Peripezie di un giovane liberale nel mondo sovranista

0
152
Autore originale del testo: Francesco Bonicelli Verrina

Manzoni muore (rimando a Goethe muore, di T. Bernhard) oppure Della Nazione (manifesto transcontinentalista, anti-sovranista e umanista-borghese).

Di FRANCESCO BONICELLI VERRINA

Vivere può essere uno dei tanti modi di suicidarsi. Sopravvivo, infliggendomi un regime di insonnia abbastanza rigido, da cui sgorgano trucioli di pensieri da donare, modesti ma generosi, da abbandonare a chi capita e dove capita. Con buona volontà, non bisogna essere avidi di pensieri. So che per quanto possa vivere, non capirò mai niente del caos che mi circonda e che io cerco invano di ordinare nella mente. Non mi spaventa il non sapere, essere perso, mi spaventa chi non si stupisce. Il vero fascismo dell’anima è l’annichilimento dello stupore. Il fascismo esteriore è ovunque ci sia prevaricazione.

La mente è una vera guastafeste, noi malinconici per natura cerchiamo di rovinare la vita a chi non pensa mai, cerchiamo di risvegliare il pensiero in una vasta umanità che si avvierebbe altrimenti beata e inconsapevole verso la propria estinzione, che comunque pare sarà inevitabile, ma noi, malvagi, affetti dalla malattia della ragione, andiamo a scrollarli affinché se ne rendano conto. La solitudine è la nostra ricompensa, qualche volta si incontrano altri guastafeste.

Ogni pomeriggio, poco dopo pranzo, incontro in un posto, lungo il fiume, due amici. Non so perché il mondo veneri la punta, lo spigolo, il pungente, il tagliente, l’angolo. Noi siamo morbidi, rotondi, pronti ad accogliere il mondo e cullarlo, come ne siamo capaci.

M. ha capelli lunghi e biondissimi, è molto magro, alto, ossuto e assorto. Ha sempre i capelli scompigliati dal vento, davanti alla faccia. F. invece è pelato e odia i pelati. Ha il fisico asciutto e un’espressione perennemente perplessa, o incazzata, sotto le sopracciglia rosse. M. ha un’aria più malinconica.

Ci incontriamo per guardare l’acqua che scorre, le barche che passano, prenderci cura delle tombe abbandonate, salvare i rospi dalla strada. Noi rimaniamo di solito fermi sulla sponda del fiume. Cerchiamo di sentire le cose, le foglie che cadono dagli alberi, la neve, la pioggia, poi di nuovo le foglie e finalmente i fiori. Ogni giorno scorre uguale all’altro, ma intorno tutto inesorabilmente muta. Di solito contempliamo in silenzio, senza bisogno di raccontarci gli affari nostri. Qualche volta rimettiamo a posto i sassi nelle aiuole, riaccendiamo le candele spente nella chiesa vicina, raccattiamo rifiuti abbandonati.

Raramente, uno dei tre rompe un lunghissimo silenzio, tirando fuori qualche argomento di politica, filosofia o letteratura, seccature varie. Allora incominciamo a discutere, rianimiamo qualche sopita disputa irrisolta, imprechiamo contro il mondo, la vita, noi stessi e poi beviamo qualcosa per scaldarci l’anima, quando il vento tira più forte e ci spazza via i pensieri, insieme alle nuvole e alle foglie.

Ci perdiamo osservando i vortici di polvere nella corrente. Intraprendiamo sentieri che poi smarriamo, cercando a tentoni le tracce degli dei fuggiti. Ci cibiamo di letture sparse, abitiamo i nostri racconti, come cacciatori-raccoglitori dell’anima, non siamo coltivatori sedentari, cultori, ma nomadi dello spirito che non sanno manco dove piantare le tende. Il vento che ci spinge è troppo forte.

Non saprei nemmeno dire quando abbiamo incominciato a progettare di abbandonare la città dove, per un beffardo caso del destino, ci siamo trovati intrappolati dalla nascita, ma da mesi, forse anni, o secoli, fantastichiamo di fuggire lontano.

Più ci pensiamo, più ci scopriamo preda di ricordi irriconoscibili.

“Non possiamo lasciare il vecchio Manzoni”

“Come sta?”

“Sempre peggio, si consuma”

“Ultimamente si è messo a leggere certi libri che si è fatto spedire dall’Argentina”

“Dove scappare, forse in Argentina? Potrebbe essere un’occasione propizia questa scusa”

“Non si può fuggire da qua. Dicono, che la città sia circondata da muri e se anche uno riuscisse a superarli, non ci sono strade per allontanarsi”

“Bisognerebbe costruire un’imbarcazione e scappare via fiume”

“Ma come non essere sorpresi?”

“Impossibile, c’è sempre qualcuno che vigila, anche proprio dove meno te lo aspetti”

“Qualcuno in agguato per accusarti e impietosirti, per farti sentire in colpa che te ne stai andando. È impossibile andarsene”

“Dove sono poi quegli stessi che vigilano e controllano tutto, quando sei solo, hai bisogno di un sostegno, di parlare con qualcuno?”

“Questa è una non-comunità, una specie di “familismo amorale”, direi. Si fa parte della propria tribù solo per un tornaconto, senza pensiero, solo pregiudizi incancreniti. Non si asciugano lacrime, non si scaldano cuori. Si stigmatizzano le divise ideologiche degli stupidi, ma quelli si riconoscono, vogliono essere riconosciuti, in quanto dementi. Il vero “fascismo” si insinua nei luoghi comuni, utili a continuare a riprodurre all’infinito la sostanza in cui vivono immersi i corifei, piccoli e grandi, di questo meccanismo trita-tutto, in legami superficiali, convenzioni e costrizioni snaturate”

“Già, una mente chiusa, apertamente ostile a qualsiasi pensiero”

“Perché pensare è ringraziare, soppesare, cullare”

“Non siamo noi che pensiamo i pensieri, sono i pensieri che ci raggiungono, al tramonto, e bisogna aspettarli, spalancare la porta e le finestre, quando tutto torna velato. Il giorno si litiga, si sgomita, ci si sbatte di qua e di là. È la sera il momento del pensiero, l’occaso, l’occidente. Costoro invece hanno sprangato le porte, ai primi segnali di tramonto”

“E hanno buttato tutto insieme, quello che hanno trovato, come un’unica superstizione, affidandosi invece ciecamente alla più grande superstizione, quella della tecnologia”

“Vogliono che tu sia con loro, ma non per prendersi cura, per lasciar essere, accogliere. Solo per far numero, tenerti prigioniero nelle loro statistiche, nei loro algoritmi, facendoti sentire in colpa, fallato, se non capisci tutto questo, per spiarti, opprimerti, usarti e poi denigrarti e gettarti via. Sono uno contro l’altro, ma coalizzati per espellere chi pensa, per trarre profitto e poi, divisi come prima, tornano a consumare senza pensare a niente, come se non ci fosse un domani”

“Vuota ruffianeria, pseudo-elitarismo di un sistema che non dà importanza ai congiuntivi, ma solo ai softwares e ai nuovi aggiornamenti”

“Questo è un ritratto che fa centro”

“Guardate, amici, come la materia è stanca di essere consumata senza essere pensata, senza tregua”

“Il mondo è violentato. Lo abbiamo tanto formato che si è s-formato. Ognuno di noi è sformato. Vogliamo solo spadroneggiare, senza saper essere custodi e pastori”

“Ma cosa è pensare? Si può forse dire?”

“Credo si possa dire che pensare è ri-cordare, ripassare dal cuore, fare un passo indietro”

“Sì, ri-pensare, soffermarsi, soggiornare senza essere prigionieri di sovra-strutture morte”

“Ritornare all’inizio, ma con nuovi occhi”

“Forse, per tornare bisogna lasciar andare. Nessuno può portare niente, se non porta sé stesso sulle spalle”

“Saremo sempre qualcun altro se non ci portiamo sulle spalle come un vecchio padre o una vecchia madre, in fuga da una città in fiamme”

“Siamo antichi e molteplici, io nell’altro e l’altro in me stesso”

“Potessimo pensarci come frammenti dell’universale e l’universale come una via lungo la quale camminare insieme, mangiando il pane insieme, sorreggendoci, non l’assalto indagatore che tutto vorrebbe profanare e trasformare in materiale!”

“Dovremmo avere prima di tutto pietà e perdono per noi stessi”

“Il per-dono come un sasso che si lancia nell’acqua e produce cerchi che si espandono”

“Per-donare e rinnovare il già pensato. Invece i “nuovi maestri” hanno soppiantato gli antichi ribaltando il tavolo, senza aggiungere niente”

“Ogni futura generazione di “maestri” sarà sempre minore alla precedente, rivestita di abilità tecniche, soprattutto nel ribaltare sempre più velocemente i tavoli, in una successione sempre più rapida e vuota, selvaggia e crudele, sempre più specializzati e separati, incapaci di una visione d’insieme, olistica e poetica, incapaci di vedere e parlare altro, di uscire nel mondo per entrare in sé stessi, immaginare, incantarsi, sentire e interrogare ogni cosa del mondo, come facevano Humboldt e Goethe. Saremo solo ricettori impersonali, come computer, e gli animali, usando la loro testa, ci avranno già superato, non essendo affatto pura materia estesa, come già Voltaire e Hume avevano compreso. Chi non ha mai visto infatti un animale assorto nei propri pensieri?”

“Il più grande fraintendimento sarà pensare che quella sia democrazia. Ma si illuderanno trovando giustificazioni nell’efficienza astratta dei numeri, senza discutere i parametri”

“E le chiamano ricerche”

“Ricerca sarebbe provare ad aprire nuovi scorci”

“Come? Senza miti e senza favole?”

“Non lasciamoci andare in queste considerazioni atroci o non ci rimarrà che sognare una catastrofe”

“Basta aspettare”

“E la nostra fuga?”

“Sarà il tempo che le avremo dedicato, nel progettarla, l’importante. Non sopravvivremo tanto a lungo per realizzarla”

“Più la pensiamo più si complica”

“Ce ne andremo smettendo di pensarla”

“Forse è così”

“Speriamo che il vento porti via questo posto”

“O il fuoco”

“Che la terra si apra e lo inghiotta!”

“L’acqua che feconda e distrugge è lo spirito che ci chiama, è il padre che aspettiamo, come Telemaco. Il mare. Ormai pieno della nostra plastica e del nostro petrolio”

“La terra è femmina, madre che dà vita e nutre. Tutti dovremmo essere madri, donne-madri e uomini-madri, indifferentemente. Cibo per gli altri, terreno fertile, farsi casa per qualcun altro”

“Come si può essere madri nel mondo del potere, della competizione, della frenesìa? Questo mondo non è più o non è manco mai stato un mondo”

“Non ci si può sentire, ascoltare”

“Nell’attivismo elementare, famelico e stoltificante, non c’è cuore per l’abisso che abbiamo davanti. Perciò meglio tapparsi gli occhi e continuare a fare e parlare a vanvera, come i maschi alfa”

“Il capo-branco e i suoi grugniti, che non sono più i versi delle povere bestie che abbiamo sottomesso e torturiamo”

“Neanche lo scricchiolìo dei tronchi degli alberi che tagliano per costruire nuovi mostri e moltiplicarci incoscientemente, per non lasciare nemmeno uno spazio vuoto, libero amico della fantasia, non-ostante”

“No, ovunque scavalcheremo umanità, calpesteremo bambini, è questo quello che si vuole. Umanità ovunque senza vederne traccia”

“Non si potrà più vivere tra le nuvole, affetti da questo elementarismo selvaggio e armato della tecnica, senza più un posto per ridere”

“Non c’è spazio per i timidi, i lenti, i goffi”

“È la società calcistica, dove non si possono avere più squadre o nessuna, dove non si ha diritto di vivere con due piedi sinistri, dove tutto è squadra-branco e tifo. Coloro che sono ricchi di idee e di sentimenti sono per natura indisciplinati, non sopportano squadre, tifi, bandiere. Tutto è un dono miracoloso, anche quello che riceviamo con fatica, non posso credere nell’idea della conquista”

“Ognuno è sospetto, pronto a compiere nefandezze. Ma faranno tutti finta di essere buoni attraverso i dispositivi elettronici deformanti. Voteranno su tutto, sulle loro piattaforme per la democrazia diretta virtualizzata, anche sulla lunghezza delle corna delle vacche, ma le vacche non potranno votare”

“I più sospetti saranno i moderati aristotelici, i borghesi umanisti, i deisti, come sapevano Voltaire, Marai, Ortega y Gasset, saranno sempre torturati dagli ateisti e dai materialisti come cani da guardia del clero, dai religiosi fanatici come atei blasfemi, da destra come pericolosi sovversivi e da sinistra come borghesi capitalisti”

“Ma il borghese secondo Marai è la più grande invenzione dell’umanità contemporanea. Marai e Ortega y Gasset hanno talmente amato la borghesia e i suoi ideali da odiarla e inchiodarla quando si è auto-rinnegata. Il primo la vide nel suo paese, l’Ungheria, preferire prima la guerra e lo sterminio e poi la distribuzione forzata, pur di non pagare le tasse e il secondo la vide in Spagna vendersi al franchismo e arrivò, come Sansone e i Filistei, a sperare in una marea socialista che la potesse azzerare e riportare a una nuova aristocrazia dello spirito e delle qualità umane, morali e culturali e non dei soldi e degli uffici”

“Quando tutto tornerà radura, cosa troveranno gli archeologi alieni?”

“Si domanderanno come dopo avere avuto Buddha, Socrate, Gesù, ci si possa essere ridotti così”

“I manichei ateisti che si scagliano contro il caso e vogliono verificare tutto e vogliono riportare l’uomo a concepirsi predestinato e predeterminato, sognano una nuova Mayflower che ci porti su Marte, avendo perso di vista la bellezza della Terra”

“Per Attila, che non aveva mai visto il mare, il mare era il cielo, per questo, giunto in Italia, dopo una galoppata devastante e inarrestabile, attraverso l’Asia e l’Europa, trovatosi al cospetto dell’enorme massa d’acqua salata, che rifletteva ed espandeva il cielo sopra di lui, credette di cadere nel vuoto, se avesse proseguito oltre quel limite estremo. Appagato dalla sensazione di aver raggiunto il termine del mondo, oppure spaventato, tornò da dove era partito, ritirandosi e scomparendo dalla Storia, come una meteora, donandosi all’eternità nel suo mistero inafferrabile”

“La Terra è la madre che si preoccupa per noi sempre, anche quando non ce ne accorgiamo, noi la deprediamo in tutti i modi. Il mare ci chiama, non la conquista, ma la nostalgia dell’inesplorato, con la quale nasciamo. Il sapere come ci dice Tennyson: che tu sei tu e hai il potere delle tue azioni e il mondo davanti a te. Lasciare la terra per sentirne la mancanza e desiderare il ritorno, come gli antichi marinai, come Ulisse, per non viver come bruti. Solcare i mari mai visti, abitare nel cuore di qualcuno che ci aspetta per dirci: Bentornato! Ecco la meraviglia del partire. Ma fuori dalla Terra, tutto questo scomparirebbe”

“Abbiamo bisogno di ripensare il destino e lo spazio vitale, concetti tanto demonizzati e abusati, questo è il nostro destino e il nostro spazio vitale! Non siamo marziani”

“Ci perdiamo in un catino. Un uomo solo in mezzo a un laghetto si sente già piccolo”

“L’uomo ha bisogno di dilatarsi, non di espandersi, di pro-tendersi, non di allungarsi, di con-tenere, ad-domesticarsi non di addestramento, ammaestramento. I pensieri si partoriscono”

“Abbiamo bisogno di uno spazio vitale a misura d’Essere, dove ci si possa cercare. L’uomo è sconfinato eppure così fragile, basterebbe un niente perché tutto scompaia ed è evidente che la verità non è affatto solo ciò che è dimostrabile e quantificabile”

“Cercarsi, che avventura! Come rimandi, corrispondenti, simili. Mi incontro, in briciole, nelle pagine e nei pensieri altrui quando sono veramente vissuti, la mente è come una ragnatela”

“Ognuno cerca un destino, il suo proprio e lo stesso, sempre, in ogni momento”

“Nessuno se ne importa, ciascuno crede di essere il solo”

“Oggi si ripresenta la questione del destino, perché, sotto un’ingannevole veste pseudo-scientifica, per ghermirci tutti nel fondamentalismo dei geni, delle percentuali e degli algoritmi, si ripresenta l’idolo del determinismo e della pre-destinazione, attraverso stregoni del cognitivismo”

“In quale epoca è mai esistito un genere umano con una così scarsa stima nel potere della mente, da preferire consegnarsi a una super-macchina? O da ritenere il suo proprio stesso cervello una macchina, ma non abbastanza veloce e potente? Chi si salverà dunque?”

“Il punto non è salvare il pianeta, il pianeta sopravvivrà. Abbiamo rimosso la vera questione: salvare noi stessi. E non ci salveremo se non crederemo in noi stessi. Quand’anche potessero essere finzioni la nostra mente, l’anima, la soggettività e tutto il resto, certamente, arrivati a questo punto, non ci salveremo se cesseremo di pensarli, tutto il contrario, sarà la nostra fine. Un autentico neo-empirismo quotidiano, ci porterebbe a non metterci più al centro e al vertice dell’esistente, ma a essere finalmente disposti a lasciare un margine di mistero, ad accettare come fatto imprendibile (miracolo della natura e dell’evoluzione?) che l’anima, la mente, il soggetto, il destino, il pensiero, i sogni, i sentimenti, il paradiso, siano fatti, in quanto li crediamo! Slegati dalla stretta necessità. Che non solo il necessario esista. Anche se queste cose fossero da un punto di vista meramente economicistico inutili, ciò non ci potrebbe esimere dal pensarle e ripensarle, per cullare il mondo, donare senso a quello che ci circonda, vivente e non-vivente, che non può essere solo un mezzo-ostacolo alla nostra illimitata e smisurata volontà di volontà, perché dando senso ci diamo senso, in questo caos incomprensibile, nel quale, scimmie esuli, siamo in virtù di questo in-visibile istinto e siamo riusciti a sopravvivere contro ogni evidenza e pronostico ragionevole”

“Ben detto! Ripetizione, come dice Kierkegaard, come proiezione nel futuro, dobbiamo proiettare l’uomo rinascimentale, nel suo ricordo, indietro, ci distruggeremmo, ma poniamocelo davanti e continuiamo a nutrirlo”

“I sentimenti vanno nutriti ogni giorno. Un orizzonte che si allontana, un vento in cui ognuno è un soffio che continua a essere portato avanti, irriconoscibile”

“La nostra condizione è essere abitanti del caso, il paradosso di avere, contro ogni diverso approccio fideistico, la nostra condizione nella costante instabilità e provvisorietà”

“Si pensa troppo e troppo poco, si sa troppo e troppo poco”

“Saremo gli ultimo-geniti di un mondo in dissoluzione? Un mondo che, è vero, forse non è mai stato un mondo, ma è pur stato qualcosa? A che tutte le scelte?”

“Non dovremmo voler altro che essere camminatori dei margini, camminatori inafferrabili. Ci dovrebbe bastare. Senza mappe né intenzioni. Mettiamoci in cammino, amici, saremo noi stessi la nostra mappa e il nostro oracolo”

“Con che coraggio mettersi in cammino in questo mondo? L’uomo medio vorrebbe comprare tutto se potesse, gassare il nemico-intralcio e gettare il frigo guasto nel fiume. Stira gli animali sulla strada per andare di corsa senza pensare e va in gita al lago a mangiare fritto misto surgelato del Pacifico. Pensa che si impari a vivere con un tutorial su youtube o i consigli di una nuova app che ti dica quando bere e quando pisciare”

“Forse guarderebbe un documentario di animali imbalsamati in posa, filmati come se fossero vivi, con uno sfondo fotografato, in alta definizione s’intende, e un sottofondo sonoro registrato. Molto completo e realistico. Se le api si estinguono ci sono già ingegneri robotici pronti a sostituirle con api robotiche”

“Una triste realtà, tuttavia tutto in noi parla di questa realtà, qui e ora, per quanto ce ne dissociamo, ne siamo intrisi e coinvolti”

Intanto un barbone alcolizzato cercava di convertire un gruppetto di geoviti, disturbando i loro proseliti e i piccioni scagazzavano sulle teste dei disoccupati in fila al centro per l’impiego, in vista di un nuovo sussidio a costo dello smantellamento di una scuola o di un ospedale, con la luminosa promessa di progresso senza condizioni per progredire. Una fiumana festante e colorata di adoratori di Rama belanti passava, mentre gnostici misteriosi imbrattavano i muri della metropolitana con scritte come “Baal stronzo infame”, prevedendo forse una sua seconda imminente venuta.

Aggregazioni varie, per rimandare il suicidio, volti dell’alienazione e della devianza. O omologati alla Gente o alienati. Una terza via non è possibile, in questo autismo sociale in cui ogni tanto ti arriva una bastonata sulla schiena, se si è fortunati. Eppure esisterebbero tante vie quanti sono gli uomini, forse, quanti sono i viventi. Il mondo è un vaso per contenerle. Diffidare di chi vuole togliere e togliere, nel linguaggio, nelle parole, nel mondo che è molteplice e instabile ma non indifferente alla virtù che resta, inappariscente sotto le convenzioni, i condizionamenti e le mode mutevoli. Nessuno crede a quello che dice se anche la parola è un oggetto di consumo.

Personalmente voterei solo un partito che prometta birra per tutti e piscine nelle buche delle strade, oppure la settimana di un giorno lavorativo e sei domeniche. Il mondo è una poesia interminabile e inascoltata. Mi sento come avessi due cuori, quattro polmoni, braccia e gambe di un gigante. C’è un sogno che ci continua a sognare e com-pagnia, con cui mangiare il pane per la via? Perché ostinarci a fuggire dalla vita, dall’uomo, dalla morte, da questa realtà, come automi circondati da automi, per sgomitare e opprimerci, come coaguli di rabbia?

Anche scappando, rimaniamo inequivocabilmente ed irrevocabilmente coinvolti.

I miei amici ed io, occupiamo un posto di drogati, per questo siamo presi di mira dagli spacciatori e da balordi vari. D’altra parte siamo troppo borghesi per non svignarcela. Rifiutiamo la “soluzione fisica”, si potrebbe dire in altre parole più onorevoli.

Conosciamo tutti gli avventori del parchetto dove ci riuniamo, drogati e non. La signora con il cappello e il cane che si fa chiamare dottoressa, il giudice che gira senza scarpe, quello che sa dove si trovano i quotidiani in ogni bar, anche fuori zona, quella che chiede che tempo farà, un vecchio filosofo complottista dai copiosi discorsi e dagli ampi gesti evocativi, gli spacciatori di libri dei concorsi, quelli che partecipano ai concorsi per hobby e se li vengono a raccontare nel parchetto, alcuni sono già in età da pensione. Ci sono poi quelli che litigano da soli, quelli vestiti da giovani marmotte, attivisti che per altruismo fumano le sigarette altrui, netturbini coltissimi che tengono conferenze e raccolgono libri e giornali dimenticati sulle tristi panchine. Ci sono dei bravi ragazzi che perseguitano chiunque si azzardi ad occupare una panchina per leggere un libro.

La mia patria e la mia casa sono nel fluire di racconti smarriti, erranti nei palpiti del silenzio, la storia è per me affresco, immaginazione, interpretazione, protagonisti minori, ma ogni medio evo ha il suo oscurantismo e le proprie rigide categorie e dopo le conquiste dell’empirismo e dello scetticismo, ci troviamo nuovamente invischiati nella religione dei numeri e della statistica, nel fondamentalismo del cognitivismo e delle neuroscienze, inverificabili e infalsificabili. L’uomo ha bisogno di promesse non di fatti, di sogni e orizzonti, non di astratta “concretezza”, di progresso umano, non di progresso di cose fuori da sé delle quali ha perso il controllo e che non sa più usare per vivere meglio, ma solo per pensare meno e consumare o sprecare di più: vita, tempo, materie prime, attenzione, pazienza, intelligenza.

I miei amici ed io sappiamo che i miracoli non scoppiano davanti agli occhi. Bisogna contemplare e mettere in pratica le cose veramente nobili, eterne, che non hanno bisogno di velocità, non si affermano mai con prepotenza e furbizia. Bisogna assomigliare alla grandezza d’animo, la nobiltà è sempre qui presso di noi e ci sopravvive, noi possiamo essere schegge di essa nelle cose quotidiane più piccole. La gentilezza l’atto più sovversivo (Maria Antonietta chiese scusa al suo boia per avergli pestato un piede). Meglio abortire che essere sterili, ha scritto Samuel Beckett.

Noi amici, microscopica comunità anarchica, abbiamo ogni ricchezza in potenza dentro di noi, siamo stati “bambini cattivi” per qualcuno, siamo nati con il cordone ombelicale intorno al collo, coltiviamo una fede, inesprimibile a parole, un senso che sappiamo di non poter afferrare, eppure di dover servire e cercare. Quando ci si sente bell’e fatti è invece come morire spiritualmente, è il fallimento che ci salva, cosa sarebbe il mondo senza falliti e fallimenti? Einstein scrisse che la disperazione e la crisi sono una benedizione, una grande occasione. Ma consideriamo solo il successo pronto e l’infallibilità, custodiamo tesori falsi. Custodiamo invece una luce, ma c’è un bullismo in ogni epoca pronto a spegnerla. Il talento tacciato di non essere “democratico”, bisogna obbedire agli algoritmi ingovernati. Però il nostro è un breve soggiorno, dovremmo scegliere noi stessi, anche se non sapremo chi siamo, tuffarci nel nostro abisso.

L’uomo potrebbe cercare di abbracciare tutto, invece si può anche trasformare in quei campi, di quelle pianure desolate, con quattro case sparse, intorno a un distributore di benzina, campi residuali, abbandonati, scarti, pieni di spazzatura lanciata dalle auto in corsa, tanto più brutti in quanto non terra incontaminata, bensì stuprata e lasciata lì, muta nel marasma generale, senza colpa e senza destino. La verità è il non ancora esperito, il mattino del pensato.

“Andiamo a vedere le corse dei ratti” propose F.

“Andiamo”.

Camminiamo lungo il greto, dove corrono grosse pantegane e i miei pensieri prendono a vorticare, senza freni.

Siamo quasi come i nobili inglesi del diciassettesimo secolo, i quali facevano correre le loro oche bardate ed addobbate. Infatti, anche noi riconosciamo ormai ogni singolo ratto e li chiamiamo per nome. Se nulla è ormai vero allora vuol dire che tutto può essere rifondato e rinominato, finalmente la pietra di scarto sarà pietra d’angolo.

La nobiltà inglese, nel tardo diciassettesimo secolo, affidava le proprie ricchezze a pirati e nelle proprie dimore si dedicava, dopo la lunga guerra civile e di religione, a corse di oche e girotondi danzanti, godendo di privilegi e sfarzi assurdi, ma, come tutta la nobiltà europea di quel tempo, ha “ridistribuito” nell’arte e nella cultura, che ancora oggi ci illuminano, quanto certamente nessun “vip” odierno sarebbe in grado di fare.

Tutto si risolveva in un duello, non in guerre mondiali, le guerre le combattevano soldati di ventura, ben pagati per farlo, poteva essere un mezzo per vedere il mondo oppure un ascensore sociale. Persino il filosofo Cartesio, come tanti altri nobili della sua epoca, aveva scelto la guerra per vedere il mondo e fare una vita avventurosa.

Pare che invece, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il conflitto più devastante della storia umana, i cannibali polinesiani non capissero a che fine ammazzare tanta gente da non poterla nemmeno mangiare tutta.

La guerra di massa e devastazione è un’invenzione della Rivoluzione Francese (che non a caso ha sulla coscienza anche la più grande femminista della storia, Marie Olympe de Gouges, ghigliottinata per aver chiesto uguali diritti per le donne, ai signori della Rivoluzione), come se fare la guerra fosse stato un privilegio da strappare ai nobili, in cambio di credere di vivere molto al di sopra delle comodità di un qualsiasi re pre-rivoluzionario.

La meccanizzazione della morte con la ghigliottina è stata l’anticamera della mitragliatrice, della camera a gas, della bomba atomica, del darwinismo sociale, del razzismo, del fascismo e del lager, nonché della meccanizzazione della vita. Auschwitz è una dichiarazione dell’umanità, ha sempre riguardato tutti e non smetterà mai di riguardare tutti, in ogni epoca.

Tutti vogliono semplicemente vivere come re, invece che essere re della propria anima e avere di che campare e fare ciò che si ama (se qualcuno ama davvero ancora fare qualcosa, che poi è il senso della libertà). Vivere come re, come “eroi” dei videogiochi, con un notevole impatto per il pianeta, pensando che ci aspetti una Mayflower per Marte o che ci salvino i robot.

Ogni singolo calvinista, infiammato dall’odio di John Knox per il governo delle donne (si trattasse di Maria Stuarda, che aveva anche cortigiani e consiglieri spudoratamente omosessuali, o di Caterina de’ Medici) si credette re e andò a sottomettere il Nuovo Mondo (viveva in una realtà virtuale tutta sua e guarda caso molti popolari videogiochi ripropongono questa storia in diverse varianti), creando una cultura manichea convinta dell’infinita disponibilità delle risorse, convinta che sia benedetto solo chi è ricco e potente, che chi è contro questi piani, o povero e fallito, sia cattivo, che la ricchezza sia l’unica cosa buona e bella che manda il Signore per benedirci e che per ottenerla si sia legittimati a quasi tutto (tranne alla libera sessualità, specie se si ricoprono cariche pubbliche, e a bere e a fare altre cose se non a caro prezzo, in luoghi e tempi molto confinati in cui si può fare tutto ciò che altrimenti è lecito solo agli emarginati), tanto ci sarà sempre un altro nuovo mondo di riserva, da qualche parte, il Signore ce lo indicherà e ci guiderà sempre, anche quando buttiamo tutto quello di cui abbiamo inutilmente riempito il frigo, anche se cambiamo sempre smartphone grazie al coltan che estraggono bambini congolesi in buchi asfissianti, anche quando sprechiamo litri d’acqua e di benzina.

Non è un caso che associazioni come New Atheist nascano in quell’humus: Dio è a un certo punto diventato un “accessorio” cui si poteva rinunciare, per qualche calvinista, ma lo zelo e il fervore dei primi pionieri della Mayflower sono ancora riconoscibilissimi, anche nell’accanimento islamofobo, e in generale nell’accanimento contro certi target, proprio di tutti i fanatismi religiosi, specie contro i non informatizzati, mentre si tollera l’analfabetismo di ritorno. Si confondono la ricchezza e il successo con la virtù. Anche la teoria dello scontro fra culture di Huntington e la dottrina Wolfowitz, delle quali viviamo consciamente o inconsciamente imbevuti, sono quasi certe derivazioni del manicheismo calvinista non possibilista, non problematizzante, chiuso alle variabili. Mentre il mondo è semplicemente perfetto perché per infinite variabili e combinazioni imprevedibili è come lo conosciamo, e noi ne siamo parte.

Del resto i coloni nord-americani non fecero altro che perfezionare la teocrazia inglese, dove il capo dello stato era anche capo della chiesa, di un monoteismo economicistico che non ammette vie alternative, fondato da un re, Enrico VIII, avido di proprietà (come i sovrani degli stati luterani tedeschi, non meno moralmente riprovevoli dei vescovi cattolici) che voleva il diritto di ripudiare e ammazzare la propria moglie. Sua figlia, Elisabetta I era una donna, ma si dovette mascolinizzare in tutto, e rinnegare i suoi amori, per essere gradita ai suoi sudditi, finì per tagliare la testa alla sua cugina cattolica, Maria Stuarda, assai più bella e femminile.

Quella mentalità puritana e proibizionista (con esplosioni tipiche di secolari repressioni), quanto dedita alle armi, fu perfezionata in America, creando una sorta di religione pubblica, che nessuno di fatto ha mai potuto sognarsi di mettere in discussione seriamente, se non per pubblicare libri che leggiamo solo in Europa e vengono tollerati perché alla fine vengono computati nell’export. Il potere economico nudo e crudo è così decisivo, pervasivo e onnipotente da permettere che vengano vendute armi ai nemici (figuriamoci libri che intanto non leggono). Le donne non sono più libere, hanno solo da più tempo il diritto di mascolinizzarsi e far parte della cultura forte, prepotente e competitiva dei maschi alfa.

Per quella religione ogni guerra fatta dal capo dello stato (e della “religione”) è giusta, se non santa, specie per esportare il modello e aprire nuove aree di consumo dissennato. Si può forse affermare ciò a partire dalla guerra con cui si estromise definitivamente l’umanesimo dal mondo nord-americano (la prima in cui si adoperò la mitragliatrice), con la distruzione del Sud, che non fu certamente condotta a termine dal nobile intento di abolire la schiavitù, già in via di abolizione, bensì, più probabilmente, dalla volontà di asservire gli stati confederati agricoli del Sud al Nord della macchina e dei consumi. Per non parlare della conquista dell’Ovest e delle guerre indiane, con le quali si commisero eccidi e genocidi che nessun impero aveva commesso fino ad allora, per sterminare ogni latente alternativa al sistema.

Le stesse aziende si sono sviluppate sempre più su quel modello, ogni azienda multinazionale americana funziona infatti come una chiesa, come una macchina da guerra, con i suoi dipendenti che sono adepti (da qui l’uso compulsivo di parole come “mission”, “suasion”) e devono diventare missionari pronti a tutto e sacrificare la loro vita soggettiva al “team building”. Questo modello si sta irradiando a livello globale da tempo anche nel settore pubblico, persino laddove il concetto di servizio pubblico sociale e solidale è più radicato.

Il grande scrittore e filosofo messicano Alfonso Reyes, pensò che l’America del Sud avrebbe potuto essere l’Ultima Tule, una repubblica delle lettere, ultimo santuario dell’immaginazione e dell’anima creativa, non asservita a tecnica e necessità. Il cuore del mondo per Humboldt, la speranza del mondo per Neruda.

Come scrisse il filosofo e presidente dominicano Juan Bosch, nel suo saggio sconosciuto “El Pentagonismo”, è un errore confondere il pentagonismo con l’imperialismo, il pentagonismo è una tendenza ben distinguibile, condivisa da tutte le potenze e super-potenze del mondo diviso in blocchi. È creato da una spesa super-incisiva del PIL in armamenti, che crea nelle masse, indottrinate dalla propaganda pubblicitaria (somministrata in ogni modo e luogo), l’illusione micidiale della guerra come motore di salvezza, sviluppo, giustizia, libertà, in realtà il pentagonismo cerca di fare guerre sempre più sofisticate e tecnologiche (fino ad arrivare ai droni e all’illusione “zero morti”) che permettano la distruzione mirata e totale degli angoli selezionati di mondo nei quali si annida il “nemico-canaglia” (senza ulteriori considerazioni, come insetti da debellare), pensando che dove arrivino plastica, fast-food, smartphone, nessuno possa resistere. Ovviamente l’improvvisa disponibilità dopo tanta “miseria” non può che provocare livelli di consumo vertiginosi e l’ideale è che quei consumi continuino e si moltiplichino, all’infinito, come si fosse in uno stato di posguerra permanente, senza mirare all’equilibrio cui ogni altro sistema politico-economico passato mirava. E poi in mezzo a tanto “benessere” chi se ne importa che ci sia qualcuno che muore per la strada senza una assicurazione sanitaria, la sua vita non ha valore.

Il pentagonismo consente di tenere livelli di consumo altissimi, è il trionfo dell’usa e getta, motore propulsivo della “pace armata”, e punta a creare nuove aree di consumo e di schiavismo interno edulcorato, che permetta di portare avanti la baracca, ovvero il “villaggio globale”. È villaggio la parola più adatta, non siamo entrati nel teorizzato mondo aperto, in una società mondiale idealizzata di lettori, altruisti, sensibili, siamo nel mondo dove trionfano la villaneria e il pregiudizio, anche spesso fra chi dovrebbe essere colto ed erudito. La chiamano “società della conoscenza e della comunicazione, 2.0”. È tutto un know-how, un problem-solving, una performance. Le relazioni di calcoli dei computer saranno efficienti ma sono artificiali e non ci dicono niente perché non sono frutto della vita e dell’esperienza.

Il Terzo Mondo fu sotto-sviluppato dall’affermazione di Truman all’ONU, il 20 gennaio 1949, prendendo per parametri di sviluppo solo certi stretti dati economici, visti attraverso la lente della Casa Bianca (per cui l’importante è il PIL, nel quale rientrano sia le attività che inquinano un fiume sia quelle che eventualmente lo bonificano, come aprire un buco da ricoprire la sera, senza minimamente considerare quanti poi dividano effettivamente quel PIL e a quali costi umani e ambientali), la stessa Casa Bianca la quale impose ai suoi satelliti (come fece dall’altra parte Mosca) contratti in esclusiva che asservirono e bloccarono di fatto ogni possibilità di sviluppo (per esempio con le mono-colture). Con la perfida strategia di accusare di “comunismo” ogni leader civile e borghese, liberale, socialista riformista, democratico da Arbenz a Bosch, a Betancourt, Allende, (o in Africa si pensi al caso di Sankara), o di accusare di “terrorismo” chi difendeva e difende la proprietà contadina dalla devastazione e dagli espropri che in Sud America sono sempre stati compiuti dalle multinazionali statunitensi e dai governi militari, prima che dai “comunisti”. Il Terzo Mondo doveva essere ed in parte è ancora un serbatoio di consumatori potenziali, disposti a fare lavori senza diritti, pur di conquistarsi quel “posto al sole” che gli viene spacciato. Quando quel “posto al sole” se lo vogliono conquistare fuggendo dalla loro terra devastata, depredata, sovraffollata e asservita, tentando in ogni modo di raggiungere l’Impero, vengono lasciati crepare in mezzo a un deserto o annegare in mezzo al mare.

L’imperialismo, come scrisse Pessoa è il proposito di estendere la propria sostanza psichica al mondo, l’ideale dell’Impero Universale accomunava non sradicava, in questo credette anche il socialista umanista francese Leon Blum, leader del Fronte Popolare.

Il Belgio per certi versi fu un Impero sui generis, il primo impero macchina forse. Il suo territorio era considerato proprietà della famiglia regnante, che come una gigantesca impresa privata, senza freni e senza scrupoli, infatti, sterminava, schiavizzava, estraeva ed esportava caucciù, con enormi profitti. Non è forse un caso che Bruxelles ospitasse, all’alba del secolo scorso, la prima società anti-imperialista internazionale, che lì aveva sede e faceva i suoi incontri, con il tacito accordo di non parlare mai del Belgio, primo impero “anti-imperialista”.

Il Terzo Reich, nel concepire il sistema neo-imperiale, fu un “genio”, nel modo più drastico e spietato immaginabile, ma inizialmente impeccabile: tanta pubblicità, un grande insostenibile “welfare”, foraggiato da una spropositata industria di guerra, la quale permise livelli di consumo che risvegliarono gli appetiti delle multinazionali, già allora più potenti degli Stati, della Società delle Nazioni e delle sanzioni di Versailles. Come allora fu evidente, un mondo aperto e unito non dipende solo dagli scambi economici in sé stessi e non si crea solo per decreti, ma con cultura, conoscenza e abitudini e atteggiamenti umani e morali condivisi.

Il Nazismo procedette, semplificado, così: alcuni settori della società da depredare, emarginare e infine sterminare, edulcorando il tutto per conquistare una massa pronta a credere e fare qualsiasi cosa per “uccidere i propri dei” e vivere al di sopra delle proprie possibilità, in una società internazionale, non certo dominata da idee di perdono o disponibilità ad assumersi colpe reciproche. La propaganda nazista creò le “fake-news”, inventando inesistenti soprusi contro le minoranze tedesche nei paesi circostanti, accusati di “imperialismo”, “borghesia”, inventò una guerra preventiva (spacciata come giusta, di difesa), in realtà utile a espandere lo schiavismo interno e a saccheggiare i popoli vicini, “nemici” della civiltà tedesca, del Nazismo, nutrendo per anni l’idea di una costante minaccia da eliminare.

Semplicemente al Nazismo non riuscì quello che riuscì ad altri, lo stesso schema per così dire sfruttatore-estrattivo-consumistico-terroristico, presero, con i necessari aggiustamenti, edulcorazioni e attenuazioni del caso, tanto l’Unione Sovietica (fallendo, perché governò su popoli che avevano già conosciuto il Nazismo e non ci misero molto a individuare le somiglianze del nuovo oppressore con l’oppressore appena sconfitto), quanto gli USA e poi la Cina e qualsiasi altro paese vorrà imporsi come potenza in questo sistema mondiale di “pace armata”. Si pensi all’accusa di “cosmopolitismo” sempre in voga, che invece dovrebbe essere un complimento, siccome definisce l’uomo ideale di Kant, nella “Pace perpetua”. L’uomo kantiano è sempre sospetto nella società globale della pace armata.

Le famiglie reali europee erano veri “melting-pot” ante-litteram, non solo perché mischiavano e mischiano tanti “sangui” diversi e lontani, ma anche perché una famiglia tedesca governa la Gran Bretagna (gli Hannover, poi ribattezzati Windsor), una francese governa la Spagna, un’altra dinastia francese governava per caso l’Italia, un’altra la Svezia, una dinastia di fuggiaschi genovesi governa il minuscolo Principato di Monaco, i re della Grecia, della Romania e della Bulgaria erano tedeschi, il Regno di Polonia “affittava” re da una famiglia o dall’altra, essendo una monarchia elettiva e così via. Ogni famiglia reale in sé rappresenta tutti i popoli europei, in termini di ascendenza. Ma lo sanno i sedicenti “conservatori”, in realtà autentici volgari sovranisti e razzisti odierni? Forse sì visto che ormai anche gli ultimi monarchi europei sono diventati un loro bersaglio, in quanto difensori delle costituzioni e delle istituzioni liberaldemocratiche.

Esisteva una nobiltà trans-nazionale, che univa Europa, mondi, popoli, culture e famiglie, nel bene e nel male, mossa dall’idea di Impero Universale, che effettivamente riuscì nella creazione della “razza cosmica”, negli Imperi Spagnolo e Portoghese. Lì i conquistadores e i marinai cattolici non si formalizzavano sulla razza delle femmine (magari non disdegnavano nemmeno la compagnia di qualche “berdache”). La stessa “limpieza de sangre” riguardava la fedeltà al Dio cattolico (con innumerevoli varianti tollerate) e non il colore della pelle o la cultura.

I gesuiti crearono in Sud America (e nel resto del mondo) vivacissimi connubi culturali, messe in costumi tradizionali, quadri e affreschi con idoli pagani o filosofi orientali, insieme ai santi cristiani, etc.

I nobili Incas furono fatti “hidalgos” ed equiparati alla nobiltà spagnola, più interessata a mantenere i propri artisti e a procurarsi articoli esotici e spezie, attraverso l’oro e l’argento, che non a “pulizie etniche”.

La corona spagnola protesse per legge gli indigeni, i quali subirono talvolta soprusi e schiavitù, ma non ci furono mai leggi che ne promuovessero il sistematico sterminio (come avvenne invece per gli indigeni del nord), almeno fino a quando non subirono la repressione delle nuove caste rivoluzionarie dominanti, dopo le guerre d’indipendenza.

Se, come sosteneva Erodoto, la patria è nei genitali, il “puritano della Mayflower” arrivava in America (ma anche in Sudafrica e in Australia) con l’idea di cambiare tutto a propria immagine e somiglianza e, considerando i popoli che trovava come “alieni inferiori”, si portava dietro moglie bisbetica e figli, tutti pieni di risentimenti atavici, rancori fanatici, voglia di rivalsa per i torti subiti in patria, con sentimenti collettivi ultra-democratici, repressivi e tenacemente razzisti, ostili a molte forme di libertà soggettiva. Da quel momento nacque il dualismo dello spirito nord-americano: diviso fra l’ideale agrario-letterario libertario jeffersoniano, la libertà del nativo, vissuta e narrata dai grandi scrittori americani, a partire da Emerson e Thoreau, e il bisogno di controllo puritano, esteso globalmente, di generazione in generazione, dal potere economico-politico-militare statunitense.

Come i piani di Carlo V, cavaliere inquieto rinascimentale, di ridimensionare potentati locali e Chiesa e rifondare il mondo in un Impero Universale, multi-razziale, multi-culturale, trans-continentale, fatto di mari e cieli, di corti di artisti e umanisti, tramontarono di fronte all’ostinazione di un re francese disposto a qualsiasi alleanza, di papi dispotici e miopi e di un oscuro e penitente frate agostiniano sassone, insensibile all’arte, così il mondo ispano-americano era destinato a soccombere di fronte alla tenacia puritana. Gli ultimi tentativi di inglobare il mondo anglosassone furono il matrimonio fallimentare fra Filippo II e Maria Tudor, seguito dalla Invencible Armada, che fu vinta dalla cattiva sorte e dalla tempesta, e da numerose altre sconfitte, fino alla Guerra dei Sette Anni.

Solo il liberale eroe venezuelano Francisco Miranda pensò ad un impero sudamericano, della mescolanza, guidato da un Inca, e ne scrisse la costituzione, ma fu svenduto, tradito e immolato da Bolivar. Massimiliano d’Asburgo, trucidato in Messico dai sicari di Juares e degli Stati Uniti, fu una speranza illuminista presto spenta. Ora, dopo decenni di pentagonismo, sembra che il problema siano gli immigrati messicani e sembra che un muro punitivo contro un popolo intero sarà la soluzione al fatto che in un deserto umano e culturale continueranno a esserci giovani viziati che cercano droga, con un sistema puritano che non governa il fenomeno, continuando a pensare che il problema sia in chi la vende (magari fino a ieri utile finanziatore di paramilitari di regimi amici) e non in chi la compra, la vuole e la continuerà a chiedere e cercare trovando sempre falle in tutti i muri immaginabili.

Come fallì la civiltà umanistica ispano-americana, così l’impero multi-nazionale, multi-confessionale e multi-linguistico, degli Asburgo d’Austria, durato più di mille anni, soccombette in seguito alle menzogne napoleoniche e poi a quelle nazionaliste, nella Prima Guerra Mondiale, scomparendo non solo mondi, ma infinite alternative possibilità di sviluppo del Mondo. Gli uomini prima dell’Ottocento si pensavano come uomini universali, nel bene e nel male, non come razze.

Nell’Impero Austro-ungarico ci furono le prime leggi (ancora nel Cinquecento) in difesa delle foreste, gli studenti potevano già riunirsi liberamente nelle molte università (fondate da principi e vescovi), da quando esistevano, si parlavano decine di lingue, trattate come pari anche poi nel parlamento viennese, e si praticavano svariate confessioni di fede, non esisteva analfabetismo già dal diciottesimo secolo, esisteva la prima fabbrica di preservativi al mondo, pullulavano caffé, teatri, filarmoniche, sale da ballo e da concerto, biblioteche e le città erano popolate di scrittori e lettori, i nobili erano quasi tutti straccioni, di antica schiatta cavalleresca, con tante piume sulla testa e avi caduti contro i turchi a Mohacs o negli assedi di Vienna, che avevano dilapidato le loro fortune per mantenere musicisti e artisti vari.

Lo stesso imperatore Francesco Giuseppe si considerava umilmente “il primo impiegato dell’Impero”. La cultura aveva a disposizione molti più fondi di quanti non ne avesse la guerra, incuranti degli attacchi delle potenze e dei nazionalismi, che avrebbero presto precipitato la Mitteleuropa nella barbarie. In Austria-Ungheria, albergo e cosmo naturali di minoranze, vigeva l’assolutismo, mitigato dalla sciatteria, com’ebbe a dire Adler. Ci si riconosceva in gruppi di melomani, come i cetacei. Ma come disse Renan: tutte le società vocate alla giustizia sociale soccombono. Solo “uomini nuovi”, come Hitler e Stalin, che a Vienna con-vissero in quei tempi, potevano sviluppare un odio per quel mondo.

Mondi molteplici che non avevano conosciuto razzismo, nazionalismo, leva di massa, fino all’avvento della civiltà che era dominata da una cultura che non vedeva più nella ricchezza materiale uno strumento ma un fine, ribaltando ogni filosofia (se tutto può avere un valore economico, allora tutto è in vendita) e aveva bisogno di categorizzare e classificare l’umanità in termini di funzioni e utilità (primo vero germe dell’eugenetica).

Ciò non avvenne con il primo schiavismo, che affondava le sue radici nella civiltà greca e romana, nella quale gli schiavi potevano assumere anche ruoli di massimo rilievo. Basti pensare che i sultani arabi e turchi e i nobili africani avevano schiavi bianchi, deportati dai veneziani e dai genovesi, dai Balcani (non sempre maltrattati) e nelle corti europee c’erano cortigiani di tutti i colori, che talvolta diventavano anche personaggi importanti (come il filosofo ghanese Anton Wilhelm Amo), come viceversa accadeva di schiavi europei alla corte di Istanbul (come Menavino di Voltri), il cui esercito scelto era per altro composto da schiavi bianchi (i Giannizzeri). Il conte slovacco Moric Benyovsky, al termine delle sue peripezie, fu eletto re del Madagascar, dai capi malgasci dei quali era stato ostaggio.

Tutti si sentivano servi chi di un signore, chi di Dio, chi di un sovrano, chi della sapienza, chi della virtù. La servitù era qualcosa di universale e volontario, in qualche misura, prima della deportazione industriale di schiavi verso le Americhe, monopolizzata dall’Inghilterra industriale, nel diciottesimo secolo.

Bergson ha scritto nelle “Due fonti della morale e della religione”, che l’uomo, “inventore di dei”, intuisce qualcosa di oltre, ovvero aspira sempre dentro di sé ad una “società aperta” (anche quando non lo sa), nella quale, parafrasando, ciascuno consideri ogni prossimo un cavaliere o una dama.

La Rivoluzione, parola inventata per il sistema eliocentrico di Copernico (accusato dal materialista Telesio, non solo dalla Chiesa, di aver concepito un falso sistema metafisico), che prima definiva solo il movimento della ruota, dovrebbe essere un ri-volgersi indietro, un recupero, un ripensamento, non ha niente a che vedere con l’idea di progresso tecnico. I poveri dopo la Rivoluzione Francese, come dopo molte altre rivoluzioni, languivano nelle strade, con gli ospedali, ospizi e alberghi dei poveri, che cavalieri o monaci avevano costruito, confiscati o distrutti dalla nuova casta dominante.

I romantici rivoluzionari nazionalisti e anti-semiti dell’Ottocento, videro nell’Inghilterra (non quella dell’empirismo scettico di Hume che odiava il Medio Evo e slegò i fatti dalla necessità) un modello e rispolverarono il gotico che incuteva terrore nei fedeli, con i suoi mostri e le sue guglie, i castelli, e “acquietava” con il suo buio interno, con una luce che segnava un percorso ben delimitato e univoco (come oggi in un supermercato), verso un mondo che non era questo, pieno di pericoli e per il quale quindi non valeva la pena vivere e muoversi.

L’architettura rinascimentale, invece, era stata il trionfo delle linee plurali e della luce diffusa, il piacere di stare all’aperto, con colori luminosi e l’inquietudine positiva dell’uomo che vuole lasciare il sicuro per l’ignoto, scoprire e contenere il mondo, l’intelletto aperto e sfuggente e molteplice che va verso altro e l’altro, senza ricette preconfezionate.

Ogni cosa è distinta e complessa e ogni cosa si somiglia nel suo essere distinguibile e complessa, non schiacciata in un carrello insieme a tante altre cose indistinte. Nella catena di montaggio tutto è “pezzo distinto” nel suo essere identico, copia. Anche il tabacco, fumato ritualmente dai capi indiani in piccole dosi e rare occasioni speciali, scoperto dall’uomo-massa, è diventato oggetto di consumo compulsivo, fabbricato in serie. Per non parlare del sushi. Lo stesso discorso vale per la coca o la canapa, profanate dalla criminalità organizzata, che seguono le rotte dei capitali del mondo globalizzato.

In termini di conquiste, scoperte, pensiero e invenzioni, l’umanità vissuta fra la fine del diciassettesimo secolo e l’inizio del ventesimo ha fatto cose incredibili, recuperando il tempo perso nelle guerre di religione che avevano soffocato Umanesimo e Rinascimento. Dal Secolo dei Lumi alla Belle Epoque abbiamo visto il più grande sviluppo qualitativo della storia umana, in termini di diritti e libertà, poi dalla fine dell’Ottocento trasporti, comunicazioni, medicina (con vaccini e sterilizzazione), istituzioni pubbliche. L’oggi non fa che continuare a trasformare (e spesso a stravolgere o travolgere) quelle stesse conquiste. Basti pensare all’abbandono progressivo del trasporto pubblico elettrico a vantaggio delle auto private.

Voltaire fu un figlio dell’istruzione gesuitica problematizzante e aperta al mondo (per difendere gli indigeni guarani furono sciolti e banditi), come per assurdo i persecutori dei gesuiti: il marchese di Pombal (che costruì la prima città anti-sismica, dopo il grande terremoto di Lisbona del 1755 e fece sposare ai nobili portoghesi donne ebree, per mischiarne il sangue) e Giuseppe II, grande riformatore, figlio di Maria Teresa, che inventò la scuola pubblica statale, la sanità pubblica e il catasto.

L’imperialismo, di cui tutte le ideologie novecentesche di massa, dall’estrema destra all’estrema sinistra (giustificando persino l’idea di imperi proletari “anti-imperialistici”, vedi Mussolini), hanno accusato qualsiasi conquista o libertà “borghese” (persino Masaryk fu accusato di imperialismo da Bela Kun e da Hitler), non ha forse prodotto quella forma di stato pubblico e di società (anche di stato sociale) cui nessuno ha voluto (o potuto) sottrarsi, nemmeno i paesi extra-europei, dopo la de-colonizzazione? Quanta Europa si incontra nel Mondo?

In ogni caso il colonialismo e l’industrializzazione europei non hanno forse prodotto al loro interno quell’auto-critica, attraverso letteratura, arte, movimenti politici e sindacali, filantropici, che, pur non edulcorando affatto né riducendo la portata di crudeltà dell’imperialismo, ha tuttavia permesso una notevole trasformazione, un progresso di quegli stessi sistemi, a vantaggio dell’umanità intera? Le radici spingono a incontrare, l’uomo ha diritto alla cittadinanza universale scriveva Kant (non ad aggirare e approfittare dei popoli più deboli), sono gli sradicati che sradicano, ha scritto Simone Weil. Senz’altro un boscimano avrebbe potuto fare a meno di un grammofono, soprattutto se a costo della schiavitù, ma l’imperialismo dove è andato ha costruito istituzioni, ha avuto anche intenzioni filantropiche, di emancipazione e diffusione di civiltà, certo di solito paternalistiche, considerando la propria civiltà superiore, ma come del resto ogni impero precedente (persiano, macedone, romano, mongolo, turco, etc). Non sono mancati però i contatti e le compenetrazioni genuini.

Montaigne, Montesquieu, Swift e molti altri pensatori, fra Rinascimento ed Illuminismo, non parlarono dei popoli lontani e indigeni come di popoli inferiori. Non mancarono casi in cui re africani furono trattati alla pari, come nel caso degli imperatori del Mali o del Congo (un figlio dell’imperatore del Congo, Alfonso, fu nel sedicesimo secolo il primo vescovo nero della Chiesa Cattolica).

Non si rintracciano certo queste intenzioni nelle guerre neo-coloniali del “pentagonismo”, del “neo-imperialismo” o “neo-colonialismo”, funzionali solo agli interessi di controllo militare e economico, a vantaggio di pochissimi, in cambio di oggetti di consumo usa e getta che chiamano “benessere”, laddove mancano sistemi fognari, alfabetizzazione e acqua potabile corrente (e dove c’erano sono scomparsi nel frattempo). Se neanche l’imperialismo, accusato di ogni male da tutti i delinquenti del Novecento, ha trattato alla pari i sovrani e i popoli sottomessi, se non altro non ha creato questo deserto umano, culturale, ambientale.

I gruppi dominanti e asserviti degli stati post-coloniali si sono resi complici di una repressione crudelissima nei confronti dei popoli autoctoni minoritari nei neo-stati (gli esempi sono innumerevoli).

I “paradisi delle masse”, dei quali parlava Ortega y Gasset, sono fondati infatti sull’incremento illimitato di popolazione, consumi e profitti e cosa portano nelle loro colonie?

Con l’idea che “uno valga uno”, abbiamo spazzato via la soggettività e l’esperienza personale individuale. Tutti vogliono vincere e le masse globali non mettono in discussione il sistema del trionfo, dello spreco e dello sfarzo, vogliono appropriarsene. Le masse di “diseredati” odierni non vogliono disertare o boicottare. Possono accettare che il mondo finisca domani, ma non un aumento sulla benzina oggi. Così come i predicatori bolscevichi sfruttarono la guerra per la loro propaganda, invece di rifiutarsi di farla, quelli che lo fecero furono perseguitati dai loro stessi compagni.

Marx invece odiava la guerra e sapeva bene che la Russia era solo una potenza espansionista che aveva e avrebbe sempre camuffato il suo espansionismo con altri nomi e maschere di comodo del momento ma sempre con l’unico obiettivo espansionista, il problema fu che molti marxisti non avevano letto Marx e pochi grandi uomini nella storia ebbero il coraggio di un Floquet, che nessuno più ricorda, che ricevendo lo zar a Parigi gli disse: viva la Polonia!

Nessuno avrebbe il coraggio del premier neozelandese Lange, che negli anni 80, in piena guerra fredda, negò l’accesso ai porti del proprio paese alle navi di armi atomiche del potente alleato statunitense. Capita che portuali, come a Genova, scioperino e si rifiutino di scaricare quelle navi cariche di armi. Quasi nessuno ha avuto nella storia o avrebbe il coraggio oggi del Costa Rica degli anni 40, di abolire il proprio esercito e spendere in istruzione, anche se tutti sanno che pochi minuti di guerra odierna costano quanto anni di istruzione per i bambini di tutto il mondo. Tutti oggi possono anche sapere che basterebbe coprire di pannelli solari il 4% del Sahara per produrre energia per tutto il pianeta.

“Mi pare che tu sia assorto in uno dei tuoi soliti monologhi interiori”

“Già è proprio così. Mi manca la scuola. La scuola senza studenti è come un corpo senz’anima. Fantasticavo su varie questioni storiche e sull’ipotesi che Carlo V o Adriano da Utrecht possano riconquistare i loro troni e magari grazie a un nuovo Copernico scoprire un algoritmo degli algoritmi, l’algoritmo capace di mandare in tilt tutti i computer e i dispositivi elettronici del mondo per sempre e riportare l’uomo a essere misura delle cose!”

“Che idea! Contro la semplicità, per la complessità, contro l’uniformità, per la diversificazione…”

“Dalì!”

“Non tornerà mai più quel mondo e dobbiamo vivere in questo, dove il bisogno è derubricato a “malessere”, come vivere in un mondo senza favole? Anche gli elefanti, dovendo attraversare vastissime savane, seguono le elefantesse più anziane, con le mappe mentali più interessanti. La personalità degli animali smentisce ogni pretesa cognitivista”

“Ma il pessimismo ha sempre bisogno di nuove delusioni, quindi perché non crederci?!”

“La diversità è satanica, predicava l’Inquisizione e ci siamo di nuovo. Gli Stati che si chiudono, gli squadristi che ritornano in voga, non c’è traccia in giro di un conservatore cavalleresco che possa dirsi tale, fingono di essere “conservatori”, solo perché sono anti-progressisti, ma forse ci vorrebbe un Churchill per riportare questi fascisti, figli del mondo tecnico-narcisistico dei “selfie”, al loro posto!”

“Sono plutocrati, che si guardano bene dal toccare i privilegi dei loro amici miliardari, ma accusano di essere “ricco” qualsiasi loro nemico, così da solidarizzare con la massa, alla quale mentre distruggono lo stato sociale (facendo super-sconti a corporations e miliardari), danno la possibilità di credersi superiore, attraverso il razzismo, per non arrivare mai al nocciolo della questione e far sentire i loro sostenitori sulla stessa barca dei loro “poveri” amici”

“Anche Manzoni qui non riesce più a respirare e ammette tutti i suoi errori di gioventù”

“Ma noi come stiamo?”

“A seconda dei momenti, abbiamo un cuore di cipolla o di cioccolato, come ha detto un mio studente”

“Quanta morte ci infliggiamo, fuggendo dalla vita e per non ricordarci di essere mortali. Il razzismo, in tutte le sue forme, è la fuga peggiore”

“Perché la vita deve essere guerra e terrore? Perché tutti vogliono questo? Io vorrei andarmene prima di tutti e non vedere morire più nessuno”

“Forse questo è il punto di vista di Dio, se è vero che ci ama troppo è per questo che non può intervenire, non può guardarci, rifiuta di essere nostro padre, perché se lo fosse ci amerebbe troppo e il troppo amore fa morire!”

“Solo i sistemi muoiono, non possiamo lasciarci ammazzare dalla sistematizzazione, la saccente ignoranza e lo sterile eruditismo sistematico, o accademismo idolatra, sono le due facce della stessa medaglia. Lo spirito della curiosità sopravvive e rivivificherà il pensiero, non dobbiamo arrenderci”

“Quanto ci sarebbe ancora da svelare e non finiranno mai di velarsi nuove cose, perché più sveliamo, più altre nuove cose si velano, questo sapeva l’uomo antico”

“E il bello è che non sarà mai svelato tutto”

“Invece oggi parliamo solo di ciò che è “utile” e “necessario”, o addirittura “concreto”, che è dato per già rivelato o in via di rivelazione, come in una vera teocrazia”

“Può essere che non ci siano perché o che se ci sono non siano conoscibili, ma la vera scienza investiga il come e non ha la pretesa di dire che il come è un perché, possono esistere tanti perché e molti sfuggono alla formula e anche il come spesso disattende le previsioni”

“L’immaginazione è il nostro ultimo santuario, la curiosità un vizio proibito”

“Tutti vogliamo essere qualcun altro, di solito più belli e più ricchi. Per Unamuno è la cosa più orribile che si possa volere, essere qualcun altro invece che noi stessi, se non la più assurda. Ma il mondo gira intorno a questa volontà, oggi straordinariamente capitalizzata dall’industria e dalla politica. Forse è troppo semplicistico parlarne in questi termini, ma anche molto chiaro ed evidente. Chi nasce ricco e bello, pochi, non può che aspettarsi il peggio, se è proprio in gamba e temerario conserverà forse la ricchezza, a costo di sacrifici, tradimenti, abbandoni, falsità, ruffianeria, invidia e odi (che tendenzialmente abbruttiscono, soprattutto i buoni d’animo che devono “farsi furbi”), ma di sicuro perderà, se non altro per il lavoro del tempo (da cui solo morte ci può salvare), la bellezza. Se uno nasce brutto e povero non può che aspettarsi qualche miglioramento, il peggio del peggio è che la situazione di partenza resti invariata. Tanti poveri si arricchiscono, rivelando un animo di fondo comune a tutta l’umanità, di avidità e ambizione smisurate, a dimostrazione che la povertà, quando non scelta, non è una virtù e che virtuoso è chi, in ogni condizione, sa rinunciare e staccarsi. E soprattutto chi nasce povero in bellezza, di solito invecchia diventando perlomeno interessante, un “tipo”, sicuramente avrà, nel numero, forti probabilità di conquistare un partner quantomeno appena appena più bello, magari ricco, spesso la natura mostra contrasti imbarazzanti. Il bello, specie se ricco (non parliamo se anche altruista, sensibile e intelligente), è senz’altro il più disgraziato, o perché non viene considerato da nessuno o perché alla fine sceglie qualcuno molto più brutto. Il bello è infatti da distinguere bene, oggi, da chi si “abbellisce” grazie alla tecnica, alla maschera e agli interventi “estetici” mostruosi (ultimamente anche detraibili dalle tasse), perché in questi casi, oltre a sostenere i consumi, in spregio alla povertà vera, hanno la solidarietà e l’ammirazione degli altri brutti, invidiosi dei belli, che ritengono grazie alla plastica di appianare questa “grave ingiustizia” di natura, non considerando tutte le infinite e varie altre “ingiustizie”, sulle quali l’uomo, come animale razionale, dovrebbe e potrebbe davvero tentare di intervenire, risparmiando risorse sul superfluo. Vedi l’accanimento degli inglesi e della loro regina bruttina, meno nobile e figlia di un uxoricida, contro la bella, nobilissima, sentimentale regina scozzese Maria Stuarda. Ma la ragione è solo quello che con sufficienza chiamiamo istinto negli animali, secondo Hume, se non la edifichiamo come una vera città, come la nostra patria. Per nuda e pura ragione si sono commesse cose orribili, infatti. Tutto gira intorno a questa grande verità che mi disse una volta una signora dal tratto naturalmente nobile e affascinante, una signora senza età, cui bellezza e ricchezza non avevano giovato più di tanto”

“Dalla fine infatti e non dall’inizio, come sapevano gli antichi, si possono giudicare la sorte e la nascita”

“L’oppio dei popoli, che è la tecnologia, può dare l’illusione di trasformare tutto subito, su questo si basa il potere di un pugno di uomini che ha reso un sacco di cose inutili bisogni essenziali, sempre a portata di mano, quasi ovunque e le masse ne sono diventate succubi e non è stata una rivoluzione, hanno solo distrutto e soffocato il mercato vero, sul quale si è fondata la civiltà”

“Oggi un computer super sofisticato può velocizzare operazioni, facilitare comunicazioni fra persone lontane e ricercatori, oltre a seminare in pochissimo tempo miliardi di idiozie, la stupidità è finalmente equamente distribuita, imbinariata, non si vede più oltre, mettendo in cattedra perfetti sciocchi come in nessun’altra epoca storica”

“Ci si potrebbe fermare qui se fosse solo così, bene e male sarebbero impastati, come è sempre stato. Invece non ci si è fermati qui, in svariati casi il computer, che ha sostituito l’uomo per annullare l’errore umano, in quanto “infallibile”, in realtà arriva a sovvertire l’azione umana, indurre in errori più gravi e incidenti (di per sé connaturati alla stessa idea di macchina), fatali, sempre impersonali (nessuno è più responsabile), che forse un guizzo o l’esperienza e la libertà umane potrebbero talvolta evitare. Ma in questi incidenti l’uomo non è più in grado di intervenire, ed è inutile prendersela con il “manovratore” di turno”

“Eppure senza competenze informatiche, nemmeno il professionista più dotato e sveglio viene preso in considerazione, in nessun campo. Anche le traduzioni sono ormai lasciate in balìa dei traduttori automatici. In nome del risparmio delle risorse, a costo di sprechi di risorse e sfruttamento di schiavi, senza precedenti (come i bambini che estraggono in Congo il coltan, per fare i nostri dispositivi elettronici, affetti da una obsolescenza sempre più rapida)”

“L’ora dei mediocri, l’ora di chi non crede nel proprio cervello, nell’uomo, di chi non ha passioni, non ha un fuoco sacro e si può affermare sul più saggio o fantasioso, grazie al computer”

“Himmler fu assai lungimirante a capire il potenziale delle schede perforate dell’IBM, per gestire i lager, si direbbe dai suoi degni eredi”

“Gli uomini prima delle schede perforate erano errabondi, guidati da classi dominanti senza formule”

“Per questo alcuni grandi pensatori, come Heidegger, videro, con un imperdonabile errore, nel Nazismo l’occasione di costruire una contro-potenza che arginasse tutto questo, ma capirono ben presto che si trattava solo di una mera variante, anzi della più atroce variante, di quel nuovo modello di umanità e potenza. Non è un caso che persino Bordiga e i marxisti situazionisti sperassero in fondo che la Germania potesse colpire e distruggere a Londra il cuore di quel mondo, ma non si stupirono affatto che i nazisti non andassero fino in fondo, in quel caso, legati com’erano alle dinamiche della super-potenza che aveva cercato fino alla fine di venire a patti con loro, tradendo e immolando alleati come la Cecoslovacchia”

“Fu Churchill, nella sua concezione cavalleresca dell’uomo, della democrazia e della libertà, a inventare l’idea delle democrazie occidentali, fu del resto l’unico a tuonare e indignarsi contro quanto il suo paese aveva fatto fino a quel momento, ma fu anche l’unico a crederci, nel suo mondo, o almeno uno dei pochissimi. Alle super-potenze, che non si affannarono affatto a salvare profughi, ebrei, zingari, perseguitati, né ad impedirne le deportazioni (pur conoscendole nei dettagli, grazie a Karski e Pilecki) preoccupava solo che non ci fosse un’altra potenza a minacciare il sistema economico mondiale”

“Ma pochi sono stati disposti a perdonare, a Heidegger o a Junger, quell’errore. Perché la loro posizione era dettata da un radicale dissenso con quello stesso sistema, che ancora oggi si perpetua, di cui poi il Nazismo, in fondo, non fu all’epoca che uno dei più tristemente ingegnosi, crudeli ed estremisti interpreti”

“Heidegger e Junger, o Carl Schmitt o Furtwangler (persino Fallada per non aver lasciato la Germania) e tanti altri, furono stigmatizzati e accusati come criminali, pur avendo pagato le conseguenze delle loro posizioni già dentro il regime, mentre tanti solerti aguzzini e delatori della porta accanto, capi-stazione, contabili ma anche professori universitari, giudici e giornalisti (come in Italia il docente di Mistica Fascista Fanfani o il Giudice della Razza Azzariti o il direttore del Manifesto della Razza Almirante), furono automaticamente assolti o continuarono nelle loro portentose carriere, come se l’Europa fosse stata occupata in quel momento da alieni”

“Ora, mentre quei fantasmi stanno davvero tornando in auge, non essendosene mai andati, sotto mentite spoglie, trovano nuovi servi pronti ovunque, mentre certi intellettuali, da una parte e dall’altra, espiano ancora i loro peccati, dovuti all’aver sopravvalutato il mondo e loro stessi, ombre di cavalieri tristi, con l’idea che l’uomo sia co-creatore”

“Persino dissidenti dei regimi comunisti vengono oggi dall’altra parte tacciati di “comunismo”, non essendosi poi asserviti ai nuovi dogmi dei “nuovi sistemi” dei “nuovi leader” riciclati. Siamo rimasti prigionieri dell’istantaneità, degli slogan, senza passato né futuro, né senso di co-appartenenza all’umanità e al mondo”

“Siamo tenuti d’occhio da invisibili guardiani, alfieri di pericoli inesistenti, abbiamo abolito l’idea del male e dell’inferno, per crearcene uno qua, attraverso idee che si instillano nella mente della Gente. Ci chiudiamo in noi stessi, senza resistenza, assorti in vite virtuali”.

Nelle nostre passeggiate, abbiamo qualche volta la fortuna di incontrare un vecchio poeta, un ingegnere in pensione che contempla i fiori e le stelle e nel quale si sente pulsare la vera vita. Dopo anni di calcoli ci dice che siamo tutti portati a dire che sia difficile criticare gli altri, trovare difetti negli altri, in realtà è facilissimo e lo facciamo di continuo, senza risultati, se non quello di avvelenarci la vita a vicenda, ed è evidente che sia molto più difficile, eroico e impegnativo, costruire un paradiso intorno a noi, anche se già lo sarebbe, tutto è miracoloso intorno a noi, senza bisogno di formule e dottrine. Basterebbe che ciascuno di noi incominciasse a voler vedere in ciascun altro un angelo, un abitante del paradiso, cercare di elogiare gli altri per quello che già sono e hanno in loro stessi. Questo sarebbe un paradiso e ci troveremmo già a viverci.

Ci dice di aver letto che anche i delfini si fanno pungere dai pesci-palla per “sballarsi”. In ogni animale intelligente alberga una tendenza auto-distruttiva, una fuga da sé.

Non sorprende, dice M., pare sia esistita una specie di cervi dalle corna talmente grandi e pesanti da spezzargli il collo e così si estinsero, solo per il piacere di imporsi sui propri simili.

Resta il dubbio, nel nostro caso, se sia l’eccesso di corteccia cerebrale a renderci così infelici (o la spazzatura della quale si riempe, anche quando ci opponiamo con tutte le nostre forze, siamo bombardati sempre da insulsaggini, vale anche per quello che state leggendo ora).

Se non abbiamo più modo di essere umani, allora davvero siamo solo i nostri cervelli e non più braccia, gambe, occhi, nasi, lingue, tronchi, pelli, in costante e viva connessione fra loro. Ma in realtà il mondo e l’umanità sono sempre stati una foresta (Salvador de Madariaga definì l’Europa un bosco), di alberi diversi e simili, che comunicano, mettono in comune e scambiano risorse attraverso le loro radici, talvolta intrecciano i loro rami. Alcuni boschi tengono in vita tronchi tagliati, apparentemente morti da tantissimo tempo. Anche il bosco più affollato e fitto è così perché la terra su cui si è sviluppato glielo ha permesso, non impedisce gli altri e continua a donare, alla terra e a molteplici forme di vita, dalle maggiori a quelle invisibili. Il bosco dà fiducia e respiro.

Nell’antichità gruppi di uomini senza terra, come gli arbereshe o gli ebrei, arrivavano in luoghi abbandonati (portando dietro costumi, ricette e strumenti), lì si radicavano e li facevano risorgere. Solo gli sradicati sradicano. La nazione invece ha una funzione universale di nascita e resurrezione, in ogni momento, senza fissità, non ha niente a che vedere con i confini e i recinti degli stati-nazione. Lo stato può diventare una tomba, un monumento che non dice più nulla, la nazione è vita, parola, fertile e in cammino, come un bosco che si sposta e si fonde con altri boschi, come gli stormi di uccelli, eroi della libertà, che sorvolano tutte queste invenzioni opprimenti e recenti che ci rinchiudono in gabbie (immaginarie o reali come quelle usate per strappare i bambini dei migranti alla frontiera fra USA e Messico). Eppure consideriamo questi recinti irrinunciabili, irrevocabili ed essenziali alla nostra vita, come se servissero a proteggere il nostro spazio, sempre più sterile e arido o come se gli “altri” venissero a toglierci qualcosa.

La nazione e la patria sono qualcosa di spirituale, che anche si continua a scegliere come si continua a fare, non può mai essere imposta, è un sentimento, per sua stessa natura non ostile ad altre forme di sentire. Ogni gruppo che si senta famiglia, persino, è forse quasi una nazione. “Nazione” per me sono state le mani nodose di mia nonna, i racconti del nonno, gli gnocchi alla romana, la pomarola come la faceva la nonna e che so non mangerò mai più. Sono suoni, odori, colori. Le armi, i mezzi corazzati, i reticolati, i muri, i decreti, i pregiudizi vorrebbero fermare il vento, ma gli fanno solo perdere tempo. Sono la non-scelta, il rifiuto del pensiero. La nazione ha una tendenza atomistica, a individuarsi con sempre maggiore specificità, per poi tendere nuovamente ad unirsi e allargarsi. Segue venti misteriosi. Non è mai imposta o come quei segreti asfissianti custoditi gelosamente da certe famiglie, che finiscono per non essere nemmeno tanto interessanti e seccare.

Così ruotammo in terra una bottiglia vuota, nella quale eravamo inciampati, per trovare la direzione verso cui dirigerci. Ci accomiattammo dal vecchio poeta, confidandogli che ce ne saremmo presto andati. Ci augurò buona fortuna.

Ma dopo pochi passi, ci volgemmo e decidemmo di andare a trovare Manzoni.

L’appartamento di Manzoni era un minuscolo monolocale, al primo piano di un anonimo condominio di periferia, senza ascensore, senza cantina o box e senza terrazzo. Ci si stava a malapena in tre o quattro, seduti stretti, stretti, al suo capezzale, tra il letto, sotto un crocifisso di legno, e la finestra.

Una anziana vicina di casa, una vera e propria perpetua, si occupava di lui quando non c’era nessun altro a vegliarlo. O meglio lo soffocava, raccontandogli i pettegolezzi di tutti gli abitanti della scala, mentre gli preparava il tè, gli portava la posta, toglieva la polvere o gli faceva la barba.

D’altro canto, Manzoni, dal suo letto, alla soglia dei duecentotrentatre anni, non aveva grandi pretese (non ne aveva mai avute, nel suo parco e frugale giansenismo), si consumava, gli mancava il respiro, mangiava pochissimo, ogni tanto chiedeva che qualcuno gli leggesse un libro, quando i suoi occhi erano troppo stanchi per farlo. Pregava. Sentiva la radio e guardava pochissima televisione. Era infastidito dalla carta da parati.

Pare che prima che Manzoni entrasse in quello stesso appartamento, per concludere i suoi giorni, fosse stata conservata, proprio lì, la mummia di Dante, che avevano rubato o buttato nel fiume. Forse era solo una leggenda condominiale.

Manzoni mi chiese di cosa mi occupassi al momento.

Era finita la scuola, perciò ero a casa, disoccupato, in attesa di un concorso che non sarebbe mai arrivato, forse di un nuovo contratto, se fosse andata bene, a ottobre. Scrivevo poco, per lo più roba da buttare, come questa, in realtà. Avrei voluto scrivere un grande romanzo, oppure uno scritto autobiografico come “La storia di S. Michele”, di Axel Munthe, ma vivendo in questo tempo, nel quale mi era dato vivere, trovavo solo le parole e le immagini del picaresco e del surreale grottesco. O forse era un problema mio.

“Beh, vedete” disse lui “sono stato il flagello di generazioni di studenti. Avrei voluto essere come le piante, che hanno rivestito i loro semi di polpa, affinché circolino, attraverso gli apparati digerenti degli uccelli e degli altri animali. Come il granello di senapa evangelico, il seme più piccolo da cui sorge l’albero più grande, sui cui rami, tutti gli uccelli vanno a riposare. Non è stato così, non sono mai stato digerito, a cominciare dai Promessi Sposi, la mia opera più famosa, amata e detestata, ma mai digerita”

“Cosa intende?”

“La mia generazione, invaghita di Napoleone, ha inventato lo stato-nazione e vivendo due secoli mi sono reso conto che i governi degli stati-nazione non serviranno mai allo scopo di creare l’umanità ideale, nella quale molti di noi romantici credevamo.

“Lo stato è un’invenzione, un “male necessario” e non va mischiato all’idea di nazione, se non a costo di soffocare la vitalità variegata delle nazioni. Lo stato non è naturale, è un insieme di norme che devono essere soppesate con cura per rendere la convivenza degli uomini e dei popoli dignitosa, sulla più vasta scala possibile, sacrificando il minimo possibile di ciò che compete alla soggettività. Lo stato è un artificio che serve l’uomo e non viceversa. È una macchina e come tale ha un ruolo subordinato, ma essenziale a far funzionare le istituzioni, verso i cui scopi umanitari ognuno deve essere devoto (e contribuire), senza connotazioni nazionali, che in mano alla politica diventano nazionalistiche. Il potere ha vari interpreti, ma un’unica destinazione, snaturare l’umanesimo.

“Vedendo cosa ne è della mia lingua e della mia nazione, ho pensato che sia giunta la mia ora, ma non prima di aver incontrato questo filosofo slovacco, che ha dedicato la sua vita allo studio dell’idea della nazione.

“Prima di parlarvi di lui portatemi un po’ di tè e lasciatemi fare ancora alcune considerazioni sulla mia opera.

“Sono arrivato alla conclusione che non posso avere eredi. Sono ben consapevole di aver descritto, nei Promessi Sposi, la vera essenza del mio popolo. Penserete subito all’ipocrita e codardo Don Abbondio, forte con i deboli e debole con i forti, ma non solo a lui mi riferisco”

Lo guardavamo sbigottiti mentre M. prendeva le tazze, F. cercava lo zucchero perplesso e io preparavo la teiera.

“Quella pletora di lamentosi che popola il mio romanzo, gente ossessionata dall’idea di un potere persecutorio, origine di tutte le sue sventure, al quale dare sempre la colpa di ogni loro insuccesso, di ogni frustrazione. Non vi è un singolo personaggio che si prenda la responsabilità di un’opinione fuori dal coro. L’unica autorità è un prete, vanitoso, ignorante e scioccamente autoritario, che non fa niente e del quale nessuno vuole davvero sbarazzarsi, poiché è la giustificazione di tutte le magagne di quel popolino. Tutti dipendono dalla sua parola, dalle sue raccomandazioni, nessuno è mosso da una vera fede, che non sia di circostanza o di abitudine. Solo la madre di Cecilia è una vera eroina e si attacca fino alla fine alla fede nella vita, contro ogni evidenza”.

Inutile dire che eravamo a bocca spalancata.

“Non capisco di cosa ci sia da stupirsi. La verità è che nessuno ha mai voluto leggere veramente il mio romanzo, che invece è stato trasformato in un utile alibi. Sarei forse arrestato per dire questo, perché esso è diventato un feticcio nelle mani di tanti diseducatori. I Promessi Sposi sono il romanzo con cui si affossa la meglio gioventù. Borges scrisse che forse nessun campione letterario riflette veramente lo spirito della nazione che lo ha prodotto come autore: Dante, uomo di convinzioni ferme, tutto d’un pezzo, rappresenta forse l’ondivaga nazione italiana? Forse la maschera di Arlecchino, pronto a correre da un padrone all’altro, per lamentarsi di ogni padrone. Don Chisciotte, alter ego di Cervantes, un cavaliere paradossale, per niente macho, molto poco spagnolo. Ma vogliamo parlare di Shakespeare? Con i suoi personaggi sanguigni e passionali, così lontani dal carattere inglese.

“Ippolito Nievo, mi avrebbe potuto surclassare, quindi, con i suoi personaggi volitivi e pieni di ideali e fuoco, ma morì troppo giovane, senza aver tradito le sue idee, caratteristiche che non hanno potuto concorrere a farne un grande nella memoria collettiva del suo e nostro popolo, composto per lo più da vecchi giovanilisti, di tutte le età.

“Ma i miei Promessi Sposi hanno ritratto troppo bene la nazione italiana, dandomi l’immortalità. Gli italiani non hanno capito per secoli di essere stati presi in giro, che la mia opera è stata una riuscita parodia dell’italianità, dei suoi vizi multiformi e rimarranno per sempre prigionieri del mio romanzo. A scuola lo studiano e lo devono imparare tre o quattro volte, anche di più se uno prosegue negli studi umanistici. Come un catechismo. In ogni sagra di paese o pubblica lettura viene sempre bene, fa comodo, non impegna. Tanto nessuno pensa di guardarsi allo specchio quando lo legge. Si legge come un romanzo rosa, quasi. Che inganno mi è riuscito scrivendolo! Eppure mi sembrava così evidente il mio sarcasmo. Ma così abilmente dissimulato, con quel tono da sacrestia”

“Lei è un genio. Mi sono spesso domandato come avesse fatto a vivere così a lungo, infatti, con tutto il rispetto e l’onore che meritate, lei e la sua opera, non è detto, che delle tante cose scritte nella storia, ciò che ci arriva sia sempre il meglio, anzi, siamo autorizzati a dubitarne, se non altro per sano scetticismo. Chissà ci fosse arrivata la Repubblica di Diogene, anziché quella di Platone”

“Il mio è un sodalizio immortale con il popolo italiano. Abbiamo avuto dopo di me, tanti altri grandissimi autori, ma nessuno è riuscito a scrivere qualcosa di assolutamente nuovo o che non fosse di critica sociale o politica, che non guardasse a grandi scrittori stranieri o al passato. Qualcuno ha aperto grandi vie, rifondato anche la lingua italiana, ma nessuno ha mia più potuto essere tutte queste cose insieme, per paura o per destino. Io sono sempre attuale invece, anche adesso mentre devastano la mia e nostra lingua.

“Il mezzo ormai fa il contenuto. La lingua è lo strumento per aprirsi al mondo. Serve ad imparare altre lingue, accogliere, invece accogliamo parole inutili come “location”, ma non sopportiamo che un arabo continui a parlare arabo, o che gli alto-atesini continuino a usare il tedesco, che in Costa Azzurra o in Istria non parlino più italiano, come fosse qualcosa contro di noi. Eppure parliamo la quarta lingua più studiata al mondo, vorrà dire che ci sarà più italianità vissuta fra tanti stranieri di quel che crediamo. Pensano di venire qui e incontrare Leonardo, Galileo o Lorenzo il Magnifico, mentre noi nel frattempo arranchiamo o scivoliamo verso l’ignoto. La verità è che siamo rimasti dei “bravi”, delle “Lucie”, dei “Renzo” e dei “Don Abbondio”, da lì non ci siamo quasi mossi, ma io volevo mostrare un’altra via.

“Ogni tanto apprendiamo con sufficienza una notizia che rimbalza, su qualche popolo di cui non sappiamo niente, solo quando qualcosa ci fa sentire un po’ meno scandalosi, guardando sempre a nuovi padroni stranieri, dai quali imparare “ricette”, ma sempre le più sbagliate, non quelle che sarebbe utile imparare per ottimizzare quanto già abbiamo e trovare la via in noi stessi.

“Troviamo ricette non per modificare il nostro modo arlecchinesco, per non essere più vanagloriosi ma diventare padroni del nostro destino, per smetterla di pavoneggiarci nel nostro vuoto campanilismo di superficie, ma per smantellare quanto di più importante e fondamentale abbiamo accumulato e costruito…”.

A questo punto avevamo iniziato tutti a sbadigliare e lo stesso Manzoni, sfiatato, aveva bofonchiato le ultime parole fino a piombare in un sonno profondo. Quindi lo lasciammo, chiudendoci la porta alle spalle e, una volta fuori dal condominio, si era fatto buio e le nostre strade si divisero.

Ho imparato a camminare prima che a parlare, mi si sarebbe predetto un destino da sportivo, prima che apprendessi il vizio di leggere, che diventò il mio rifugio. Ma continuo ad essere un buon camminatore. Decisi, invece di rincasare, di continuare a camminare solo, ancora per un po’.

Passando per la stazione ferroviaria, vidi nella sala d’aspetto un bambino, che teneva stretto in una mano un leoncino senza un occhio e nell’altra un libro aperto, che leggeva avidamente. Aveva i capelli corti biondissimi, la pelle abbronzata, un paio di calzoncini beige e una camicia scozzese rossa e blu.

“Cosa leggi?”

“Una biografia”

“Di chi?”

“Di Churchill”

“Non sei un po’ piccolo” mi sentii stupido nel fare questa domanda, pensando che non conta il libro, ma il suo lettore.

“Me lo chiedono in tanti. Ma io voglio diventare grande, per poter non fare quello che non voglio fare”

“Beh, Churchill era un cuor di leone”

“Lo era anche mio nonno”

“E non c’è più?”

“Credo sia volato in cielo, ma mi parla spesso”

“E cosa non vorresti più fare?”

“Venire da mio padre”

“E dove stai andando?”

“Me ne sto tornando a casa, perché un giudice, uno psicologo, un assistente sociale devono scegliere che cosa devo fare io? Come se il problema fossi io? Ho deciso di scappare e prendermi il treno. Ho già cercato di farlo tempo fa ma poi mi hanno ripescato e dato tante sberle. Questa volta sento che riuscirò, oppure, anche se andasse male, riproverò”

“Ti senti come un pacco, senza volontà, portato di qua e di là, non è vero?”

“Sì”

“E invece tu ti senti capace di scegliere”

“Non voglio più sentire e vedere cose cattive, essere trattato male perché non mi va di fare una cosa, o perché ho malinconia di casa, o perché non sono bravo a fare qualcosa o non voglio mangiare qualcosa, o perché sto male”

“Come faresti a stare bene in questa condizione?”

“Dove te ne vai?”

“Io da nessuna parte, camminavo, sono capitato qua per caso e mi hai incuriosito, mi sono improvvisamente ricordato di quando ero bambino e non ero ancora prigioniero del mio male oscuro, tutto mi sembrava possibile e pensavo che sarei andato ovunque, invece ora so che non riuscirò mai a muovermi da qua, avessi il tuo coraggio!”

“Ma va, io non sono mica coraggioso, è arrivato il mio treno, mi accompagni?”

“Volentieri”.

Lo accompagnai al binario e lo salutai mentre saliva sul treno come un piccolo uomo, con il suo leoncino e il suo libro, augurandogli buon viaggio e di riabbracciare presto la sua mamma. Ero sicuro che se la sarebbe cavata e avrebbe continuato a cavarsela.

In quel momento pensai che basta un ramo per fare un nido e una piccola fiamma per scaldare un cuore.

Il giorno successivo non trovai i miei amici al solito posto.

Sentii parlare al bar di una bomba a una conferenza, intitolata “Dieci filosofi: da Anassagora a Steve Jobs” e pensai fossero stati loro.

Andai da Manzoni che mi rivelò che erano riusciti a scappare dalla città, per mettersi sulle tracce di quel filosofo slovacco e decise di parlarmene. Sul suo comodino aveva le sue opere in spagnolo: “Que es una nacion”, “La formacion del ser nacional”, “Pensando la nacion”.

Stefan Polakovic, o Esteban Polakovic, era nato nel 1912, in un paesino, Chtelnice, nel centro della Slovacchia (la cui capitale, Bratislava (o Presburgo), era stata il cuore dell’impero multi-nazionale, dove venivano incoronati i suoi sovrani, ma anche la città dove Napoleone impose la fine del Sacro Romano Impero).

Da villaggi come il suo, nel secolo precedente, erano stati strappati e portati in Ungheria migliaia di bambini, in una orrenda campagna di “magiarizzazione”. I contadini slovacchi, cattolici e devoti agli Asburgo, parlavano normalmente tedesco, ungherese, polacco, e lottavano per avere parroci che parlassero la loro lingua, lo slovacco, che nessuno riconosceva, eppure esisteva, come la loro nazione, anche se solo nei loro cuori. Molteplici furono i tentativi, tutti fallimentari, di trasformare quel grande impero in una confederazione di nazioni. La Slovacchia era stata anche patria di Hviezdoslav, grande poeta e potente voce contro la guerra, all’epoca del primo conflitto mondiale.

Polakovic se ne andò in Italia e si laureò in filosofia a Roma, poco prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale e dell’istituzione dello stato fantoccio slovacco. Si laureò con una tesi sulla questione del destino in Blondel.

Fu un fascista per caso, come tanti altri slovacchi che si erano sentiti schiacciati nei secoli e pensavano che fosse meglio almeno avere una repubblica tutta loro, piuttosto che niente. A capo di quella repubblica, Hitler mise un prete, Josef Tiso (dimostrazione che non tutti i preti vanno in paradiso), del resto anche la letteratura slovacca è stata fondata da preti, Bernolak, Holly e così via.

Il Vaticano si affrettò a mandare la sua benedizione, “all’amato figlio, illustre e venerabile”, il 5 dicembre 1939. L’ala dei “moderati” era già stata esautorata dal governo e i “falchi” controllavano la situazione, tanto da portare la piccola Slovacchia in guerra contro la Polonia, alla quale per altro non pochi slovacchi avrebbero voluto annettersi dopo la Grande Guerra, per creare una confederazione mitteleuropea. D’altro canto la Polonia aveva appena partecipato alla spartizione della defunta Cecoslovacchia, con l’ex buon vicino Hitler.

In realtà monsignor Tiso era una specie di Don Abbondio, debole con i forti e forte con i deboli. Cercò fin quando poté di mantenere una certa autonomia, dare un colpo al cerchio e uno alla botte, credendosi l’ago della bilancia fra la Russia, il Vaticano e il Terzo Reich, pensando di fare una crociata “anti-bolscevica” e “anti-borghese”, nel suo piccolo stato-parrocchia finalmente depurato dagli hussiti. Ma quando Hitler chiese di eliminare gli ebrei slovacchi, le guardie Hlinka (dal nome del prete nazionalista slovacco, maestro di Tiso) non si fecero pregare. Tiso fu implorato, da qualche filantropo, ma disse che nella settimana santa, come prete, non poteva fare altro che pregare. Non mancarono eroi ed eroine comuni, come Gizela Fleischmann, che rischiarono e persero la vita, per salvare connazionali ebrei.

Mentre accadeva tutto ciò Polakovic, ventisettenne, veniva chiamato al ministero della Cultura e dell’Educazione. Aveva sempre dimostrato una grande stima per il popolo ebraico (un popolo che disperso, perseguitato e schiacciato, aveva continuato a sviluppare la sua cultura varia, in tutto il mondo), come nazione, fin dai suoi primi scritti, sulla questione della nazione in filosofia, ma non poté non cedere alla lusinga. Non erano molti i laureati a disposizione nelle file del complesso partito nazionale. Del resto la nazione slovacca due decenni prima aveva dato vita a una Repubblica dei Consigli di pochi giorni, foresta di alberi, castelli che avevano resistito ai turchi e popoli diversi. In quei pochi giorni aveva redatto la sua costituzione in decine di dialetti slovacchi. Nell’agosto 1944 insorse contro quel governo fantoccio.

Alla fine della guerra, grazie agli aiuti clericali, Polakovic riuscì ad attraversare l’Europa centrale e a partire da Vlissingen, con una nave chiamata Maria Cristina, per l’Argentina.

Divenne amico di Borges e di Sabato. Ernesto Sabato lo definì addirittura il più grande esperto della questione nazionale. Polakovic scrisse un libro sull’opera di Sabato. Pare che allo scatto della loro famosa foto con il generale Jorge Rafael Videla, fra Borges e Sabato, egli fosse mancato perché era in bagno, soffrendo di prostata. Nel frattempo sicuramente volavano dagli aeroplani militari argentini alcuni dei trentamila desaparecidos.

Si trovano una o due foto di Polakovic. Del resto egli non partecipò mai volentieri alle attività del comitato nazi slovacco a Buenos Aires, che pubblicava persino una rivista: “El Eslovaco del Sur”. Una di quelle cose vere che sembrano uscite da “La letteratura nazista in America” di Bolaño.

Nella sua vita argentina appartata, Polakovic, lavorava come impiegato in una banca, nel barrio Vicente Lopez, si era trasformato fino a diventare quasi un “alternativo”. Di tanto in tanto veniva contattato per un articolo, per qualche rivista accademica poco nota o dissociata. Definiva l’Organizzazione delle Nazioni Unite, un’organizzazione “filosoficamente bastarda”, poiché è fondata sulla confusione dell’idea di stato con quella di nazione, un grave errore notato anche da Ortega y Gasset e Carl Schmitt. L’ONU rappresenta, come noto, stati e non nazioni.

Egli aveva elogiato il coraggio del Perù che aveva introdotto lo studio delle lingue indigene nella scuola pubblica. Credeva in una vera organizzazione mondiale delle nazioni, dove fossero rappresentate tutte le nazioni, dai pigmei, ai boscimani, dagli ebrei, ai berberi, dai catalani, ai baschi, agli uiguri, agli inuit, ai wayù, ai navajos, etc. In realtà invece l’ONU, esiste, per Polakovic, solo per sottomettere e contenere le nazioni dentro gli stati, anche contro la loro volontà e a costo di soprusi che continuano a verificarsi ovunque.

Era convinto che le nazioni piccole e grandi esprimessero sempre valori universali, il particolare come categoria dell’universale, attraverso cui lo Spirito del mondo continua a parlare. Non è un caso che i popoli antichi ritenessero la parola la “cosa” più importante, cui si dedicavano dei “custodi” che la portavano agli altri popoli ed erano intoccabili, ma le assemblee non sono più luoghi della “parola”, non esistendo più “custodi della parola”. Il rito dell’apertura della bocca, per gli antichi Egizi, per esempio, era un rito molto importante, perché la bocca del morto aveva custodito e portato lungo tutta la sua vita la parola.

La nazione è sempre quello che sarà e non è ancora stata, è una grande sconosciuta, è sempre più in là, per Polakovic. Non è nazionalismo. È un vento che soffia e dà vita all’umanità in tutti i suoi colori. È irriducibile, come l’anima umana. Le nazioni sono l’anima plurale del mondo. Il soggettivo si ribellerà sempre alla riduzione. La nazione non è mai qualcosa di oggettivo, di esteriore, bensì soffio di vita, qualcosa di assolutamente spirituale che talvolta si riflette e anima fenomeni esteriori. Non è mai un mero aggregato, ma qualcosa che è lì, ci raggiunge o aspetta di essere scoperto e goduto, a vantaggio di tutta l’umanità intera. È la coscienza di appartenere, soggettivamente e individualmente, a un’unica umanità, un senso superiore che ci chiama e il tempo non può distruggere.

Se tutti lo volessimo potrebbe esistere un grande stato europeo, come auspicarono Mazzini e Ortega y Gasset, di libere nazioni, l’Europa dei sovranismi, dei nazionalismi, degli Stati-nazione è quella che abbiamo già conosciuto finora e che ora ci apprestiamo a conoscere, se trionferanno i sovranisti (scopritori dell’acqua calda), nella sua declinazione più amara. Gli scozzesi e i catalani, che vogliono abbandonare i loro stati-nazione, dimostrano invece che un grande Stato Europeo di libere nazioni può esistere, volendo continuare a far parte dello Stato Europeo di domani.

Di ieri ci rimangono solo le macerie e i mucchi di morti lasciati dalle guerre, madri e mogli straziate per sempre. I lager, le deportazioni, i trasferimenti forzati, gli espropri. Ma i singoli europei hanno già incominciato a mescolarsi, a spostarsi (come hanno sempre fatto e lo dimostrano nomi, tratti, ricette e parole sparsi ovunque), a costruire un grande stato europeo che va oltre i confini e più veloce dei meccanismi burocratici e dei sovranisti che solo in una idea distorta di democrazia possono vincere, per una somma di voti che rappresenta una porzione di popolazione (democrazia non può essere solo sommare voti, deve essere sentirsi parte di qualcosa, definire questo qualcosa e farlo funzionare a cominciare da noi stessi) e, non rappresentando davvero nessuno, possono vincere solo montando paure e tensioni ad arte, disponendo di potenti armi di distrazione di massa, che non trovano la seria opposizione culturale e morale di veri europeisti, ma di deboli sostenitori di un’Europa solo legalfinanziaria, difesa per motivi economici o opportunistici ma in cui non credono veramente tenacemente.

Dovremo fare, come credeva Comenio, della scuola la nostra casa e portare in quella scuola il mondo, con coraggio (non solo il computer), poi fare del mondo la nostra scuola e allora il mondo sarà la nostra casa e l’umanità la nostra famiglia. Sembra un’utopia, ma ogni uomo racconta, ama, mangia, prega, in modi diversi ma tutti i costumi insieme compongono la grande armonia universale che poggia sulla complessità e sui contrasti (solo apparenti) come già aveva intuito Eraclito.

Fui conquistato da queste parole. Aspettammo per giorni notizie dall’Argentina, leggevo qualcosa a Manzoni, ma egli aveva sempre meno voglia di parlare e ascoltare, dormiva molto.

Quando ricevetti la telefonata dei miei amici, seppi che avevano scoperto che Polakovic era già morto da una ventina d’anni, era stato trovato solo, su un treno che aveva perduto la direzione, a una microscopica stazione nella pampa deserta.

Non ebbi cuore di darne notizia a Manzoni, che si spense comunque poche ore dopo, torturato dalle chiacchiere della perpetua.