Pensioni: quota 100 con 62 varrà per pochi (con tante beffe)

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di Massimo Franchi – 13 settembre 2018

#Pensioni. Un miraggio i 38 anni di contributi per usuranti, donne e chi ha subito la crisi. E l’assegno sarà ricalcolato tutto con il contributivo: taglio del 20 per cento medio.

La coperta «pensioni» è corta. E lascerà scoperta buona parte della platea di donne (soprattutto) e uomini che non vedono giustamente l’ora di lasciare il lavoro. L’accelerazione di Matteo Salvini – «Quota 100 partendo da 62 anni», non i previsti 64 – è il sintomo di come la Lega sia consapevole del consenso che riformare la Fornero porta in dote.
Fu proprio la professoressa del governo Monti a cancellare il sistema delle quote introdotto da Cesare Damiano che prevedeva l’uscita dal lavoro tramite la somma di età e anni di contributi: nel 2009 avevamo Quota 95.
Oggi – grazie alla Fornero – per andare in pensione «anticipata» servono 42 anni e 10 mesi per gli uomini, 41 anni e 10 mesi per le donne. Mentre per le pensioni di vecchiaia dal primo gennaio 2019 serviranno 67 anni sia per gli uomini che per le donne: record europeo e mondiale.
Chiaro che vista da chi è pensionando e si è visto allungare l’era lavorativa fra i 5 e i 6 anni dalla riforma Fornero, l’idea di poter andare in pensione a 62 è molto allettante. Ma la condizione contributiva negli ultimi 10 anni per la gran parte dei pensionandi è assai peggiorata. E i paletti impliciti a Quota 100 riducono di molto i possibili beneficiari.
Avere anche «solo» 38 anni di contributi è quasi un’impresa per chi ha subito la crisi. Anche perché anche nel «Contratto di governo» si impongono due condizioni molto stringenti: si parla di «5 miliardi iniziali» per il capitolo pensioni – mentre Quota 100 con 62 anni dovrebbe costarne quasi il doppio: almeno 8 miliardi – e si precisa che non verranno accettati nel computo degli anni di contribuzione più «di 2-3 anni di contributi figurativi», quelli che si ottengono nei periodi di ammortizzatori sociali.
Chiaro dunque che Quota 100 con 62 anni potranno andare in pensione molti meno dei 700mila lavoratori stimati: in pratica si tratterà in larga parte di dipendenti pubblici e lavoratori dei pochi settori che non hanno risentito della crisi.
L’altro grande problema riguarda il calcolo dei loro assegni. È assai probabile che per ridurre la spesa necessaria – la coperta corta – si adotterà un criterio di calcolo completamente contributivo, abbandonando retributivo e pro-rata: ciò produrrà un taglio degli assegni stimabile nel 20 per cento.
Una vera beffa si prepara invece per chi oggi può andare in pensione a 63 anni. Si tratta dei lavoratori delle 15 categorie dei cosiddetti mansioni usuranti che aspettavano il rinnovo dell’Ape sociale previsto dal governo Gentiloni.
Per loro invece che uno sconto di un anno – da 63 a 62 anni – arriverà la condanna a restare al lavoro fino ai 38 anni di contributi. Per molti – specie gli edili – un traguardo lontanissimo.
Ma tutte queste cose Salvini non le ha dette.
Paradossalmente la sparata di Salvini rafforza l’asse di chi dice: «Non toccate la Fornero». Parere molto in voga anche nel centrosinistra. Ma usato con argomenti errati. Ieri ad esempio Emma Bonino ha parlato «Italia che spende in pensioni il 50% in più della media Ue». A risponderle è anche l’ex ministro Pd Cesare Damiano: «I dati sono falsi, si tratta di pregiudizi contro la sacrosanta idea del superamento della legge Fornero».