Neanche una crisi sanno fare

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Autore originale del testo: Alessandro De Angelis
Fonte: huffingtonpost.it

Salvini avrebbe potuto terremotare il Palazzo, ritirando i ministri. E invece si consuma l’ennesimo gioco tattico che allunga la crisi di una settimana

C’è un elemento di grande ambiguità nella mossa di questo “superuomo” sovranista, che ringhia a torso nudo, ma arrivato incravattato nelle Aule parlamentati non affonda, come ti aspetti. Anzi pattina sul ghiaccio di una crisi che si consuma al Papeete, ma mai in Parlamento fino in fondo. Perché il discorso di Salvini al Senato è questo: la crisi ai tempi del populismo, che si celebra ovunque, ma mai si formalizza fino in fondo. C’è sempre una penultima puntata di una crisi vissuta come un’interminabile soap, con i protagonisti molto compiaciuti del proprio ruolo che alimentano la suspense fino alla prossima puntata.

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Parliamoci chiaro, se “l’uomo che non deve chiedere mai” avesse voluto drammatizzare oggi, avrebbe fatto ciò che il giorno prima ha fatto scrivere a tutti i giornali, inondandoli degli spin bestiali, nel senso della Bestia, straordinaria macchina della propaganda e della mistificazione: far dimettere i ministri, ritirare “formalmente” la delegazione dal governo. Rinunciando alle “poltrone”, come si ama dire in quest’orgia di antipolitica. E al Potere, che è anche uno scudo ai tempi del Russiagate per cui, prima di lasciare il Viminale di fronte all’ignoto, il leader della Lega preferisce affidare il coraggio agli spin, più che agli atti concreti. A quel punto, game over.

E magari, se avesse voluto drammatizzare fino in fondo, in Aula avrebbe pronunciato ben altro discorso, non un comizietto in cui neanche nomina il Governo che vuole tirare giù e il suo “ex” alleato, limitandosi al gioco facile di resuscitare il nemico di sempre: Matteo Renzi, il bersaglio più facile, altro protagonista della crisi ai tempi del populismo, che ha messo su un’accozzaglia di responsabili, prima ancora che cadesse il governo in carica, con analoghe modalità di spin bestiali su una scissione annunciata, ma mai consumata, nell’ossessione narcisistica di riprendersi la scena passando dallo spirito della rottamazione alla reincarnazione di Scilipoti.

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Dicevamo l’ambiguità, di una mossa sconclusionata: “Votiamo il taglio dei parlamentari, poi il voto”. Che vale i titoli di giornata, nel giorno in cui al Senato Salvini va sotto, ma è un vero pastrocchio logico e politico, perché mai si è visto che un Governo vota una riforma costituzionale, che ha bisogno di mesi per completare il suo iter, e poi cade. Immaginate il Parlamento che vota la riduzione dei parlamentari, per cui poi c’è bisogno di tre mesi per il referendum, altri tre per l’entrata in vigore, poi uno per disegnare il collegi. E poi il suo scioglimento andando alle elezioni con il vecchio sistema, roba da dar venire i capelli verdi al capo dello Stato.

Ecco, pare una mossa geniale per contendere ai Cinque stelle il primato nel voto antipolitico – “non si fa per colpa tua” dice l’uno, “no, non si fa per colpa tua” dice l’altro –  in verità è un ennesimo segnale di confusione, in cui si confondono senso della sfida e ultima ciambella di salvataggio lanciata al Governo morente. È innegabile che l’anatomia dell’istante dia il senso di una difficoltà. Salvini avrebbe potuto terremotare il Palazzo, ha optato per un ultimo dribbling prima di tirare in porta, cui seguirà una settimana di commenti, retroscena, retropensieri.

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Diciamoci la verità, in modo un po’ gergale: manco una crisi sanno fare questi due alleati che sembrano una coppia litigiosa che non sa separarsi, con Di Maio che, giustamente dal suo punto di vista, si chiede perché mai l’altro lo voglia portare, come nella canzone di Arbore, su a Posillipo se poi non gli vuole bene. E dunque gli dice che, se vuole la riduzione dei parlamentari, allora prima serve la prova d’amore: ritiri la sfiducia, altrimenti si capirà di chi è la “colpa” e, allora, cambia tutto: “Non siamo più amici e ci chiameremo per nome e cognome”. Il tutto giocando con le parole, nell’era in cui non contano per mistificazione o ignoranza, perché martedì non c’è il voto di sfiducia (non è un dettaglio), ma ci sono le comunicazioni al termine delle quali il premier dovrebbe dimettersi. Dovrebbe, perché una settimana è ancora lunga e chissà cosa altro produrranno questi due che, mentre litigano, sembrano due che aspettano di tornare assieme.

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Resta il punto. Salvini, l’uomo forte, al dunque non ritira i ministri e non pronuncia mai la frase, indirizzata a Conte “dimettiti”, alimentando la sensazione che si senta in un cul de sac. A parecchi è sembrato poco lucido, meno padrone della situazione, un po’ agitato perché l’aveva fatta troppo facile, in quell’ebbrezza d’alta quota per cui – accade a tutte le meteore della politica – si confondo i propri desideri con la realtà, deformando i contorni delle cose. Invece lo scioglimento delle Camere è maledettamente più complicato. E, in definitiva, l’uomo nuovo si ritrova a parlare con Berlusconi e a non avere certezze sulla prospettiva del voto, col terrore di lasciare il Viminale. Avrebbe potuto scaricare sul Governo muscoli e tensione. Alla fine è stata solo certificata un’altra settimana di crisi, tra giochi sul calendario e non detti di una separazione annunciata ma ancora non consumata fino in fondo.