Mafia: origini, legami e connivenze

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Borsellino Falcone Vecchionidi Gisa Siniscalchi –

19 dicembre 2015

“La Sicilia è una merda”, lo ha detto Vecchioni e si è aperta una polemica infinita, io prendo invece alcune parole di una giornalista del Fatto Quotidiano, che vive e lavora in Sicilia, Sandra Rizza, che ha riaffermato il concetto espresso dal cantautore e ne ha ben spiegato la validità, con una lucida e documentata analisi. Sandra Rizza“È una merda perché i miei figli studiano con l’unica speranza di poter un giorno emigrare per vedere riconosciuti i loro meriti. È una merda perché la mancanza di opportunità ci rende tutti fatalisti e pessimisti ma quando qualcuno ci ricorda i nostri difetti diventiamo tifosi sfegatati della nostra bella Sicilia e ci manca solo che afferriamo il marranzano e cominciamo a ballare la tarantella in mezzo alle strade. È una merda per questo e tanto altro e lo sappiamo tutti e se un cantautore ubriaco, per eccesso di alcol o per semplice idiozia, ci ricorda che viviamo in questa merda possiamo pure sputargli addosso tutto il nostro disprezzo ma la merda rimane e forse è di questo che dovremmo cominciarci a preoccuparci”.

Voglio andare oltre, alle origini di questo fenomeno che risale a prima dell’unità d’Italia il 1861, si ha notizia dell’uso del termine “malapianta” riferito a fratellanze o sette, di compiacenze e di uomini d’onore già nel 1838, che esercitavano dietro pagamento, protezione per soddisfare bisogni di vario genere.
Si fa risalire la nascita della mafia intorno all’Unità d’Italia, non perché prima non esistesse questo tipo di criminalità, ma perché è in quel momento storico che prende evidenza il conflitto con lo stato.
Nel 1860 Garibaldi sbarca in Sicilia, e come sappiamo si servì dei mafiosi per le sue battaglie, sapeva di non poter muovere alcunché senza il loro aiuto, per la conoscenza del territorio e della popolazione. La stessa operazione la attuò a Napoli, verso la camorra, senza il cui aiuto non sarebbe riuscito nella sua impresa.

Si può con una qualche certezza affermare, con buona pace degli storici risorgimentisti, che la mafia e la camorra abbiano contribuito in parte all’Unità d’Italia, ovvero al regalo del regno delle due Sicilie ai Savoia, o per meglio dire al furto e alla nascita della questione meridionale, mai del tutto risolta.
Il governo piemontese, non riuscì ad interagire con la struttura politica ed imprenditoriale siciliana, abbandonata a se stessa, che si servì dei mafiosi per difendersi dal brigantaggio, e dalle nascenti idee dei contadini per una più equa distribuzione dei proventi del loro lavoro.

Mussolini e HitlerDa quel momento la mafia acquista una nuova veste, si legittima quasi, e si rafforza; per mantenere il controllo del territorio e per i suoi affari deve instaurare rapporti con il mondo politico ed economico basato sullo scambio di favori, e nei confronti dei cittadini con minacce e condizionamenti ottenendo omertà e consenso, e controllo dei voti.
Solo nel periodo del fascismo, Mussolini prova a scardinare questi legami, mandando in Sicilia Cesare Mori, il prefetto di ferro. Che pur tra molte difficoltà infligge una mazzata non indifferente alla mafia, colpendo molti sindaci conniventi e facendo celebrare numerosi processi con condanne esemplari. È la prima volta che lo stato si impegna nella lotta alla mafia, il motivo non è certo dei più nobili, poiché Mussolini non poteva sopportare che ci fosse un contro potere opposto al suo. “Se la mafia fa paura, lo Stato deve farne ancora di più”.

Gli americani sbarcati per liberare il Paese, e la Sicilia in primis, operarono come aveva fatto Garibaldi dando così nuova linfa al fenomeno mafioso. I boss, tornarono dal confino millantando il loro antifascismo,Cesare Moricollaborarono con gli americani, infiltrando i loro uomini nelle province e nei comuni, e per l’onorata società fu un nuovo inizio, molto più proficuo del passato. Alla fine della guerra, col voto che sancisce la scelta della Repubblica, si assiste ad una crescita esponenziale della mafia, grazie anche al trattato di pace firmato dall’Italia in cui era prevista la non perseguibilità per le persone che avevano collaborato con gli alleati tra cui molti mafiosi collaborazionisti. In questo modo si ricrearono i legami con la politica e stavolta non di sudditanza, più il contrario. Nonostante ciò, e nonostante il caso Portella delle Ginestre e il caso Giuliano, negli anni a venire, e fino agli anni 70, politici e magistrati negano l’esistenza della mafia che nel frattempo fa affari con connivenze più o meno evidenti, con la politica e i suoi rappresentanti. E come sappiamo da inchieste di giornalisti e magistrati, nessuno, o quasi, dei partiti politici è immune a quel sistema.
Tutto ciò, negli anni dall’unità d’Italia agli anni 60, ha reso la Sicilia un territorio anomalo, fuori dallo Stato Italiano, quasi uno stato a se, formato da politici e mafiosi, che esercitavano un controllo totale sui cittadini, che subivano, proprio perché sentivano l’assenza dello Stato Italiano, essendo di fatto alla mercé di questi individui.

“La mafia è già potere quando collude con quella parte del pubblico potere che è ad essa permeabile; questa parte di potere pubblico diviene mafioso, al servizio della mafia. L’attività mafiosa volta costantemente agli illeciti e parassitari arricchimenti non potrebbe perdurare senza la permanente collusione col pubblico potere”.
GirolamoLiCausiQuesta dichiarazione di Girolamo Li Causi, Senatore PCI Vicepresidente della commissione parlamentare antimafia dal 1968 al 1972, è senza alcun dubbio la migliore visione della realtà, come era, e come è riportata nella relazione della commissione antimafia del 1971: tale relazione, fece comprendere che il potere mafioso era da scardinare, erano da rompere i legami con la classe politica, bisognava fare pulizia. Furono creato il pool antimafia che con non poche difficoltà provò a farlo, fu il periodo più cruento in termini di uccisioni che si ricordi. Giudici, poliziotti, politici, giornalisti e attivisti. La mafia tentava di impaurire chi cercava di combatterla, imponendo omertà, minacce e ritorsioni.

Per far fronte a questi attacchi e dopo l’uccisione di Rocco Chinnici, il primo giudice a presiederlo, il pool antimafia fu rafforzato con l’arrivo di Antonino Caponnetto, che reclutò Falcone, Borsellino, Guarnotta e Di Lello, giudici istruttori coadiuvati dal sostituto procuratore Giuseppe Ayala, col compito di occuparsi di tutte le indagini su “cosa nostra”.
Il giudice Giovanni Falcone comprese che uno dei modi per combatterla era l’uso dei pentiti, argomento tanto dibattuto fino ad oggi. Si servì dell’aiuto, di uno dei più importanti pentiti, Tommaso Buscetta, che poco alla volta portò alla luce i legami, gli intrallazzi e i favori tra mafia e politica.

DallaChiesaE anche grazie alle rivelazioni di questo pentito si poté celebrare il maxiprocesso di Palermo contro un elevatissimo numero di imputati, per associazione mafiosa, il nuovo reato istituito all’indomani dell’uccisione del prefetto di Palermo generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro avvenuta il 3 settembre 1982. Il processo durò dal febbraio 1986 al gennaio1992 con la sentenza della cassazione che confermò 19 ergastoli e pene per un totale di 2665 anni di detenzione.
Non è bastato. Giovanni Falcone, infatti, fu assassinato con la moglie Francesca Morvillo e la scorta nella strage di Capaci nel maggio del 1992, a pochi mesi della sentenza definitiva, e dopo soli 57 giorni un’altra strage uccide Paolo Borsellino che con Falcone collaborava alle inchieste su collusioni mafia e apparati dello Stato.

A distanza di anni, poco è cambiato. Meno stragi e omicidi, la mafia si è evoluta, non più minacce di morte, ma più incisiva, si è messa giacca e cravatta, interagisce in maniera manageriale, con banche, aziende, imprenditori e amministratori pubblici, come già faceva in passato, ma ora palesemente, quasi alla luce del sole.
La lotta alla mafia, di cui ogni politico si fa portavoce, è una utopia, molto apparato politico, amministrativo pubblico e anche privato, è permeato di ambiguità, e come si può combattere qualcosa di cui sei parte integrante?
Troppi misteri irrisolti, troppe domande a cui non si vuole rispondere, troppi interessi economici e di parte, trattative più o meno lecite, ancora oggi. Il cambiamento, ovvero una lotta reale al fenomeno mafioso, potrebbe avvenire forse, se si cambiasse in maniera totale, la classe politica, forse.