Difenderci dal massacro

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di Luca Billi  17 marzo 2019

Era il 16 marzo 1968 e mentre molto lontano dal villaggio di May Lai alcuni giovani cercavano di cambiare il mondo – o almeno pensavano di farlo – in quello sperduto angolo dell’Indocina altri loro coetanei uccidevano cinquecentoquattro civili inermi e disarmati, per lo più anziani, donne, bambini e neonati. Certo avevano avuto l’ordine di farlo dal loro comandante, il tenente William Calley, ma molti di loro si avventarono crudelmente contro quei “nemici” che non potevano difendersi – molti furono torturati, molte donne furono stuprate. Quei giovani soldati non solo non si opposero a un ordine palesemente ingiusto, ma lo eseguirono con incredibile e colpevole ferocia. Ci volle il coraggio di tre uomini, altri tre soldati, Hugh Thompson jr, Larry Colburn e Glenn Andreotta, che – resisi conto da bordo del loro elicottero di quello che stava succedendo – si misero tra i pochi vietnamiti ancora superstiti in fuga e i loro compagni d’arme, minacciandoli di aprire il fuoco, se non si fossero fermati.
Il massacro di May Lai è considerato uno spartiacque della guerra del Vietnam: le immagini che riuscirono ad arrivare negli Stati Uniti, i resoconti che furono fatti – per quanto ostacolati ed edulcorati dalle gerarchie militari e dai politici che volevano continuare quel conflitto – grazie, anche in questo caso, ai pochi soldati che decisero di non tacere, furono determinanti a cambiare i sentimenti dell’opinione pubblica. Gli Stati Uniti persero la guerra del Vietnam a May Lai.
Ma, al di là delle vicende politiche, perché quei ragazzi, nati alla fine della seconda guerra mondiale, figli di genitori che avevano combattuto quel lungo e terribile conflitto o comunque ne avevano subito, più o meno direttamente, le conseguenze, si fecero loro stessi carnefici? Perché diventarono come i nemici che i loro padri avevano sconfitto? La guerra è certamente un’esperienza terribile, inimmaginabile per chi – come noi – non l’ha provata sulla propria pelle, un’esperienza capace di renderci peggiori, di trasformarci, di farci perdere ogni umanità. I ragazzi che protestavano a Berkeley e quelli che uccidevano i civili a May Lai erano cresciuti nelle stesse città, nelle stesse famiglie, erano cresciuti ascoltando la stessa musica e guardando gli stessi film.
Al di là della retorica pacifista – molta della quale è la stessa di quella di quei ragazzi di cinquant’anni fa – credo che dovremmo ricordare questa lezione. Quando siamo in guerra, quando ci fanno essere in guerra, quando ci dicono – per qualsiasi motivo lo facciano – che proprio “quelli” sono i nostri nemici, quando ci costringono a combatterli, non possiamo sapere cosa ci succederà, non possiamo sapere se avremo la forza di fermarci di fronte a un ordine ingiusto o se addirittura ci abbandoneremo ai nostri istinti peggiori, magari per un mal riposto sentimento di vendetta, perché abbiamo visto morire un nostro amico, un nostro compagno. Impariamo a riconoscere la “cultura del nemico” e a difenderci dai suoi messaggi più subdoli.
Anche chi, come me, crede che il conflitto sia inevitabile e che verrà un giorno lontano in cui finalmente i nostri figli e i nostri nipoti combatteranno di nuovo, in un conflitto che non sarà più per il controllo di risorse economiche, per il possesso di un pezzo di terra, ma per il potere, in una guerra rivoluzionaria e di classe, sa che comunque anche quella guerra sarà crudele, come tutte le guerre. Anche una guerra “giusta” è crudele, come ben sanno i nostri padri e i nostri nonni che hanno combattuto contro il nazifascismo e che hanno visto alcune cose che non vogliono raccontare, anche se non possono dimenticare. Anche questo dovremo imparare a riconoscere: per riuscire a difenderci.