La vera crisi l’abbiamo vista in diretta: ed è la catastrofe di una classe dirigente

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L’Italia a cui uno spera siano almeno rimaste le istituzioni, le alte cariche dello Stato, quelle personalità che se non altro per ruolo non dovrebbero pensare più solo a sé e alla propria tribù di appartenenza ma al Paese fuori, insomma quelli da cui ti aspetti ingenuo un colpo d’ala.

E poi invece vedi Casellati, il primo frutto avvelenato di questa legislatura, Casellati che strillava già eversiva sulle scale del tribunale di Milano, Casellati che giurava su Ruby nipote di Mubarak – e diventare la seconda carica dello Stato purtroppo non l’ha per nulla cambiata, anzi.

Ed eccola lì, sullo scranno più alto, a chiamare Salvini “Presidente” (ma presidente di cosa, santo Dio?), a fingere di fare l’arbitro quando ogni suo tono gesto e parola tradiva gli ordini ricevuti dall’alto, il centrodestra unito, la vecchia e nuova coalizione in cui magari lei farà il ministro della Giustizia, la vita è lunga, non sia mai che si corra il rischio di finire in penombra.

Casellati, che imbarazzo per lei, assai più imbarazzo che rabbia, imbarazzo per quanto enormemente e visibilmente è “unfit” al ruolo che copre. Casellati seconda carica dello Stato, e poi abbiamo il coraggio a parlare ai ragazzi di meritocrazia, chissà perché non ci crede nessuno.

Infine gli altri, le seconde linee, i comprimari.

Tra questi, il capogruppo del Pd Andrea Marcucci, che Dio lo perdoni, il rampollo milionario Marcucci che entrò in politica a destra e a destra divenne deputato a 24 anni con una campagna elettorale da mezzo miliardo, prima di capire che nella sua Toscana gli affari migliori si facevano a sinistra – la sinistra intesa come complesso produttivo, industriale e turistico – e allora ecco la Margherita, e la relazione a 360 gradi con quel giovane presidente della provincia di nome Matteo Renzi.

Marcucci, mezza dozzina di poltrone tra holding finanziarie e industrie di emoderivati, Marcucci imperatore del Ciocco, Marcucci dominus incontrastato di un partito-vallata nella sua Lucchesia, Marcucci che nell’aula del Senato dovrebbe rappresentare l’alternativa a Salvini, mamma mia.

Marcucci che prende la parola e sbraita con Casellati per parlare anche lui un quarto d’ora ma poi ha concetti in testa per occuparne a stento sei, Marcucci abbronzato che accusa l’altro di essere più abbronzato di lui, Marcucci che si impantana in un italiano approssimativo e in una sintassi incertissima, «e noi oggi è una bella giornata», un altro che parlando manda un messaggio chiaro ai giovani di questo Paese: non studiate, non sbattetevi, chi nasce bene e sa manovrare vince sempre, gli altri anneghino. Marcucci che ha pure il coraggio di chiudere il suo triste spettacolo parlando di «senso dello Stato», senza rendersi conto che con gente così rischia di essere lo Stato a far senso.

Ecco, questo abbiamo visto, crudamente, transitare martedì 13 agosto davanti ai nostri occhi.

Non solo la crisi politica e nemmeno la crisi istituzionale, di sistema, in cui pure siamo immersi. Ma anche una gigantesca catastrofe culturale, etica e soprattutto umana di un’intera classe dirigente.