Si intensifica il dibattito sulla disuguaglianza: ma è sempre pertinente e in buona fede?

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di Giovanni La Torre

I miei lettori ricorderanno che con il “gessetto” n. 436 del 26 agosto scorso ho segnalato il documento della Business Roundtable, col quale le maggiori società americane (compresa Amazon) invitavano tutte le imprese a dare un nuovo ruolo alla loro “funzione sociale”: molto probabilmente i top manager e gli azionisti di maggioranza cominciano a rendersi conto (almeno questa è la speranza) che la corda che hanno tirato nell’ultimo quarantennio sul piano salariale ha l’altro capo stretto al loro stesso collo, perché senza un livello salariale adeguato la domanda sarà sempre stazionaria condannandoci a crisi cicliche importanti, che distruggono quanto accumulato negli anni precedenti.
In fondo il vero moltiplicatore del Pil è proprio il livello salariale, esso spinge la produzione e gli investimenti i quali devono crescere per tener dietro alla domanda, quindi un’equa distribuzione del reddito è indispensabile per lo stesso sviluppo capitalistico; la spesa pubblica è solo l’ultima ratio se i precedenti presupposti non si verificano. Una crescita sana dell’economia richiede che i salari si pongano a un punto di equilibrio che assicuri una domanda congrua senza compromettere un livello giusto dei profitti che consenta il reinvestimento del capitale. Da quaranta anni a questa parte il livello dei salari è di gran lunga al disotto di questo punto di equilibrio, da qui la crisi del 2007 e la stagnazione endemica attuale. Ma torniamo al tema generale.
Da un po’ di mesi si moltiplicano gli scritti sulla disuguaglianza, però non tutti sono di livello adeguato, anzi alcuni pare che abbiano lo scopo di sviare dal problema, di occultarlo nelle sue cause sotto pseudo concetti e pseudo indagini. Emblematico in tal senso mi sembra un saggio di Guido Tabellini, ex rettore della Bocconi e professore in diverse università anche americane. Il suo saggio, pubblicato sul sito americano “Vox” e tradotto e ripreso in Italia da “Il Foglio” del 5 novembre, cerca di spiegare i populismi e quindi è costretto a parlare anche delle disuguaglianze. Il saggio è lungo perché è pieno di tanta aria fritta tipica di molte pseudo ricerche “socioeconomiche”. A noi preme evidenziare che esso riprende la tesi neoliberista che le diseguaglianze nella distribuzione del reddito siano dovute ai diversi livelli culturali dei diversi percettori di reddito. E così quelli che si abbandonano ai populismi sarebbero “i perdenti della globalizzazione e dell’innovazione tecnologica” (è tipico dei neoliberisti chiamare “perdenti” i meno fortunati, loro invece sono i “vincenti” e, nella fattispecie, i più acculturati e in linea con l’innovazione tecnologica), e più precisamente “i perdenti e i vincitori del nuovo ambiente economico sono in gran parte separati dal divario culturale ed educativo”.
Questa, da decenni, è la tesi neoliberista sulla disuguaglianza la quale, come è facile notare, pone la questione al di fuori della dialettica sociale, dove invece il problema dovrebbe rientrare pienamente, e questo non so fino a che punto venga fatto in buona fede. Il bello è che questi neoliberisti si dichiarano figli di Adam Smith, ma dimostrano di non averlo letto bene, o di aver letto solo le baggianate tipo che il “fornaio ci dà il pane per interesse personale e non per filantropia”, mentre non hanno capito altre cose, per esempio che Smith diceva che la distribuzione del reddito non risponde a principi economici ma è una questione di rapporti di forza tra datori di lavoro e lavoratori. Ma poi, il loro assunto non spiega la questione centrale che è emersa da tutte le ricerche, anche di istituzioni pubbliche internazionali, è cioè che negli ultimi quarant’anni (quindi ben prima della crisi) vi è stato un considerevole spostamento di redditi dal lavoro al capitale. Quindi, prof. Tabellini, cosa vuol dire, che i capitalisti sono più colti dei dipendenti? Mi sembra una tesi molto ardita. Ma quel principio non riesce a spiegare neanche le differenze di reddito tra i lavoratori dipendenti se pensiamo a come se la passano i ricercatori i quali, in quanto a livello culturale e conoscenze tecnologiche non sono secondi a nessuno.
Altro saggio sull’argomento appartenente alla categoria delle “friggitorie di aria” è un lungo articolo di Fabrizio Barca apparso su Repubblica del 13 novembre, dove l’autore parla parla senza dire niente di concreto. D’altro canto il soggetto aveva già mostrato la sua inconcludenza quando pareva dovesse essere il nuovo leader della sinistra. Io l’andai a sentire in un incontro ristretto e mi resi conto dell’inconsistenza. Comunque nell’articolo si promette che uscirà un documento più corposo sull’argomento. Staremo a vedere.
Forse l’articolo recente più interessante sull’argomento è quello apparso il 20 settembre sul Financial Times a firma di Martin Wolf, il quale conclude proprio con la citazione del documento della Business Roudtable e con la domanda se avrà o meno un seguito concreto. La stessa domanda che ponemmo noi nel “gessetto” citato all’inizio.