Economia

Pubblicato il 13 settembre 2018 | di Alessandro De Angelis

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Si fa serio il gioco attorno a Tria

di Alessandro De Angelis – 13 settembre 2018

La minaccia, la smentita, la telefonata con Conte. La campagna elettorale sulla manovra produce la prima fibrillazione nel Governo

Più che un governo, con una sua visione d’insieme e una sua ispirazione di politica economica, pare una sorta di Yalta, con i due partner impegnati a potenziare, nella manovra, le proprie sfere di influenza e il ministro Tria impegnato a difendere i confini dei conti. Ed è proprio questo che il titolare dell’Economia ha spiegato nel colloquio col Conte, quando ha letto una minacciosa agenzia ispirata dai Cinque Stelle, in cui gli veniva recapitato una specie di ultimatum anonimo: “O trova i dieci miliardi per il reddito di cittadinanza o via”. Mettere in discussione i confini equivale a scatenare l’inferno sui mercati, perché puoi anche ingaggiare un duello rusticano con l’Europa, ma poi c’è lo spread. E come ha detto Tria a Cernobbio “è inutile cercare 2 o 3 miliardi nel bilancio dello Stato per finanziare le riforme, se ne perdiamo 3 o 4 sui mercati finanziari a causa del rialzo dello spread”.

Questo è il nodo che resta non sciolto, al netto della smentita di circostanza di Palazzo Chigi per chiudere, almeno per ora, il caso: il confine. Ovvero quell’1,6 nel rapporto tra deficit e Pil che Tria non intende superare, consapevole che questo significherebbe “scherzare col fuoco” e far precipitare il paese in una drammatica incertezza. E rischia di accendere il falò la richiesta arrivata a via XX settembre di superare il 2 per cento, per trovare qualche risorsa in più per coprire il reddito di cittadinanza e l’elenco di misure considerate imprescindibili da ognuno per la tenuta del proprio blocco.

E c’è un motivo se nei giorni scorsi, il pragmatico sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti ragionava con qualche collega di governo che, per come stanno andando le cose, una volta fatta la finanziaria, con tutta la fatica del caso, “è meglio tornare a votare” perché è evidente che lo schema di Yalta mostra la sua fragilità. Nazionalizzazioni, giustizia, opere pubbliche: è evidente che, dopo l’entusiasmo iniziale, la quotidiana fatica del governo ha mostrato come ci sia una incompatibilità sostanziale, di approccio e cultura politica, tra le due forze. E con i sondaggi che danno il centrodestra oltre il 40 per cento la tentazione del voto, con la prospettiva di avere il “Capitano” a palazzo Chigi rischia di diventare irresistibile. È un ragionamento che, per ora, non convince Salvini. Il quale ha spiegato al suo sottosegretario il rischio dell’operazione perché, quando apri una crisi, sai come inizi ma non sai mai quando finisci e magari può finire che ti ritrovi un governo tra Pd e Cinque Stelle che trasformerebbe una fuga per la vittoria in una operazione da manuale del masochismo.

Sia come sia, tutto racconta di un mutamento di clima e di contesto, in cui la manovra economica, da primo atto del governo di cambiamento si è trasformata nell’inizio della campagna elettorale per le europee del prossimo maggio. L’ansia sul reddito di cittadinanza si spiega così, e poco importa se nei fatti la misura pensata è un’altra cosa: l’effetto, come gli 80 euro per Renzi, deve essere di moltiplicatore politico più che di shock economico. La cifra di dieci miliardi consentirebbe di allargare il cosiddetto reddito di inclusione, che attualmente copre un milione e mezzo di poveri, a oltre cinque milione di bisognosi. Bisognosi e votanti, con le loro famiglie e i loro parenti, certamente sensibili alla riconoscenza elettorale verso una politica che comunque elargisce sussidi, anche senza creare lavoro o rilanciare l’economia. E se per Di Maio è irrinunciabile questa misura, per Salvini “quota cento” è cruciale per parlare alla sua “sfera di influenza”, quei lavoratori con 62 anni e 32 di contributi che, in prevalenza, sono gli operai dei nord o i lavoratori del pubblico impiego.

Ecco la Yalta su cui forzare i confini di Tria. Quelli posti finora consentono un gioco assai limitato perché con l’1,6 nel rapporto tra deficit e Pil hai ben poco da spendere: dei 25 miliardi circa disponibili, al netto di Iva e spese indifferibili, ne restano una decina, insufficienti per andare in campagna elettorale portando risultati tangibili. Il senso del minaccioso ultimatum recapitato al Tesoro è proprio questo: “Non decide Tria, decidono Cinque Stelle e Lega. Decidono i margini e quanto destinare a questa e quella misura”. Il problema, più che Tria, sono però i numeri. Il professor Conte, ancora un po’ digiuno in Economia, nel corso accelerato di questa mattina ha capito il rischio: con una crescita all’1 per cento prevista per il prossimo anno, l’Europa ti può concedere mezzo punto di flessibilità rispetto a quanto previsto, dunque al massimo l’1,6-1,7, altrimenti è costretta, secondo le regole, a spedire una bella lettera appena il cdm ha approvato la manovra in cui ricorda quale deve essere l’aggiustamento strutturale. E a quel punto l’effetto sui mercati è immediato.

Queste cose Salvini le sa bene e infatti, coerentemente con la sua nuova linea prudente in materia di politica economica, ha evitato frizioni col titolare del Tesoro. In fondo, già incassati i suoi dividendi di consenso sull’immigrazione, ha capito da tempo che la Flat Tax non si può fare e certamente non sarà colto da crisi di panico se ci saranno pochi denari per il reddito di cittadinanza o meglio di inclusione o quello che è, vissuto dal suo blocco sociale come un “sussidio statale a chi non lavora o magari fa lavori in nero”. Perché la campagna elettorale è campagna elettorale. Non è solo tra il governo e il resto del mondo, ma innanzitutto tra i due partner di governo. Soprattutto tra due partner impegnati a interpretare il ruolo dei difensori del popolo contro l’establishment e contro le elite finanziarie, nazionali e internazionali, che in questi anni lo hanno vessato.

Autore Originale del Testo: Alessandro De Angelis

Nome della Fonte: huffingtonpost

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