Quando la luna è diventata blu

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di Luca Billi  15 luglio 2019

A voler credere a Giacomo Leopardi gli uomini – in ogni tempo e a qualsiasi latitudine – hanno avuto l’abitudine di parlare con la luna. Nei secoli questo satellite ha raccolto le nostre speranze, le nostre paure, i nostri più intimi segreti. Poi la luna risponde – e magari canta con la bella voce di Lybbe Thigpen – a pochissimi fortunati, come Bear e gli amici della grande casa blu.

E anche noi continuiamo a cantare alla luna. Una delle canzoni più famose – e probabilmente la mia preferita – è Blue moon. Ed è una canzone che ha una storia che merita di essere raccontata, una di quelle vecchie storie di Hollywood che a me piacciono tanto.

Il musicista Richard Rodgers e il paroliere Lorenz Hart sono tra gli autori più prolifici della Broadway degli anni Venti, scrivono almeno due musical a stagione, ma la crisi del ’29 e l’avvento del sonoro cambiano radicalmente le abitudini degli spettatori americani. E anche questi due newyorchesi di origine ebraica devono trasferirsi a Hollywood. Vengono messi sotto contratto dalla Metro-Goldwyn-Mayer che nel 1933 ha il progetto di realizzare un film, intitolato Hollywood Party, interpretato dai migliori artisti dello studio. Il film – peraltro non memorabile – ha una trama assolutamente esile, che serve soltanto da raccordo per una serie numeri isolati, più o meno riusciti: una specie di rivista nello stile Ziegfeld.

Rodgers e Hart scrivono una canzone per Jean Harlow, una preghiera con cui l’attrice dai capelli color platino chiede di diventare una star del cinema. Jean è già una star, un misto di ingenuità e di erotismo, che è diventata in pochi anni il sogno proibito degli americani. L’anno precedente Jean è stata l’involontaria protagonista di uno dei grandi scandali di Hollywood: a soli due mesi dal matrimonio con il produttore Paul Bern, di oltre vent’anni più vecchio di lei, questi viene ritrovato con un colpo di pistola alla nuca, e accanto un biglietto con la frase “avrai capito che l’altra notte è stata tutta una commedia”. Jean è stata una splendida farfalla, fragile e in balia dei predatori, e con una vita altrettanta breve: morirà nel ’37 a soli ventisei anni. Jean non ha mai cantato questa canzone – registrata con il titolo Prayer (Oh Lord, make me a movie star) – né è apparsa nel film.

Qualche mese dopo i produttori della Metro chiedono ai loro autori una canzone per i titoli di testa del film Manhattan melodrama. Il film è diretto da W.S. Van Dyke e interpretato da Clark Gable, William Powell e Myrna Loy. E’ il primo film in cui Powell e Loy lavorano insieme: quello stesso anno e sempre diretti da Van Dyke, gireranno L’uomo ombra – da un romanzo di Dashiell Hammett – in cui interpretano Nick e Nora Charles, la coppia di investigatori più incredibilmente eleganti e snob del cinema. Manhattan melodrama non è un gran film, ma si è ritagliato un posto d’onore nella cronaca americana: John Dillinger, il più ricercato rapinatore di banche degli anni della Grande Depressione stava uscendo dal Biograph theatre di Chicago proprio dopo aver visto questo film, quando fu colpito a morte da cinque agenti del Fbi. La Metro usò questa notizia per pubblicizzare la pellicola: l’unica a protestare è stata Myrna Loy.

Ma torniamo alla canzone. A Rodgers piace la musica di Prayer e quindi chiede ad Hart di scrivere un nuovo testo, nasce così It’s just that kind of play. Ai produttori del film non piace e non viene usata. Nel film c’è anche una scena che si svolge in un night-club, serve una canzone per creare l’ambientazione: la musica c’è già, e Hart scrive per la terza volta un testo. Nasce The bad in every man. Per cantarla viene scritturata la debuttante Shirley Ross, che ha cominciato la sua carriera proprio come cantante di night. Shirley sembrava una promessa, aveva una voce molto dolce, ma evidentemente non era destino, il suo nome non brillerà a Hollywood. La canzone piace ai produttori della Metro e viene inserita nel film, ma Jack Robbins, che per lo studio ha il compito di far fruttare i brani dei film, dice che quella canzone non può avere una vita commerciale: il titolo non funziona e serve un testo più romantico. Hart non vorrebbe proprio scrivere ancora un altro testo, ma alla fine si fa convincere, anche perché la musica di Rodgers è bella. Così nasce Blue moon.

Stavolta Hart ce l’ha fatta. Già dal titolo, che indica una cosa estremamente rara. In inglese infatti si chiama luna blu la terza luna piena nel caso in cui se ne abbiano quattro in una sola stagione, evento astronomico decisamente infrequente. E Lorenz scrive una struggente canzone d’amore, il ringraziamento alla luna per aver esaudito la preghiera di una persona innamorata. E forse sta pensando a se stesso, ringrazia la luna di avergli fatto incontrare Richard Rodgers, l’uomo che ha sempre amato senza mai avergli confessato nemmeno la propria omosessualità. Il suo amore saranno le sue canzoni.

Ad Hart Hollywood piace, o almeno è felice di vivere in una città in cui la sue scelte sessuali non sono certo accettate, ma almeno si possono esprimere, perché ci sono le “feste” di Cole Porter e di George Cukor, perché ci sono tanti ragazzi messicani pronti a prostituirsi. Invece Rodgers è un figlio di New York che soffre lontano dalla sua città. E poi il cinema non fa per loro. Tornano a Broadway e comincia una nuova stagione di successi, culminata nel 1940 con Pal Joey, che segna il debutto del giovane Gene Kelly, accanto a una veterana star del musical come Vivienne Segal. E per inciso il film del 1957 non funziona perché Rita Hayworth, anche se è bellissima, è più giovane di Sinatra.

E Blue moon? Stavolta Jack Robbins capisce che ha per le mani una miniera d’oro. Il 15 gennaio 1935 fa registrare la canzone a Connee Boswell e poi autorizza che sia usata come sigla del fortunato programma radiofonico Hollywood Hotel, in cui la giornalista Louella Parsons, una delle grandi “pettegole” della Mecca del cinema, racconta i vizi pubblici e le virtù private delle star.

Merita di essere ricordata anche Connee Boswell, probabilmente una delle più grandi cantanti jazz degli anni Trenta e Quaranta, almeno secondo il giudizio di una che se ne intendeva come Ella Fitzgerald. Connee, prima nel trio formato con le sorelle Martha ed Helvetia – le Boswell Sisters – poi da sola, incide moltissime canzoni destinate a diventare standard jazz. Connee è costretta – non si è mai saputo se per una forma molto grave di poliomielite o per una caduta quando era bambina – a cantare da seduta e per questo il suo destino è legato essenzialmente alla radio e ai dischi.

Intanto Blue moon diventa un “classico”, la Metro la usa in almeno sette film, a cominciare da At the Circus dei fratelli Marx.

Lorenz Hart muore il 22 novembre 1943, a causa di una polmonite che colpisce un corpo fortemente indebolito dall’alcol; incapace di accettare la propria omosessualità, Lorenz comincia a bere, sparisce per giorni per rifugiarsi dai suoi “amici” in Messico, smette di scrivere canzoni e Rodgers dovrà cominciare un nuovo sodalizio artistico con Oscar Hammerstein II. Insieme scriveranno, tra gli altri, Oklahoma!, Annie get your gun, South Pacific, The King and I e The Sound of music, vincendo ben trentacinque Tony durante la loro lunga carriera.

Tutti i grandi cantanti hanno inciso la loro versione di Blue moon. Io amo in particolare quella di Billie Holiday, la grande signora del jazz, perché Billie regala a questa canzone la sua personale nota di rimpianto. Anche Billie ringrazia la luna per qualcuno che le è sfuggito. Proprio come Lorenz Hart.

Noi che invece abbiamo la fortuna di ringraziare la luna per una persona che possiamo stringere, sentendo Blue moon sappiamo che bastava un attimo perché la storia andasse in tutta un’altra direzione.

You saw me standing alone

without a dream in my heart

without a love of my own.