Ultramonti. Dall’amare al tramontare

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di Fausto Anderlini – 7 luglio 2018

Orografia politica

Dopo Ultramare è ormai pronto il nuovo quaderno, intiltolato con grande sforzo di fantasia: Ultramonti. Dall’amare al tramontare. Dall’oltre il mare all’oltre il montare. Che in qualche modo ci sta, essendo di un su e giù terminale che si parla. Con sottotitolo che potrebbe essere: Raccontini di gite fuori porta sino alla Gengis Kan. Questa è l’ouverture.

In questi anni ho calcato spesso la mia povera montagna incantata, quasi sempre per caso e in preda all’indolenza, immaginandomi come un vanderer autodidatta alla ricerca di sé stesso, nonché di fiorentine al sangue e altre prelibatezze erotico-culinarie. Arrivando infine a perdermi del tutto intorno a una baracca su un fiume presidiata da una Madonna meridiana, all’intersezione fra la Lungosavena e la strada che da Monzuno risale a Loiano. Queste quattro note in calce su orografia e politica sono l’esito postumo e sintetico-politico di quelle odeporiche peregrinazioni. Nelle quali, senza saperlo, serendipità canaglia, ero alla ricerca delle faglie secondarie i cui sommovimenti hanno generato la catastrofe che stiamo vivendo.

Orografia politica

La nervatura che per oltre un secolo ha tenuto legata la zona rossa dell’Italia di mezzo, Emilia-Toscana-Umbria e Marche, è stata l’appennino tosco-emiliano. Una frontiera dell’interno culminante nel crinale. La linea gotica o, come altrimenti detta dal camerata Kesserling, la Gengis Kan. Come spesso accade negli sconvolgimenti militari quella linea fortificata che doveva fungere da baluardo meridionale della lebensraum rivendicata dai Nibelunghi, divenne l’ephos dell’Italia antifascista e repubblicana, il cuore orografico dell’Etruria rossa e il contrafforte per permettere al ‘vento del nord’ di spirare in tutta la fertile Padania, dalle alpi radetzkyane alla linea gotica.
In verità l’Appennino riscoperto dalla resistenza al nazi-fascismo aveva dentro di sé una duplice nomenclatura socio-culturale: quella rossa, legata alla mezzadria collinare e di fondovalle nonché alla protoindustria della montagna ed al bracciantato logistico, e quella ‘bianca’ incardinata alle piccole comunità contadine di crinale. Uno spazio orografico, e agrario, politicamente anfibio e concorrenziale sebbene in vario modo connesso nella propensione antifascista delle due culture popolari. Per questo una frontiera interna della zona rossa. Un’area a macchia di leopardo con massicce concentrazioni bianche nell’appennino piacentino-parmense, nel Frignano e nella Lucchesia, nonché nel faentino e, a scendere fino al limite meridionale della grande zolla rossa, nel Tolentino. I più illustri esponenti della sinistra cristiana, come Dossetti e Gorrieri, venivano da questi ambiti, come del resto l’ultimo esponente di rilievo nazionale della cultura della sinistra. Giacchè Bersani veniva da Bettola, da una famiglia cattolica e si era laureato in teologia. Una promiscuità nella prima socializzazione le cui tracce si ritrovano nella sua distintiva zoo-metaforologia dove si da voce a vacche, tori, maiali e altre creature esopico-silvane.
In questo contesto sistemico e pluriculturale la montagna bolognese segnata dal bacino idrografico renano è stata come l’epicentro. Non solo perché attraversata più di ogni altra parte dalle vicende economico-sociali dei due secoli, ma perché essa stessa sede dei momenti tragico-simbolici esemplari della storia politica del novecento. Dagli eccidi nazi-fascisti allo stragismo dei ’70-’80. Ed era anche nell’abbazia di Monteveglio che il grande monaco soggiornava in meditazione nelle more dei suoi pellegrinaggi in Palestina. Tanto che essa divenne la sede, in epoca berlusconiana, del Comitato per la difesa della Costituzione. A ben pensarci la montagna bolognese conteneva in sé tutti gli elementi teleologico-narrativi posti alla base del nascente Pd come espressione sintetica dell’incontro delle culture riformiste e costituzionali. E desta davvero stupore, guardando a come la storia è andata a finire, l’indicibile trascuratezza dimostrata dagli adepti successivi nel trattare la preziosa manutenzione di questo molteplice genius loci. La narrazione irenico-comunitaria di Dossetti e Don Gherardi e la narrazione belligerante social-comunista. Ma non è vero che ci sia stata una crisi di rigetto, una reciproca incompatibilità. E’ piuttosto il Pd e la dinamica che vi ha preso corpo che le ha rigettate entrambe. Sguarnendo la montagna, laciandola a sé stessa e con ciò sguarnendo il Pd della sua linfa.
Sino al rigetto, al tracollo. Sino alla fine della zona rossa. I cui prodromi geo-sociologici riguardano proprio la montagna. Dove le culture materiali, tradizionali e moderne, non sono più mediate politicamente e neppure ordinariamente manutenute e dove perciò si lascia campo libero all’involuzione lego-destroide, sovente accompagnata a un civismo localista di tipo rancoroso e anti-politico. La grande breccia che si crea nel territorio rosso si apre infatti nella frontiera interna. Caduta la quale l’intera geo-politica pan-regionale si sconnette. L’anello più debole del sistema, quindi il più delicato. L’avamposto. Infatti segue subito dopo il cedimento della roccaforte di pianura. Che fa ancora più impressione perché se la montagna era politicamente anfibia, la pianura era lo scrigno dove era compattata l’intera epopea del socialismo padano. Indi è la volta del tessuto urbano minore. E infine, aspetto in Emilia ancora in corso, mentre in Toscana sembra essersi precocemente compiuto, è la volta delle città capuologali e dei centri metropolitani.