Salvini e C. fanno paura, ma anche ridere, anzi no, anche piangere

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Autore originale del testo: Fausto Anderlini

di Fausto Anderlini – 3 luglio 2019

Sembra un padre Virgilio Rotondi in veste da esorcista che ogni sera emerge col suo faccione dall’oscurità per impoedirci di dormire tranquilli. Mi sono sciroppato tutta l’intemerata di Salvini (una interminabile e balorda sequela di minacce e vittimismo ripetute sino all’ossessione) e mi son fatto un’idea. Quella di un buffonesco esercizio di fhurerprinzip de noantri. Un tizio uscito un po’ brillo da un bar anzichè da un ministero e che privo totalmente del senso del ridicolo si mette davanti a una videocamera e propone schmittianamente sé stesso (senza neanche saperlo) come fonte del diritto.

La pericolosità del salvinismo risiede nel fatto che dice (e in qualche misura cerca di praticare) cose che nessuna persona che tiene all’autostima si azzerderebbe neppure di pensare. E proprio in questo trovando, hainoi, una vasta audience nell’infantile psicologia di una massa di spaesati.

Dal punto di vista dei determinanti psicologici gli ingredienti del nazi-fascismo ci sono tutti: la costruzione dei capri espiatori e dei ‘nemici’ assoluti (interni ed esterni), l’uso spregiudicato dei dispositivi rattomorfici di ogni tipo di frustrazione (verso l’alto e verso il basso), la produzione di identificazioni fittizie su scala massificata (la nazione tradita e altri complotti). In sintesi la politica come campo di uno scontro a carattere ‘esistenziale’ e ‘identitario’. L’uso massivo dell’aggressività, per quanto sino ad ora solo verbale (o quasi).

Ma il nazi-fascismo ebbe una precisa determinazione storica trascendente una mera (per quanto feroce) dittatura interna al fine di regolare i rapporti di classe (come furono il franchismo, il salazarismo e altri innumerevoli esempi sparsi nel mondo di regimi autoritari, ma non compiutamente totalitari). L’aggressività internazionale, la vocazione alla guerra rispondevano a strategie espansionistiche reali. Il nazionalismo postulava una reale superiorità di potenza sulle altre nazioni, così come il razzismo postulava il dominio delle razze superiori su quelle inferiori (da sterminare o ridurre a gradi diversi di schiavitù e vassallaggio). Il nazi-fascismo corrispose alla frustrazione di nazioni (Germania e Italia) arrivate tardi nel timing di formazione dello stato nazione e perciò inibite a evolvere come nazioni-impero (al pari di Francia e Inghilterra). Fu il tentativo di bruciare le tappe. Se l’evoluzione ‘imperiale’ del fascismo italiano fu una maturazione successiva alla presa del potere, la lebensraum, lo spazio vitale, era già tracciato nel mein kampf fin dall’origine.

Questi elementi sembrano totalmente assenti nel caso che ci riguarda. Certo la frustrazione c’è ma della volontà di potenza (nella forma tragica della Wille zur macht) non si vede traccia. Se il truce, il cretino e l’azzeccagarbugli coi suoi capponi si siedono al tavolo europeo tutto quel che ottengono è una caritatevole sospensione della procedura dì’infrazione. L’Italia è confermata nel concerto europeo come una entità meramente geografico-metternichiana senza alcun peso. Cionondimeno tornano a casa contenti.

Bastava sentire come su quella banchina i seguaci del truce alternassero gli epiteti sessisti a cori saltellanti di ‘prima gli italiani’. Una massa di frustrati afflitti da un penoso senso di inferiorità. Mi han fatto venire a mente i piacentini che quando ‘calavano’ a Bologna (dieci chilometri di latitudine più a sud) pensavano di fare paura ai tifosi rossoblù al grido ‘a sii tot di maruchein’….Un’aggressività ‘difensiva’ e plebeistica. Da poveretti, da sempliciotti incattiviti. Da provinciali. Questo del resto era il dispositivo agito dalla Lega nella sua incubazione regionale: dare sfogo al senso di diminutio provato da una laboriosa popolazione locale (dipinta come un asino o una pecora da tosare) verso la coltivata astuzia dei meridionali nell’accedere alle cerchie superiori succhiando il plusprodotto del lavoro altrui (la ‘meridionalizzazione dello stato, al centro e in periferia, fu il primo e vero movente reattivo della Lega). Rodomontesca e spaccona a parole la Lega bossiana non è mai andata oltre una comune xenofobia locale. Voleva fare la secessione, ripararsi in una piccola patria vernacolare. Mica fare un impero. La Padania era per loro quanto di più grande potevano immaginare. Ora la truculenza salviniana applica lo stesso modello provincialistico da strapaese alla scala nazionale. Alleandosi ai nazionalismi frustrati di Visegrad, così come la Lega faceva le contro-olimpiadi con Vaduz, il Liechtenstein e San Marino.

Insomma come fascisti ci fanno ma son ben lungi dall’esserlo davvero. Ma è questo, a ben vedere, che rende ancor più gravoso il fatto di doverli sopportare. Non c’è umiliazione peggiore che trovarsi sottomessi (dovendo recitare anche il mea culpa se non fargli il verso, come ad alcuni piace, col vero patriottismo) a un branco di deficienti.