Papageno siamo noi

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di Luca Billi

Papageno, questo buffo personaggio che a forza di dare la caccia agli uccelli è diventato un po’ come loro, entra in scena e racconta una bugia: credo sia per questo che ci è subito simpatico. In un mondo di principi e di fate, di sacerdoti e di regine, di personaggi che sentiamo “finti”, perché o troppo buoni o troppo cattivi, Papageno è l’unico che si ricorda che un uomo per vivere deve mangiare e bere; ed è l’unico che per vivere deve lavorare. Papageno ha paura, ma quando serve trova il coraggio per andare avanti, mente, ma sa essere leale con chi lo merita. Non è del tutto buono, e neppure del tutto cattivo. Capiamo immediatamente che è uno di noi. Il flauto magico è prima di tutto una favola e, come tutte le favole, può essere terribilmente complicata, piena di significati nascosti e di misteriose rivelazioni. Però è anche la storia di Papageno, che è l’eroe della semplicità.
Papageno è tutto lì, senza arcani e senza filosofie. Non desidera né la fama né il denaro, non desidera nessuna di quelle cose per cui molti si affannano, spesso in maniera vana. Non cerca neppure la saggezza, un’attività che impegna pochissimi uomini. Non vuole migliorare se stesso: non seguirebbe mai uno di questi motivatori che oggi vanno tanto di moda. E non andrebbe neppure da uno psicanalista. Papageno chiede alla vita una cosa sola: la sua Papagena. Non è poco ovviamente. Chi ha trovato la propria Papagena – o il proprio Papageno – lo sa. E sa anche quanto sia importante continuare a cercarsi, giorno dopo giorno.
Prima del solenne e maestoso finale in cui i cattivi, i rappresentanti del mondo delle tenebre, vengono sconfitti e trionfano la luce, l’ordine di Sarastro e l’amore dei due eroi Tamino e Pamina, Papageno e Papagena, che non vogliono essere eroi, ma sono solo due innamorati, finalmente si riconoscono ripetendo di continuo la sillaba pa e poi i loro nomi, in un gioco musicale in cui Mozart dà prova di tutto il suo genio. C’è in questo duetto una gioia infantile, dapprima stupita e poi irresistibile, una gioia sincera, a un tempo leggera e profonda, carnale e candida. C’è una gioia naturale in questo canto, perché sono appunto le leggi segrete e potenti della natura che spingono queste due creature ad amarsi, per far nascere tante piccole Papagene e tanti piccoli Papageni.
Papageno è, durante tutta la storia, il testimone, per lo più inconsapevole, di vicende troppo più grandi di lui, ma non se ne preoccupa. Percorre le strade di questo Egitto immaginario come una sorta di Sancio Panza, solidamente radicato e affezionato alla propria realtà, naturalmente preoccupato dei propri bisogni primari, ma non per questo è un materialista. E non è mai gretto. La bugia iniziale non è un mezzo per ingraziarsi il favore di Tamino, non è un calcolo – Papageno non ne è capace – ma la proiezione di quello che vorrebbe davvero aver fatto. Papageno vorrebbe aver sconfitto il drago e salvato quell’uomo che, anche se non ha le piume, sente essere un proprio simile. E allo stesso modo cerca di rendersi utile, accompagna Tamino alla ricerca di Pamina, anzi è lui che trova la ragazza e cerca di spiegarle cosa sta succedendo, le racconta che c’è questo giovane senza piume – proprio come lei – che la vuole salvare e che la vuole amare. E con la stessa perseveranza vuole cercare di superare le prove a cui accetta di sottoporsi, senza scimmiottare Tamino, ma con l’obiettivo di riuscire a raggiungere lo scopo della propria vita, ossia trovare la sua Papagena.
Noi sappiamo che alla fine Papageno romperà il silenzio – e non potrebbe esserci una prova più terribile per lui, che è, come i suoi amati uccelli, tutto suono – ma quando succede siamo tristi per lui. E con lui. Noi sappiamo che Papageno perderà, che aprirà bocca. Eppure non è mai un perdente, perché nella sua candida ostinazione, non cede mai alla rabbia, e dimostra una forza d’animo che niente può scalfire. Papageno è – citando la canzone di Eugenio Finardi – come Vil Coyote che cade, ma non molla mai. Per Papageno la vera vittoria è provarci: ed è per questa sua testardaggine che alla fine viene premiato, e può ricongiungersi a Papagena.
Papageno non è stupido, perché la sua semplicità è la sua forza. Non è ingenuo, ma è l’uomo che, non potendo – e non volendo – essere destinato a compiere grandi gesta, trova la sua dimensione nelle piccole cose. E in quella cosa incredibilmente grande che è il suo amore per Papagena.
A Papageno poco importa del conflitto che si combatte sopra la sua testa. Lui chiede solo di essere felice. E quando si rende conto che non potrà mai esserlo, perché è convinto che non vedrà mai più Papagena, decide di morire. E non finge, anche se ovviamente cerca di rimandare fino all’ultimo quel tragico momento. Ma non è per paura. E’ che sa di vivere in un mondo strano, in un mondo in cui tutto può davvero succedere. E spera fino alla fine che qualcosa succeda. Papageno sa che esiste Papagena e crede che le leggi della natura debbano essere rispettate: e quindi loro due dovrebbero ricongiungersi. Ma sa anche che questo a volte non succede, perché gli uomini, che siano i buoni come Sarastro o i cattivi come Astrifiammante ne alterano il corso.
Ma affinché accada il miracolo Papageno deve perdere anche l’ultima speranza. E’ quando non ci crede più – nel momento più intensamente drammatico della sua storia, altrimenti sempre lieve e gioiosa – che i tre spiritelli lo fermano e gli dicono che ha vinto. Un altro forse si arrabbierebbe, ma non Papageno. Quei tre spiriti bambini – e chi li ha mandati – sono stati davvero crudeli con lui, ma ormai non è più importante. L’unica cosa che conta è aver raggiunto la felicità. Perché la grandezza – e adesso credo di dover usare davvero usare questo aggettivo – eroica di Papageno sta nel capire cosa è davvero importante. Noi ci mettiamo una vita per capirlo, quando ci riusciamo. Credo che alla fine questo sia il vero significato dell’opera di Mozart, al di là di ogni altra possibile lettura, di ogni interpretazione intellettualistica. Il flauto magico è la storia di Papageno ed è da lui che dobbiamo aspettarci la morale, come in ogni favola che si rispetti.
Quel gran poeta delle immagini che è stato Emanuele Luzzati nel disegnare l’incontro di Papageno e Papagena ha enfatizzato la vitalità creatrice di questa coppia: il mondo si riempie di piccoli Papagheni, che dapprima cadono dagli alberi, come frutti, poi spuntano tra l’erba, come fiori, prima uno, poi due, poi un altro e un altro ancora, fino a che non perdiamo il conto. E tutti questi bambini con le piume sono le figlie e i figli della gioia. E, con un’invenzione che credo sarebbe piaciuta allo stesso Mozart, Gianini e Luzzati chiudono il loro Flauto magico non con la vittoria di Sarastro e il lieto fine della storia d’amore di Tamino e Pamina, ma con i piccoli Papageni che riempiono il mondo con il loro canto.
E noi, che viviamo in un mondo in cui ha vinto la Regina della notte? Almeno ogni tanto proviamo a ricordarci che dovremmo essere come Papagheno. Pa-Pa-Pa-Pa-Pa

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Luca Billi, nato nel 1970 e felicemente sposato con Zaira. Dipendente pubblico orgoglioso di esserlo. Di sinistra da sempre (e per sempre), una vita fa è stato anche funzionario di partito. Comunista, perché questa parola ha ancora un senso. Emiliano (tra Granarolo e Salsomaggiore) e quindi "strano, chiuso, anarchico, verdiano", brutta razza insomma. Con una passione per la filosofia e la cultura della Grecia classica. Inguaribilmente pessimista. Da qualche tempo tiene il blog "i pensieri di Protagora" e si è imbarcato nell'avventura di scrivere un dizionario...