento della popolazione – consumano sempre meno. SVIMEZ calcola, a riguardo, che il calo cumulato dei consumi dei meridionali dal 2008 al 2017 è stato nell’ordine del -11%.
A ciò vanno aggiunte le politiche economiche attuate nel Mezzogiorno negli ultimi decenni, caratterizzate – come ci informa SVIMEZ – da una costante riduzione degli investimenti pubblici (riduzione che va avanti dall’abolizione della Cassa per il Mezzogiorno), che ha contribuito a frenare la crescita delle aree più deboli del Paese.

Non è casuale che la materia sulla quale le tre Regioni chiedono maggiore autonomia è la formazione. Le imprese del Nord – almeno quelle più grandi e innovative – hanno bisogno di ricerca di base e applicata e di forza-lavoro altamente qualificata per intercettare le innovazioni prodotte dalla cosiddetta quarta rivoluzione industriale (robotizzazione, automazione) – la c.d. Industria 4.0. Sul piano empirico, si registra, a riguardo, che:
i) L’86% delle imprese italiane non ha attuato alcuna trasformazione in impresa 4.0 secondo i criteri Mise. L’8.4% delle imprese 4.0 sono nella classe dimensionale 250 addetti e oltre, prevalentemente localizzate al Nord;
ii) su fonte Ministero dello sviluppo economico, nel Centro-Nord la diffusione delle tecnologie digitali è intorno al 9.5% – nel confronto con la diffusione di tecnologie mature – contro il 6% circa del Sud.

In sostanza, sembra che i cambiamenti tecnologici in atto assecondino la tendenza per la quale i centri di ricerca vengono resi eccellenti (attraverso maggiori finanziamenti pubblici e privati) nelle aree nelle quali pre-esistono agglomerazioni di imprese con più alto potenziale produttivo.
In definitiva, l’assenza di una completa riforma dell’Università nella direzione fortemente voluta da Confindustria potrebbe essere proprio alla base di quel “Industry 4.0 – Preparati al futuro” che la maggiore organizzazione delle imprese italiane sta costruendo in tutta Italia, in collaborazione con centri di ricerca (denominati “competence center”) prevalentemente localizzati al Nord.